L’ISIS allo stremo? Sembra improbabile che il gruppo riesca a risollevarsi dalla perdita di Raqqa e Mosul. Nell’ultimo decennio l’ISIS si è macchiato di crimini efferati e distruzioni su vasta scala, piantando il seme del conflitto settario nella regione. Ma da un punto di vista strategico la presenza dell’ISIS ha contribuito soprattutto a riaprire le porte alle grandi potenze globali e regionali.

Al Qaeda non ha mai fornito facili bersagli geografici, preferendo far leva sulla propria forza ideologica. A dispetto della rivalità tra le due organizzazioni, al Qaeda aveva infatti sconsigliato all’ISIS di dichiarare il Califfato. Nel 2014 l’ISIS controllava più di 88.000 km quadrati di territorio tra Siria e Iraq, dalla costa mediterranea fino a sud di Baghdad. Da allora i confini di Siria e Iraq sono stati ridefiniti e la situazione è cambiata. Ci sono voluti quasi tre anni affinché il regime siriano (appoggiato dall’esercito russo, da milizie sponsorizzate dall’Iran e da Hezbollah), le Forze democratiche siriane (appoggiate dagli Usa), l’Esercito siriano libero (sostenuto da Turchia e Qatar), i Peshmerga del Kurdistan, le Forze armate irachene, le Forze di mobilitazione popolare (sostenute dall’Iran e dalle milizie iraniane) e una coalizione di 69 Paesi riuscissero a fermare questa calamità e porre fine all’esistenza del cosiddetto califfato.

La sconfitta dell’ISIS, ma anche la sua ascesa, recano l’inequivocabile impronta delle potenze regionali e internazionali. Durante l’occupazione americana dell’Iraq una decina di anni fa l’ISIS non era che una piccola propaggine di al Qaeda in Iraq (AQI). Nel 2006, in seguito all’uccisione del fondatore Abu Musab al-Zarqawi, il nuovo leader Abu Ayyub al-Masri annunciò la creazione dello Stato Islamico dell’Iraq (ISI). Successivamente Abu Omar al-Baghdadi guidò poi l’organizzazione terroristica fino al 2010, anno in cui fu ucciso e rimpiazzato dal famigerato Abu Bakr al-Baghdadi. Tre anni dopo Baghdadi era riuscito ad assorbire Jabhat al-Nusra (o Fronte al-Nusra), ramo siriano di al Qaeda, e a ribattezzare l’organizzazione Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Daesh, ISIL o ISIS). Nel 2014 l’ISIS decide di separarsi dalla “casa madre”, al Qaeda, che a sua volta taglia i rapporti dopo mesi di lotte intestine con il Fronte al-Nusra.

Da allora l’ISIS è cresciuta ed è riuscita ad accaparrarsi in poco tempo ampie porzioni di territorio in Siria e Iraq. Ritengo che un evento in particolare abbia segnato una svolta nel ciclo vitale dell’ISIS: l’evasione sospetta di almeno 500 detenuti (tutti condannati alla pena capitale), tra cui alti esponenti di al Qaeda, dalla famigerata prigione irachena di Abu Ghraib nel 2013. Secondo molti osservatori questa fuga di massa da un carcere di massima sicurezza avrebbe gettato le fondamenta per la rapida ascesa dell’ISIS. Appena qualche mese dopo l’ISIS controllava un terzo dell’Iraq e nel giugno 2014 si impossessava di Mosul e Tikrit.

La conquista di Mosul è un vero enigma: la seconda maggiore città irachena era sorvegliata da 60.000 agenti della sicurezza, di cui 30.000 soldati addestrati (due divisioni) e 30.000 agenti della polizia federale, mentre si stima che i miliziani dell’ISIS fossero tra gli 800 e i 1.500. Questo significa che le forze ufficiali irachene superavano i combattenti dell’ISIS con un rapporto di oltre 15 a 1. Come se non bastasse, i combattimenti a Mosul si sono protratti per sei giorni; Baghdad avrebbe potuto inviare dei rinforzi e chiedere il supporto aereo degli Usa e di altri Paesi. La caduta di Mosul, città ricca di petrolio e con un tesoro di oltre $400 milioni (€322,6) in contanti, ha tutta l’aria di un passaggio di consegne.

Queste osservazioni ci portano a concludere che l’ascesa e il declino dell’ISIS siano stati orchestrati. Prendiamo, ad esempio, l’intervento delle milizie sciite di Hezbollah in Siria. Hezbollah è considerato un’organizzazione terroristica dalle potenze occidentali e persino da svariati Paesi arabi. Hezbollah e le sue forze rappresentano una minaccia imminente per Israele. Eppure Hezbollah è riuscito a dispiegare migliaia di truppe dal Libano alla Siria e ad attraversare un confine internazionale senza suscitare critiche o reazioni significative.

