Il Medio Oriente negli ultimi anni ha visto frantumarsi intere aree, dove i confini degli Stati hanno perso significato e gli scontri si sono addensati su nuove linee di frattura: sciiti contro sunniti, iraniani contro sauditi, arabi contro curdi, curdi contro turchi, regimi contro popolazioni, organizzazioni terroristiche contro regimi e contro popolazioni, alleati dei russi contro alleati degli americani, e via dicendo. Il tutto secondo geometrie variabili in costante evoluzione. È successo in Iraq come in Siria, in Yemen come in Libia, in Nigeria come in Somalia. Là dove non c’è stata frantumazione si sono comunque create inquietanti crepe, possibili presagi di nuove e ulteriori crisi. L’ultima, e per gli interessi occidentali potenzialmente una delle più inquietanti, è quella che sta attraversando il fronte sunnita per via della “questione Qatar”.


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L’Arabia Saudita, che del fronte sunnita è la capofila, ha inaugurato di recente una politica estera nettamente più aggressiva che nel passato. Hanno da un lato contribuito la sensazione di stare perdendo terreno nella regione, con l’Iraq finito nell’orbita sciita dopo la cacciata del dittatore sunnita, Saddam Hussein, da parte degli Usa, con l’insurrezione degli Houthi (sempre sciiti) in Yemen, la destabilizzazione del Bahrein – dove una monarchia satellite di Riad governa su una popolazione a maggioranza sciita –, il fallimento dell’insurrezione della maggioranza sunnita in Siria e, più in generale, con l’Iran in forte ascesa grazie all’accordo sul nucleare propiziato dalla presidenza Obama e grazie alla guerra all’Isis (che ha dato a Teheran un significativo spazio di manovra). Dall’altro sta pesando la successione al trono della dinastia Saud. Dopo la morte di Re Abd Allah, nel gennaio 2015, gli è succeduto Re Salman, che si è fatto espressione dei “falchi” della famiglia reale. Nell’estate 2017 Salman ha nominato come principe ereditario il proprio figlio, e già ministro della Difesa, Muhammad, fautore della guerra in Yemen e di un confronto più aspro contro Teheran.

In questo contesto delicato la visita di Donald Trump del maggio scorso si è rivelata un boomerang per gli interessi di Washington. Partito con l’idea di propiziare una qualche sorta di alleanza tra il fronte sunnita guidato dall’Arabia Saudita e Israele in funzione anti-iraniana, il presidente americano è invece riuscito a spaccare il primo, facendo un inaspettato regalo a Teheran. La pressione di Riad, galvanizzata dal sostegno americano, sui propri alleati sunniti per andare allo scontro con l’Iran ha fatto emergere in modo evidente i vari distinguo che fino ad allora erano rimasti più o meno velatamente nascosti. Il Qatar ha incarnato il ruolo dell’alleato dissidente e su di esso si è concentrata la dura ritorsione dei Saud.

Le motivazioni dello scarto di Doha sono molteplici. Dai rapporti economici che intrattiene con Teheran – in particolare il Qatar gestisce con l'Iran il giacimento di gas South Pars/North Dome nel Golfo Persico – all’insofferenza verso la leadership saudita, dall’atteggiamento verso Israele (più morbido quello di Riad, più vicino ad Hamas quello di Doha) alla visione del prossimo futuro della regione. Il Qatar sembra infatti essere la punta dell’Iceberg di una serie di Paesi del Golfo e dintorni che preferirebbero evitare lo scontro con Teheran e, anzi, approfittare del ritorno della Repubblica Islamica sulla scena internazionale per concludere affari e aumentare gli scambi economici. Si possono iscrivere a questa lista anche il Kuwait e sicuramente l’Oman. Forse proprio per questo la reazione saudita è stata tanto violenta.

Riad ha interrotto i rapporti diplomatici, varato sanzioni economiche, imposto la chiusura dei confini (l’unico confine terrestre del Qatar è con l’Arabia Saudita) e il blocco dei trasporti. Misure molto più drastiche di quelle assunte nel 2014, quando i Saud avevano costretto con una crisi diplomatica il Qatar a cacciare dal proprio territorio alcuni leader della Fratellanza Musulmana (poi riparati in Turchia). A separare i due Paesi c’è infatti anche il diverso approccio verso questa organizzazione politica panaraba. Per Riad si tratta di terroristi – sono nemici dichiarati della monarchia saudita – mentre il Qatar li ha spesso sostenuti, specie durante la stagione delle primavere arabe.

