Yacouba Sawadogo è un contadino nato in Burkina Faso, in Africa Occidentale, nella regione semidesertica del Sahel. All'inizio degli anni ‘80, dopo aver svolto l'attività di commerciante, torna nella regione di Yatenga, nel suo villaggio di Gourga, dove decide di fermare l'avanzata del deserto adattando e perfezionando un metodo ancestrale di coltivazione, lo zaï. Malgrado lo scetticismo degli abitanti della regione, che lo prendono per pazzo, lui persevera e alcuni anni più tardi una foresta di una quindicina di ettari fa effettivamente da barriera contro l'avanzata del deserto. Gli abitanti che erano fuggiti sono quindi tornati a coltivare i loro campi.


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Come Yacouba, molti africani hanno compreso che la lotta contro la desertificazione e il cambiamento climatico sta diventando un imperativo per la sopravvivenza delle popolazioni africane, per lo sviluppo del continente e per contrastare l'immigrazione clandestina. Anche i politici cominciano timidamente a prendere coscienza della portata del fenomeno e a elaborare strategie per combattere un flagello pericoloso per gli equilibri sociopolitici ed economici degli stati africani.

Secondo uno studio condotto dall'Unione Africana, i cambiamenti climatici, che non di rado si manifestano attraverso forti incrementi di temperatura, innalzamento del livello dei mari, alterazioni delle condizioni meteorologiche e altri eccessi, provocano spesso conseguenze dannose per la salute umana e per gli ecosistemi naturali, nonché gravi impatti ambientali, sociali ed economici. Essi rappresentano una vera sfida per le prospettive di sviluppo socio-economico dell'Africa.

Il continente africano è quello più vulnerabile all'instabilità e ai cambiamenti climatici. La situazione è resa ancor più grave dalla forte dipendenza dall'agricoltura, dalla povertà generalizzata e da una scarsa capacità di adattamento.

Circa due terzi delle popolazioni dell'Africa subsahariana subiscono gli effetti del cambiamento climatico, poiché dipendono dall'agricoltura di sussistenza: il settore agricolo impiega infatti intorno al 90% della popolazione rurale del continente.

Durante gli anni ‘90 numerosi stati hanno concepito politiche relative all'ambiente, spesso enunciate all'interno dei Piani nazionali d'azione ambientale (PNAA), ma queste non sono state accompagnate né da progetti d'attuazione né da iniziative tese a includere i cambiamenti climatici nelle politiche di sviluppo in un modo integrato e duraturo.  

Di fronte a questa situazione, nel gennaio 2009 il vertice dell'Unione Africana ha adottato una storica decisione, chiedendo alla Commissione di impegnarsi a definire una posizione africana comune in merito alla questione dei cambiamenti climatici, mentre il summit che si è svolto a Sirte (Libia) nel luglio 2009 ha promosso presso la Direzione dell'Economia Rurale e dell'Agricoltura (DREA) la creazione di una Unità di lotta contro il cambiamento climatico e la desertificazione (CCDCU). È stato chiesto alla Commissione dell'Unione Africana di elaborare, in collaborazione con i partner, la strategia africana globale sul cambiamento climatico.

L'elaborazione di tale strategia puntava a sottoscrivere una direttiva globale che miri a rinforzare le capacità di adattamento e la resilienza degli stati membri e delle Comunità Economiche Regionali (CERs) ai cambiamenti climatici, con la prospettiva di ridurre la loro vulnerabilità, di perseguire uno sviluppo a bassa emissione di carbonio dettato dai principi della green economy, dello sviluppo sostenibile e della riduzione della povertà; e anche orientare la governance, i sistemi di conoscenza, la pianificazione e le strutture regionali/nazionali o internazionali per trattare il cambiamento climatico come un imperativo di sviluppo. Questa strategia fornirà alle CERs, agli stati membri e agli altri attori coinvolti una fonte unica di orientamento strategico, che permetterà loro di rilevare efficacemente le sfide poste dal cambiamento climatico.

L'impatto negativo del cambiamento climatico sull'Africa è tornato alla ribalta mondiale dopo l'annuncio, nel giugno scorso, del presidente americano Donald Trump di ritirare il suo paese dall'accordo di Parigi sul clima.

L'Unione Africana, che ha giudicato “negative” le conseguenze sull'Africa di questa decisione americana, ha lanciato un appello agli Stati Uniti per rientrare nell'accordo di Parigi.

Una delle conseguenze quantificabili di questo ritiro è la perdita di due miliardi di dollari di “fondi verdi” che devono consentire ai paesi vulnerabili di mettere in pratica i progetti per combattere gli effetti del cambiamento climatico.

Affinché l'Africa possa liberare il suo potenziale, le autorità del settore agricolo e ambientale hanno deciso di unire le proprie forze a quelle della società civile e delle organizzazioni non governative allo scopo di valutare le opzioni per permettere agli agricoltori e all'ambiente di adattarsi al cambiamento climatico. Il PNUE indica che una delle opzioni in fase di studio è l'adattamento fondato sugli ecosistemi, il cui obiettivo è attenuare gli effetti del cambiamento climatico utilizzando sistemi naturali, ad esempio varietà resistenti alla siccità, metodi più efficaci di stoccaggio dell'acqua e sistemi di rotazione colturale variati.

In Zambia, il 61% degli agricoltori che hanno applicato questi metodi basati sugli ecosistemi, tra cui pratiche di preservazione delle risorse naturali o di agricoltura biologica sostenibile, sono riusciti a ottenere dei surplus di produzione. In qualche caso i rendimenti hanno fatto registrare una crescita fino al 60%, mentre le vendite dei surplus sono passate dal 25,9 al 69%.

Alcuni metodi ancestrali tornano di moda. In Burkina Faso gli agricoltori utilizzano lo stesso metodo tradizionale utilizzato da Yacouba Sawadogo per rigenerare il suolo: scavando microbacini in una terra devitalizzata e in seguito riempiendoli di materie organiche, alcuni coltivatori burkinabé sono riusciti a rivitalizzare i suoli e a migliorare lo stoccaggio delle acque sotterranee per incrementare la produttività. Secondo le stime, questi coltivatori hanno così recuperato tra i 200 mila e i 300 mila ettari di terre degradate e prodotto tra le 80 mila e le 120 mila tonnellate di cereali supplementari.

Altre opzioni consistono nel proteggere i bacini e potenziare la loro capacità di trattenere l'acqua, trasportandola dove è più necessaria; mettere in opera dei programmi di lotta integrata contro i danni per proteggere le coltivazioni in modo redditizio e naturale; praticare l'agro-foresteria, la coltura intercalare e la rotazione colturale per diversificare gli apporti in termini di nutrimenti e aumentare i profitti in maniera durevole e naturale. Inoltre avere cura delle foreste e utilizzare gli alimenti da esse provenienti, ma anche adoperare concimi naturali come il letame e ricorrere a degli impollinatori naturali come le api che, secondo un recente studio, potrebbero far aumentare del 5% la resa degli alberi da frutta.

In tutto il continente numerose comunità hanno pertanto già cominciato a sviluppare una resilienza stimolando gli ecosistemi esistenti e le risorse naturali disponibili. È mettendo in opera queste buone pratiche e gestendo in modo opportuno gli effetti inevitabili del cambiamento climatico che il continente potrà provvedere ai propri bisogni alimentari. L'Africa non è ineluttabilmente destinata all'indigenza.

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