La Cina sta collaudando il ruolo di “responsible stakeholder” caldeggiato dagli Stati Uniti nel 2005, quando, per ironia della storia, il vice segretario di Stato Robert Zoellick individuò nell’impegno per la riduzione dei gas serra e la diffusione di tecnologie atte a rallentare il cambiamento climatico, uno dei campi in cui la Cina avrebbe dovuto mostrarsi “attore responsabile” sullo scenario internazionale.


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Non sorprende, quindi, l’enfasi con cui, dopo l’annuncio di Trump sul ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi, i media hanno attribuito alla Cina il ruolo di leader mondiale nella lotta al cambiamento climatico. Non sorprendono neanche le previsioni di un riassetto geo-economico internazionale (asse Germania-Cina) fondato sulla comune volontà di rispettare gli impegni in materia ambientale e di liberalizzazione dei mercati. Gli ampi margini d’incertezza che segnano le previsioni di lungo periodo, ci suggeriscono però di partire da una lettura domestic sull’impatto di tali riconoscimenti.

Fino a oggi, l’impegno globale sul clima è stato segnato da innumerevoli compromessi tra paesi sviluppati e paesi emergenti o in via di sviluppo. Tra questi ultimi,  la Cina che si è appellata al principio della “Common but Differentiated Responsibility” (CBDR), garante della possibilità di determinare il contributo di ogni singolo paese “in base alle proprie capacità”. La rivendicazione dello status di “paese in via di sviluppo” facilita la coesione interna all’ampia galassia delle economie del Sud del mondo e riequilibra i rapporti di forza nelle negoziazioni. Consente di giustificare accordi di partnership tra stati e/o tra imprese che contraddicono i piani di sviluppo delle energie alternative (vedi il finanziamento della China Development Bank alla sudafricana Eskom per la centrale a carbone Medupi e i 240 progetti di centrali a carbone in realizzazione sulla dorsale della Belt and Road Initiative) e avalla la richiesta di technology transfer dai paesi sviluppati.

Sul piano interno, essa giustifica i danni ambientali prodotti dalla caotica crescita economica e, in qualche misura, mitiga l’insofferenza che la popolazione esprime in termini sempre più decisi. La rivendicazione di uno status per il quale si necessita di proroghe e sostegni, però, mal si accorda con quella per la leadership della lotta globale al cambiamento climatico. La contraddizione di ruoli, rilevata nelle assise internazionali su altri temi, potrebbe spingere la Cina verso posizioni più coerenti con i riconoscimenti che le sono stati tributati e, a nostro avviso, più favorevoli all’attuazione dei progetti di riqualificazione del tessuto economico del paese.

Va ricordato che la Cina ha sottoscritto gli impegni in tema ambientale sin dal 1992 e con maggiore impegno negli ultimi 10 anni. Impossibile elencare tutti gli atti normativi e/o di indirizzo varati dal Consiglio di Stato (National Medium and Long-Term Science and Technology Development Plan che nel 2006 impone obiettivi di sviluppo delle energie fossili a emissione prossima allo zero), dal Ministero per la Scienza e la Tecnologia (National Basic Research Programme on Climate Change e XII National Scientific and Technological Plan on Climate Change in forza dal 2012), dal Ministero dell’Industria e dell’Information Technology (Action List of Addressing Climate Change by the Industrial Sector, 2012–20), dalla China Banking Regulatory Commission, che dal 2007 eroga credito agevolato alle imprese che riducono le emissioni di gas nocivi, e dalla Commissione Statale per la Riforma e lo Sviluppo che ha istituto i progetti pilota low carbon in alcune province selezionate per il peso che hanno sul Pil (57%), sulla popolazione (42%) e sulle emissioni di CO2 (56%), e ha varato in questi giorni il National Emissions Trading Scheme che dovrebbe comportare una decisa riduzione delle emissioni dal 2020.

Bisogna rilevare che la normativa del governo cinese tende a imporre standard più rigidi di quelli scelti dall’Unione Europea o dagli Stati Uniti. E’ il caso delle emissioni di monossido d’azoto per le nuove centrali elettriche, che non possono superare i 50 milligrammi per metro cubo a fronte dei 95 degli Stati Uniti e i 150 dell’Europa. Oppure dell’efficiente tecnologia di combustione detta “ultra-critical” che oggi in Cina copre il 90% dei primi 100 impianti a carbone contro lo 0,76% degli Stati Uniti. Si potrebbe continuare a lungo nell’elencare gli impegni che il governo cinese ha imposto alle imprese e alle amministrazioni locali, ma altrettanto esteso sarebbe l’elenco degli arretramenti cui è costretto dalle resistenze opposte dai suddetti soggetti in nome dei costi di adeguamento e/o sociali, determinati dalla riqualificazione degli impianti.

Note sono le proteste dei contadini contro ogni normativa sugli scarti di lavorazione e l’uso di diserbanti e fertilizzanti che, a loro parere, affosserebbe l’azienda familiare, la passività con cui le piccole imprese industriali rispondono agli appelli dei ministeri competenti per investimenti di riqualificazione tecnologica e, infine, le proteste del settore dello shipping sui termini di utilizzo del carburante a basso tenore di zolfo.

L’elenco degli “spazi di non-compliance” che, secondo quanto denuncia il sito china dialogue, tradiscono l’intrinseca debolezza dell’approccio top-down, è lungo e trasversale ai settori, alle province e alla scala operativa. Gran parte di essi sono connessi alla frammentazione della struttura produttiva e in quanto tali di difficile individuazione ed eventuale sanzione. Lo dimostra l’ennesima ispezione realizzata ad aprile dal Ministero per la Protezione dell’Ambiente (5.600 ispettori inviati a Beijing, Tianjin e altre 26 città del nord-ovest), che ha evidenziato il gap crescente tra la struttura normativa di riferimento e la capacità delle amministrazioni di applicarla, laddove i costi di adeguamento e le sanzioni pecuniarie superano di gran lunga il giro d’affari della grande maggioranza delle imprese.

A resistere alle rigide prescrizioni del governo in materia di ambiente sono però anche gli enormi complessi industriali dei settori tradizionali, il cui reiterato ricorso alla minaccia di mass layoff ha rappresentato una strategia dissuasiva fin qui vincente. Fin qui, appunto. Sarà una coincidenza ma il 12 luglio il Ministero dell’Industria e dell’Information Technology ha indirizzato a 5.689 imprese operanti nella produzione di acciaio, cemento, vetro, motori ecc, una nota relativa al “monitoraggio sul risparmio energetico”. Sono gli stessi settori che soffrono di overcapacity da molti anni e che resistono alle draconiane misure di ristrutturazioni previste dal governo per imporre un diverso modello di sviluppo e una logica di green economy.

Oggi, gli sforzi fatti per deprimere queste misure in nome dei costi economici e sociali devono abdicare al riconoscimento di leadership globale che il paese ha ottenuto. Questa volta c’è in ballo la reputazione della Cina sul piano internazionale e se fuori dai confini il governo continuerà a sottolineare che un reddito pro capite annuo di 8.123 dollari (dato World Bank per il 2016) impone obblighi di crescita non sempre compatibili con la protezione ambientale, dentro i confini, l’orgoglio nazionale derivato dal fortuito riconoscimento di leader globale, potrebbe modificare i rapporti di forza tra autorità e soggetti economici.

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