Analogamente stupisce il fatto che decine di migliaia di foreign fighters dell’ISIS siano penetrati in Iraq e Siria sotto gli occhi di quasi tutti i servizi di intelligence del pianeta. A una conferenza stampa del 17 ottobre 2017 il colonnello americano Ryan Dillon, un portavoce della coalizione guidata dagli USA, ha affermato che il flusso di reclute straniere dell’ISIS è passato da una media di circa 1.500 combattenti al mese a quasi zero. Un dato che solleva molti sospetti riguardo al possibile ruolo giocato da certe potenze regionali e globali nel facilitare l’ingresso e/o l’uscita dei miliziani dell’ISIS.

Secondo le stime americane nel 2014 il numero di foreign fighters che avevano aderito all’ISIS ammontava a 40.000. Supponendo che il numero di combattenti locali (dall’Iraq, dalla Siria e dai Paesi vicini) fosse più o meno lo stesso, l’ISIS avrebbe disposto di almeno 70-80.000 combattenti in Siria e in Iraq. Ma dati più recenti rivelano che nelle due maggiori città, Mosul e Raqqa, non sono stati trovati più di 2.000 corpi di miliziani dell’ISIS, e tra Iraq e Siria non dovrebbero essere rimasti più di 15.000 combattenti. Dove sarebbero finiti gli altri 65.000? La logica ci suggerisce che o gli USA hanno ingigantito gli effettivi dell’ISIS o qualcuno ha aiutato i foreign fighters a fuggire.

Allo stesso modo si potrebbe pensare che i lanci aerei delle Forze speciali USA a Deir ez-Zor alcuni mesi fa siano stati effettuati al fine di evacuare guerriglieri e sostenitori dell’ISIS prima dell’arrivo dei russi e dei loro alleati. La Russia ha recentemente accusato gli americani di cospirare con l’ISIS con l’intento di appropriarsi della parte orientale della città di Deir ez-Zor e delle zone a est dell’Eufrate prima dell’arrivo dell’esercito siriano e dei suoi alleati. L’occupazione del campo petrolifero al-Omar da parte delle Forze democratiche siriane, alleate degli USA, prima dell’arrivo dell’esercito siriano che si trovava a soli 3 km di distanza, suscita non pochi dubbi, soprattutto se si considerano le perplessità espresse da Sergey Lavrov rispetto al ritiro dell’ISIS dalla provincia di al-Hasakah a vantaggio degli americani.

Da un punto di vista strategico l’ISIS e lo slogan della lotta al terrorismo hanno fornito una comoda copertura a molti Paesi: agli USA per tornare in Siria e in Iraq, alla Russia per l’intervento in Siria, all’Iran per stabilire la propria presenza ufficiale in Siria e in Iraq, e per le attività di Turchia, Israele, Arabia Saudita, EAU e Qatar. L’esistenza dello pseudo-Stato dell’ISIS ha servito perfettamente gli interessi delle potenze intervenute. L’esercito e le risorse di Iraq e Siria ne escono indeboliti (entrambe i Paesi costituivano una potenziale minaccia), i combattenti sciiti (Hezbollah e la Guardia rivoluzionaria iraniana) e i militanti sunniti (ISIS, al Qaeda e al-Nusra) hanno esaurito il proprio potenziale, le sfere di influenza delle varie potenze sono state ridisegnate, la dipendenza dal sostegno politico e militare delle potenze straniere è aumentata, e le risorse della regione (il petrolio in primis) sono state sfruttate e abusate. Stando a numerose inchieste la principale fonte di guadagno dell’ISIS consisteva nella produzione e nel contrabbando di petrolio, che vedeva segretamente coinvolti anche altri grandi attori, incluso il governo siriano.

Alla luce di queste considerazioni ritengo che il caos e l’anarchia risultati dalla presenza dell’ISIS siano stati favoriti da potenze regionali e globali che speravano di ampliare la propria sfera d’influenza, stabilire una presenza militare duratura e trarre vantaggi economici dal proprio intervento. La minaccia dell’ISIS non è affatto scomparsa. Nell’ultimo decennio l’organizzazione ha dimostrato una notevole abilità di reclutare nuovi membri, e gli Stati deboli e disgregati offrono un terreno fertile alle organizzazioni terroristiche e alla radicalizzazione.

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