Non è stata l’inizio e non sarà la fine del conflitto in Siria e del caos in Medio Oriente, ma la guerra contro lo Stato Islamico è stata uno dei momenti fondamentali della storia recente. Si è conclusa con la sconfitta del Califfato, la creatura nata dalla mente di ex ufficiali dei servizi segreti di Saddam Hussein che avevano capito come sfruttare le debolezze congiunte dell’Iraq post-dittatura baathista e della Siria investita dal vento delle Primavere arabe a inizio di questo decennio. Il mix di abilità tattiche e militari degli ex ufficiali baathisti e di presa del fanatismo islamico su parte delle comunità sunnite – soprattutto in Siria, sconvolta dalla guerra civile, e in Iraq, dove era sopravvissuto il brodo di cultura dell’Al Qaeda in Iraq del famigerato Al Zarkawi, ma non solo – aveva portato lo Stato Islamico a occupare, tra il 2014 e il 2015, un territorio a cavallo tra Iraq e Siria pari a quello del Regno Unito. Le sigle del terrorismo jihadista locale – dalle Filippine alla Nigeria – si affrettavano allora a giurare fedeltà al Califfo, decine di migliaia di foreign fighters accorrevano da Asia, Europa e Africa sotto le bandiere nere dell’Isis, le immagini raccapriccianti delle esecuzioni “spettacolari” sconvolgevano l’Occidente e galvanizzavano i jihadisti e i loro simpatizzanti, uno stillicidio di attentati (spesso compiuti da persone disturbate, “lupi solitari”, e solo raramente da cellule organizzate) insanguinava il mondo e diffondeva la paura.


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Ora, circa tre anni dopo, pare tutto finito. Il rischio di attentati in Europa e non solo rimane, ovviamente, ma il mito dello Stato Islamico e la sua presenza territoriale sono stati spazzati via. Poche sacche di deserto sono quel che resta del Califfato che un tempo controllava città di centinaia di migliaia di abitanti come Mosul, Raqqa, Ramadi e Kirkuk, che costruiva scuole islamiche per indottrinare i bambini, imponeva codici di condotta e abbigliamento, terrorizzava e massacrava le minoranze, distruggeva le meraviglie archeologiche degli “infedeli”, riscuoteva le tasse, vendeva petrolio e ci pagava (meglio di tutte le altre milizie) i suoi combattenti. Le bombe della coalizione a guida Usa, la riscossa dell’esercito siriano aiutato dall’Iran e dalla Russia, quella dei Peshmerga curdi-iracheni, dell’esercito iracheno aiutato dagli Usa e dalle milizie sciite filo-iraniane, l’eroica resistenza prima e controffensiva poi dei curdi siriani sono tutti tasselli della sconfitta finale dello Stato Islamico. Ma chi ha vinto e chi ha perso, a parte il Califfato medesimo, questa battaglia?

I due principali vincitori sono la Russia e l’Iran. Non tanto perché abbiano contribuito più degli altri a sconfiggere lo Stato Islamico, ma perché sono i due attori che hanno tratto maggiore vantaggio dalla battaglia prima e dalla vittoria poi. Mosca era intervenuta in Siria nel settembre 2015 per evitare che cadesse il regime di Assad, alleato del Cremlino che ospita l’unica base navale russa nel Mediterraneo. La presenza dello Stato Islamico ha in primo luogo fornito a Putin un ottimo pretesto per intervenire, ma non solo. Ha anche reso zoppa la condotta del rivale statunitense. Gli Usa non hanno voluto abbattere Assad proprio per evitare di lasciare campo libero all’Isis e alle altre sigle jihadiste, e quindi non hanno attaccato Damasco nel 2013 dopo l’uso di armi chimiche e sono stati molto prudenti nell’armare le milizie ribelli sunnite. Allo stesso tempo non hanno voluto attaccare direttamente via terra l’Isis, non avendo una strategia per il dopo. Anche il rafforzamento dei nemici dell’Isis ha creato diversi problemi agli Usa. Alcuni erano impossibili da aiutare direttamente: il regime di Assad e le milizie sciite alleate dell’Iran (tra cui la libanese Hezbollah) sono nemici di Washington, oltre che dei suoi alleati sauditi e israeliani (già furiosi per il “nuclear deal” con Teheran). Gli insorti siriani “moderati” si sono rivelati inaffidabili. Inoltre anche l’aiuto Usa ai curdi siriani del Ypg, la forza di terra più efficace contro l’Isis nel corso della guerra, è stato centellinato per evitare di indispettire troppo la Turchia, che nel Ypg vede un’organizzazione terroristica legata al Pkk.

