L’incontro con Mevlut Cavusoglu, a Roma, si è svolto a margine del Foro di dialogo tra le società civili, che ha registrato la volontà di un paese fondatore dell’Unione come l’Italia e dell’eterno candidato di superare il gelo Unione Europea-Turchia degli ultimi tre anni, gelo ereditato dalle ossessioni sarkozyane, da un lato; e perpetuato dal caos conseguito al tentato colpo di Stato di luglio 2016, dall’altro.

Il Ministro si è prestato con disponibilità alle nostre domande, fornendoci il suo punto di vista su tutti i dossier più critici sul tappeto, dai rapporti difficili con l’Unione al gelo Merkel-Erdogan, dalla pax siriana al suo giudizio sul trumpismo. Per concludere con la visione del suo paese fra 10 anni.

In Europa, siamo abituati a leggere reportage sulla Turchia sempre influenzati dal nostro fastidio per il mancato rispetto di diritti fondamentali, come la libertà di stampa e il diritto di opinione. Ci sembra dunque utile offrire una versione autentica di chi oggi sta provando a condurre il paese fuori dall’emergenza post-tentativo di colpo di Stato, senza farci condizionare da temi che andranno approfonditi e risolti una volta fuori dallo stato di emergenza, quando il paese potrà finalmente annunciare il ritorno alla normalità.

Sig. Ministro, come mai un paese, che prima di intraprendere il processo di adesione aveva trascorsi lunghi e privilegiati con l'Unione Europea, ora è ai ferri corti con Bruxelles? Cos’ha portato al deterioramento del rapporto Turchia-Unione Europea?

«I rapporti tra Turchia e Unione Europea hanno sempre avuto "alti e bassi". Ma la Turchia ha sempre considerato il rapporto con la Ue e il processo di adesione come priorità strategiche della propria politica estera. Nel corso degli anni, ci siamo impegnati a fondo per diventare membri dell'Unione. Intendiamo completare il processo di adesione e ci aspettiamo che l’Unione Europea riconosca i nostri sforzi.

Che i rapporti con la Ue non siano improntati a una reciproca fiducia è forse vero. La scarsa solidarietà dimostrata verso il popolo turco dopo il fallito golpe ci ha dato l'impressione che l’Unione Europea non abbia ben compreso la dimensione e la gravità delle sfide che la Turchia ha dovuto affrontare. Ci sembra inoltre che siano stati adottati doppi standard nel criticare l'operato turco, in particolare nella lotta al terrorismo.

Per ristabilire il rapporto di sempre, l’Unione Europea dovrebbe onorare le proprie promesse riguardo alla modernizzazione dell'Unione doganale, la liberalizzazione dei visti e il versamento dell'intero stanziamento promesso per far fronte al costo dei rifugiati siriani. L'Unione dovrebbe smettere di politicizzare i negoziati per l'adesione, che dovrebbero essere prettamente tecnici, e rimuovere gli ostacoli politici, spesso artificiosi, che pesano su alcuni capitoli del negoziato.

Noi siamo comunque convinti che i rapporti di lavoro con l’Unione Europea si normalizzeranno nel prossimo futuro».

I rapporti tra Turchia e Germania sono stati per lo meno turbolenti, ultimamente ma, al di là della buona volontà dei due leader, quali azioni concrete dovrebbero intraprendere i due Stati per migliorare i loro rapporti?

«La Germania è il nostro primo partner commerciale e un alleato NATO. Abbiamo strettissimi legami commerciali, politici, e perfino culturali con questo paese e interessi comuni a livello regionale e internazionale. La popolosa comunità turca in Germania è uno stimolo costruttivo, direi.

È vero anche che, recentemente, siamo stati in disaccordo su questioni importanti. Una è la cooperazione nella battaglia contro il terrorismo. La tolleranza mostrata dalla Germania verso le attività del PKK e di FETÖ è per noi inaccettabile. E la retorica negativa usata da alcuni attori politici durante la campagna elettorale tedesca ha contribuito ad avvelenare l'atmosfera.

A noi preme avere rapporti bilaterali radicati in tanti settori. Crediamo che le divergenze si debbano affrontare attraverso il dialogo, evitando dichiarazioni pubbliche inutilmente polemiche. Dopo le elezioni tedesche, il nostro presidente, il primo ministro e io stesso abbiamo fatto dichiarazioni pubbliche di apertura, abbiamo sottolineato di essere pronti a una normalizzazione. Chiaramente, ci aspettiamo azioni tangibili da parte tedesca nella battaglia contro il terrorismo: misure chiare ed efficaci contro il PKK e FETÖ sarebbero un primo passo.

Nelle ultime settimane, abbiamo preso contatto per affrontare le nostre differenze e capire quali passi fare reciprocamente: la mia controparte tedesca è venuta in Turchia, stiamo mantenendo aperti i canali di dialogo e stiamo aspettando di poter riprendere i colloqui con il nuovo governo tedesco».

Dal 2016, Ankara ha stretto accordi con Russia e Iran per trovare una soluzione al conflitto siriano. Che impatto può avere questo cambio di rotta sul ruolo rivestito dalla Turchia nella regione e come può funzionare questa alleanza tripartita, visti i diversi obiettivi strategici?