Ed è su questa ulteriore linea di frattura che Riad è riuscita a tirare dalla propria parte, nello scontro col Qatar, anche l’Egitto, altro Paese che dopo il golpe militare del generale Al Sisi considera i Fratelli Musulmani dei terroristi e mal sopporta l’attivismo di Doha nel sostenerli. Completano la lista gli Emirati Arabi e il Bahrein, piccoli ma ricchi alleati di Riad. L’aver creato una crepa nel fronte sunnita sulla duplice questione dei rapporti con l’Iran e dell’atteggiamento verso la Fratellanza Musulmana ha però portato la crisi a un’ulteriore conseguenza: l’ingresso in scena della Turchia come forte alleato del Qatar. Ankara da anni condivide con Doha infatti il sostegno alla Fratellanza, specie nelle primavere arabe, e spesso hanno sostenuto le stesse fazioni nelle varie crisi mediorientali in corso, come in Egitto, in Libia o in Siria. Inoltre in tempi recenti – diciamo da quando la partita contro Assad è sembrata definitivamente persa per Erdogan, e ancor di più dopo il fallito golpe del luglio scorso – la Turchia si è avvicinata alla Russia di Putin e all’Iran, nel tentativo di impedire la nascita di un’entità autonoma curda in Siria e non solo. In questa crisi era dunque l’interlocutore ideale per il Qatar, ma la durezza dell’intervento turco è stata inaspettata. Ankara ha infatti garantito la propria protezione militare a Doha in caso di attacco. Quello turco è il secondo esercito della Nato. La Turchia ha già inviato propri soldati nelle basi del Paese.

Così il piccolo ma ricchissimo Stato del Golfo, sulle cui capacità di resistenza alle pressioni saudite c’erano in principio forti dubbi, si è trovato nella posizione di poter respingere le richieste di Riad per interrompere le sanzioni (spaziavano dalla chiusura della Tv Al Jazeera all’interruzione dei rapporti con l’Iran, dalla fine della presenza militare turca sul suo terreno al risarcimento dei danni causati agli altri Paesi arabi dalla sua politica estera, etc.). L’Iran in questo scenario ha avuto buon gioco a sfruttare questa crepa nel campo avversario e sta già provando ad attirare il Qatar ancor di più nella propria orbita, ad esempio impegnandosi a garantire i rifornimenti di viveri che non possono più transitare dal confine terrestre con l’Arabia Saudita.

Per la politica estera americana si tratta di una débâcle. Il Qatar ospita la più grande delle basi americane in Medio Oriente, con oltre 11 mila militari. Non averne considerato le specificità quando si è ipotizzato di poter saldare Israele e Arabia Saudita, in vista del ritorno a una politica estera aggressiva nei confronti di Teheran, è stato un errore grave. Ora Doha viene inevitabilmente attratta da Turchia e Iran, con la Russia sullo sfondo: tre Paesi che dialogano costantemente sulla Siria e sul futuro della regione in generale, e che hanno un’agenda contrapposta a quella americana. Il peso geopolitico di Mosca e Teheran è già cresciuto negli ultimi anni, e potrà solo aumentare nella crisi del fronte sunnita. Un pezzo, quello turco, si è già di fatto allontanato da tempo dall’Occidente, scottato dai legami tra Usa e curdi siriani e dalle critiche della Ue per la svolta autocratica di Erdogan. Un altro, quello qatariota, potrebbe ora seguire. Non si tratta di svolte strategiche di lungo periodo probabilmente, e niente che un nuovo corso della politica estera occidentale non possa invertire, ma al momento è difficile azzardare qualsiasi previsione. Di sicuro nella fretta di andare allo scontro con l’Iran, Donald Trump non ha saputo vedere le crepe in quello che era il suo schieramento. Che ora rischia di sfaldarsi ed essere sbocconcellato proprio da quella Teheran (con sponda del Cremlino) che si voleva tornare a contenere dopo i precedenti anni di apertura.

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