Così, anche se l’America ha dato un contributo maggiore rispetto alla Russia alla sconfitta dello Stato Islamico, in particolare nelle due battaglie principali di Mosul e Raqqa, i dividendi di questa vittoria sono stati incassati più da Mosca che da Washington. La Russia è vista da tutti gli attori mediorientali come la potenza che sta guadagnando terreno nella regione, mentre gli Usa come quella che ne sta perdendo. La Turchia, inizialmente ostile con Mosca, si è sempre più spostata (per necessità, per salvare il salvabile del proprio interesse strategico in Siria) su una linea filo-russa. L’Arabia Saudita, altra sconfitta della guerra in Siria, riconosce apertamente l’importanza delle relazioni col Cremlino. Il Qatar ha seguito la Turchia nel processo di allontanamento da Riad e avvicinamento a Mosca e Teheran. Lo stesso Iran, che pure sta tra i principali vincitori, ha dovuto constatare che senza l’intervento della Russia le sorti della guerra in Siria sarebbero state diverse. Ora il Cremlino ha potuto disseminare il territorio siriano di basi militari che gli danno una profondità strategica senza precedenti nel Mediterraneo Orientale e in Medio Oriente. Ha portato in loco sistemi avanzati anti-missile (S-400) che gli danno il predominio sui cieli della regione. Ha coltivato i rapporti con tutte le parti (asse sunnita, asse sciita, Israele e non solo) e si è in generale posta al centro del Grande Gioco che si è rimesso in moto in Medio Oriente nell’ultimo decennio.

Allo stesso modo l’Iran si può considerare uno dei vincitori. Come la Russia, è riuscito a sfruttare la presenza dello Stato Islamico prima per salvare Assad, e poi per espandere la propria influenza nella regione. L’Iraq è infatti ora più vicino all’Iran di quanto non sia mai stato in passato – cosa che aumenta le preoccupazioni di Riad e Tel Aviv – e le milizie sciite (Hezbollah in primis) sono più armate, addestrate e diffuse che mai nell’area. Lo stesso Qatar, prima alleato di Riad, dopo la crisi diplomatica con i Saud si è spostato verso Teheran. La Repubblica Islamica inoltre ha visto la propria reputazione internazionale, già migliorata grazie all’accordo sul nucleare e alla presidenza “moderata” di Rouhani, guadagnare grandemente dalla battaglia contro lo Stato Islamico. I Paesi europei, che con Teheran vogliono fare affari dopo il “nuclear deal”, sono più forti nell’osteggiare la linea dura di Trump contro l’Iran grazie al miglioramento dell’immagine internazionale della potenza sciita, anche nel confronto con la monarchia wahabita saudita (che non a caso di recente sta provando a dare al mondo un’immagine di sé più moderna e meno legata a una visione conservatrice e fanatica dell’Islam).

Un terzo vincitore ma parziale, della battaglia contro il Califfato sono i curdi-siriani del Ypg. Sono riusciti infatti a liberare i propri territori (il Rojava) dall’Isis e ad amministrarli autonomamente, liberandosi così anche dalla dittatura di Assad, con cui hanno poi avviato relazioni diplomatiche talvolta tese ma talvolta produttive. Hanno ricevuto armi e materiale dagli Stati Uniti, che in Siria hanno così assicurato una propria presenza (pare circa duemila uomini e alcune basi). Dovrebbero, ma il condizionale è d’obbligo, ottenere un qualche riconoscimento della propria forza e del proprio ruolo nella Siria del domani. Ma la loro vittoria contro lo Stato Islamico e i buoni rapporti con gli Usa (e in parte anche con la Russia) hanno scatenato una violenta reazione da parte della Turchia che, potendo offrire molto di più in termini di peso strategico sia alla Casa Bianca che al Cremlino, sta ottenendo pian piano di erodere il territorio curdo-siriano per occuparlo con le proprie forze. Dopo molte scaramucce minori, a gennaio 2018 Ankara ha attaccato in forze il cantone di Afrin, e non è al momento chiaro che sviluppi potranno esserci in futuro.

Gli sconfitti della battaglia contro il Califfato sono speculari ai vincitori. Nonostante il suo contributo determinante alla caduta dello Stato Islamico, Washington ha più perso che guadagnato da questa partita, a tutto vantaggio della Russia. L’Arabia Saudita ha perso lo scontro con l’Iran in Siria e si è indebolita a livello regionale. La Turchia ha logorato la sponda con l’Occidente, è stata costretta a rinunciare ad abbattere Assad e alle sue ambizioni di potenza regionale e si è dovuta sottomettere alla Russia, e ora vede il pericolo di un’entità autonoma curda al proprio confine meridionale crescere enormemente. Gli attori locali – il regime così come i ribelli – sono nei fatti entrambi sconfitti, in quanto praticamente del tutto privati di ogni autonomia decisionale.

Completa la lista degli sconfitti l’Europa, che alla battaglia contro lo Stato Islamico praticamente non ha partecipato. Pur essendo il bersaglio occidentale più colpito dal terrorismo dell’Isis, il suo contributo si è limitato al supporto della coalizione a guida Usa, ma quella che sarebbe potuta essere un’occasione storica per aggregare l’interesse strategico europeo contro un nemico “perfetto” e cercare di guadagnare influenza in uno scenario che – per la prevenzione del terrorismo, per la gestione dei fenomeni migratori e delle risorse naturali – è strategico per il vecchio continente, è andata in gran parte sprecata.

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