«Con una frontiera di 911 km con la Siria, la Turchia auspica che la Siria diventi stabile, prosperosa e democratica al più presto. A patto che mantenga la propria unità politica e territoriale e sia governata secondo le legittime aspirazioni del suo popolo.

Per ottenere ciò, dal 2016 collaboriamo con la Russia, stabilendo prima un cessate il fuoco per Aleppo e portando così in salvo 45.000 persone. Abbiamo poi lavorato per allargare la portata del cessate il fuoco. Grazie ai nostri sforzi congiunti, il 30 dicembre 2016, il cessate il fuoco è stato esteso all'intera Siria. Per rafforzare questo risultato, abbiamo promosso i negoziati di Astana, invitando sia la Russia che l'Iran, un altro protagonista sul campo. L'obiettivo condiviso dei tre garanti di Astana è stato di vedere ridotta la violenza sul terreno e l'introduzione di azioni atte a ricostruire la fiducia tra le parti in conflitto, in modo da preparare il terreno per una proposta di soluzione politica.

Il successo degli incontri di Astana è stato unanimemente riconosciuto. Una delle conquiste di questa cooperazione trilaterale è stato l'insediamento di zone di distensione sul terreno, dove la violenza si è molto ridotta. Abbiamo previsto di continuare la cooperazione con Russia e Iran in modo da accelerare il processo di Ginevra e giungere a una soluzione politica permanente del conflitto siriano».

Durante la presidenza Obama, i disaccordi sulla Siria tra Ankara e Washington si sono ampliati. Come sono cambiati i rapporti Con gli Stati Uniti di Donald Trump?

«La Turchia e gli Stati Uniti sono alleati e partner strategici. Abbiamo rapporti da lungo tempo, collaboriamo intensamente su molti fronti e abbiamo una lunga storia di solidarietà e alleanze militari. Il nostro è un rapporto robusto e duraturo.

E' vero che con l'Amministrazione Obama ci sono state delle divergenze e persino del disappunto su alcuni temi cruciali. Le nostre differenze in Siria e più tardi nella definizione di strategie anti-DAESH si sono manifestate nei rapporti con la precedente amministrazione, anche se i rapporti tra Turchia e Usa sono ben collaudati, non solo per le molte sfide affrontate insieme nel passato, sia bilateralmente che sotto l’egida NATO e ONU, ma anche per la collaborazione di questi giorni su una vasta gamma di dossier, inclusi la Siria e l'Iraq, oltre alla migrazione illegale e al contro-terrorismo. C'è molto altro che potremmo fare insieme su queste questioni.

La nostra preoccupazione attuale nei prossimi rapporti con gli Stati Uniti è il sostegno per il PYD/YPG in Siria e per FETÖ. Dobbiamo sforzarci di collaborare di più su questi temi per trovare soluzioni.

Quali alleati di lunga data, teniamo i canali di comunicazione aperti. Il Presidente Erdogan e il Presidente Trump hanno una consuetudine di rapporti molto frequenti e franchi, riconoscendo entrambi la vitale e strategica importanza dei rapporti Turchia-Stati Uniti.

Il nostro Primo Ministro Banili Yildirim ha visitato gli Usa recentemente e ha avuto colloqui molto schietti con il Vice-Presidente Pence. Anch'io ho incontri e telefonate con il mio omologo il Segretario di Stato Rex Tillerson. Siamo convinti che possiamo superare le difficoltà attraverso il dialogo, la consultazione e la buona fede».

Guardando al futuro, tra dieci anni, che aspetto pensa avrà il suo paese?

«Quasi tutti prevedono che la Turchia sarà tra le potenze in crescita nel 21° secolo. Le previsioni variano riguardo alla dimensione della futura economia, ma tutte prevedono una crescita costante e significativa per i decenni a venire. La Turchia attualmente è la 17ma economia al mondo e la 6° in Europa.

Presto verranno messi in cantiere ulteriori grandi investimenti e progetti infrastrutturali. Stiamo investendo nelle energie rinnovabili. Stiamo lavorando alacremente per aggiornare le basi tecnologiche della nostra economia. Stiamo anche lavorando per raggiungere obiettivi di sviluppo sostenibili.

La nostra politica estera si basa sul principio cardine "Pace in casa, e pace nel mondo". Noi adottiamo un approccio pro-attivo e umanitario nel condurre la nostra politica estera. La Turchia sta promuovendo iniziative su questioni regionali e internazionali che dovrebbero portare a una risoluzione pacifica dei conflitti, sfruttando in particolar modo la mediazione.

La Turchia continuerà a essere un partner forte e fidato per i nostri amici e alleati, inclusa l'Italia. Ma in primo luogo, vogliamo continuare a rafforzare e migliorare i principi fondamentali della nostra repubblica democratica, secolare e sociale basata sullo stato di diritto. Non sorprende perciò che le previsioni per il futuro della Turchia siano così rosee».

Il Ministro ci ha promesso di rivederci fra un anno ad Ankara, per verificare insieme se la storia degli eredi di Ataturk stia rispettando le sue previsioni…

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