Nel giovane Qatar, l'identità nazionale pare uno dei tanti cantieri che modellano incessantemente lo skyline di Doha: di recente costruzione e in rapida evoluzione.

Un pilastro portante della narrativa patriottica che con crescente vigore si leva nelle strade dell'emirato, sovrano dal 1971, venne posato un decennio fa, quando un decreto stabilì che la Giornata nazionale, fino ad allora celebrata il 3 settembre, anniversario dell'indipendenza dal Regno Unito, dovesse traslocare con effetto immediato al 18 dicembre. In questa data, nel 1878, aveva preso il potere l'emiro Jassim bin Mohammed al-Thani, il primo capace di unificare le tribù della penisola, e nel decreto del 2007 si intravedeva la volontà della famiglia reale di legare indissolubilmente il sentimento nazionale alle gesta di un membro della dinastia, investendone di riflesso gli eredi come le sole legittime guide del Paese. E se è vero che, di recente, le tensioni interne di carattere tribale non hanno mai realmente messo a repentaglio questa impalcatura ideologica, Doha ha potuto contare su un ulteriore – e inaspettato – rinforzo arrivato da oltreconfine.

Quando nel giugno scorso Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto hanno imposto l'embargo contro il Qatar, l'obiettivo celato dietro le accuse di finanziamento del terrorismo era la destabilizzazione – politica ed economica – di un regime scomodo in primis per i suoi rapporti con l'Iran sciita, nemico giurato di Riad, e con i Fratelli Musulmani, spina nel fianco delle monarchie sunnite e del Cairo. Quest'azione, tuttavia, non ha fatto che cementare il consenso popolare attorno all'attuale emiro, e vero architetto del nazionalismo qatariota, Tamim bin Hamad al-Thani, che da principe ereditario firmò il decreto del 2007 e oggi cavalca l'isolamento per saldare le diverse anime del Paese.

Negli ultimi mesi, il leader 37enne non ha lesinato metodi autoritari nei confronti dei clan meno allineati, come la revoca della cittadinanza a 55 membri della tribù al-Murrah, radicata al confine saudita e sospettata in passato di avere sostenuto il tentato colpo di Stato del 1996 contro Hamad bin Khalifa al-Thani, padre dell'attuale sovrano. “E lo spettro del golpe è stato agitato anche a giugno”, puntualizza Annalisa Perteghella, analista dell'Ispi, “ma il rischio concreto di un regime change non è mai esistito: il potere è solido nelle mani dell'emiro, come e più di prima”.

Riad, insomma, ha fatto male i calcoli, e non solo politicamente. “La fuga di capitali che i sauditi si proponevano di innescare”, prosegue Perteghella, “non s'è verificata”, arginata a monte anche dalla spregiudicata strategia d'investimento di Doha. Una strategia volta a rassicurare l'élite economico-finanziaria e ben esemplificata dall'operazione Neymardi inizio agosto. Con l'acquisto-record del calciatore brasiliano da parte del Paris Saint-Germain, club francese di proprietà del fondo Qatar Sports Investments, l'emirato non ha voluto solo alimentare quelsoft power che ruota sempre più attorno al pallone e veicola il “brand” al-Thani in giro per l'Occidente, ma anche mostrarsi davanti al mondo immune all'isolamento. Vero solo in parte, se si considera che nei primi due mesi di embargo Doha ha bruciato riserve per 33 miliardi di euro e, sul lungo termine, è chiamata a salvaguardare quel Mondiale di calcio del 2022 per la cui organizzazione ha stanziato 187 miliardi di euro e una fetta importante della propria credibilità internazionale.

Di certo, l'economia qatariota si è adattata con sorprendente rapidità alle restrizioni commerciali imposte dai Paesi del Quartetto, nonostante questi valessero complessivamente un sesto dell'import nazionale e, specie nel caso di Arabia ed Emirati, fossero crocevia vitali di rotte intra e intercontinentali. Appoggiandosi ai porti di Sohar e Salalah nel neutrale Oman, per esempio, Doha ha aggirato lo scalo di Jebel Ali divenuto off-limits, mentre ha potuto mantenere stabile l'offerta di beni alimentari sul mercato interno grazie ai rifornimenti di Turchia e Iran.

Proprio Teheran, sotto il profilo geopolitico, s'è scoperta paradossalmente il maggior beneficiario dell'azione del Quartetto, che ha sfruttato per avvicinarsi ad Ankara, un tempo più in sintonia con le istanze saudite, e insieme rafforzare i legami con Doha: la Turchia condivide con il Qatar il sostegno ai Fratelli Musulmani; l'Iran l'avversione per l'Arabia Saudita e, soprattutto, il più grande giacimento di gas naturale liquido al mondo, il South Pars/North Dome, decisivo nel permettere all'emirato, col via alle esportazioni del 1997, di sganciarsi dall'orbita saudita e finanziare la sfida all'ingombrante vicino sciita sul palcoscenico internazionale.

Ankara e Teheran hanno già lavorato fianco a fianco alla definizione delle de-escalation zones in Siria, a settembre, e un'ulteriore saldatura potrebbe rivelarsi critica per i curdi del Rojava, invisi sia alla Turchia, perché legati al Pkk, sia all'Iran, sponsor di Damasco. Se poi il feeling tra RecepTayyipErdoğan e il nemico giurato di Washington HassanRouhani dovesse perpetuarsi, pur rimanendo circoscritto a dossier di comune interesse viste le ambizioni egemoniche di entrambi, si profilerebbe all'orizzonte un deterioramento delle già tese relazioni turco-statunitensi, capace di allontanare - forse definitivamente - Ankara dalla Nato.

Da parte loro, spiega l'ex ambasciatore italiano a Riad Armando Sanguini, “gli Usa si trovano stretti tra due fuochi: un’Arabia Saudita investita da Donald Trump del potere di rimodellare a piacimento gli equilibri regionali e un Qatar che ospita la più grande base americana nel Medio Oriente, al-Udeid”. Un intreccio che metterà alla prova i rapporti tra gli Stati Uniti e i due Paesi del Golfo, e impedirà alla Casa Bianca di prendere posizioni che non siano di facciata anche nelle dispute future.

Chi invece si è schierato senza esitazioni è Israele, in una convergenza tanto inedita quanto strategica con l'Arabia Saudita che difficilmente durerà nel tempo ma, evidenzia Sanguini, “per ora risponde alla priorità di entrambi: contrastare l'Iran e, nel caso di Tel Aviv, la minaccia sciita ai confini libanese e siriano”. Non solo. La crisi del Golfo ha portato a un ripiegamento da Gaza del Qatar, fino a quel momento finanziatore principe della Striscia, e aperto un varco in cui si sono insinuati a suon di milioni gli Emirati, che stanno riuscendo nell'intento di calamitare nella propria sfera d'influenza una Hamas slegatasi nel frattempo dai Fratelli Musulmani.

Dalla vecchia Persia al Mediterraneo, si allarga così la faglia che, sullo scacchiere internazionale, spinge verso poli contrapposti il Qatar, da una parte, e l'Arabia Saudita, gli Emirati e il Bahrein, dall'altra. E allargandosi inghiotte la residua credibilità del Consiglio di Cooperazione del Golfo nel suo insieme: nato nel 1981 per riunire gli attori della regione sotto lo stesso tetto, nell'utopica rincorsa a una maggiore integrazione economica e politica, ora giace privo di significato, senza una moneta unica né una direzione comune. Sempre più simile a un cantiere abbandonato.

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