DA NEW YORK James Fontanella-Khan

La triste verità è che agli Stati Uniti il risultato delle prossime elezioni italiane non interessa granché. L’Amministrazione Trump è troppo impegnata a tentare di risolvere una serie di problemi in casa (in particolare l’inchiesta sull’ingerenza russa nelle elezioni presidenziali) per potersi preoccupare delle sorti di una delle principali economie europee. Sicuramente Donald Trump sarebbe felice se un uomo che gli somiglia praticamente in tutto dovesse riprendere il controllo del Bel paese.


LEGGI ANCHE : Mattatori ancora Di Maio e Salvini e le altre notizie dall'Italia


Trump non potrebbe che rallegrarsi del ritorno di Silvio Berlusconi sulla scena politica. Gli opinionisti di tutto il mondo hanno ripetutamente rimproverato a entrambi la tendenza al politicamente scorretto, l’atteggiamento da intrattenitori e gli scandali sessuali. Ma in generale l’opinione pubblica americana è sconcertata di fronte al possibile ritorno del miliardario ottantenne che molti avevano ormai relegato a un’epoca passata della politica italiana. Dopotutto il magnate italiano dei media e della finanza è uno zimbello negli Usa, conosciuto più per i suoi Bunga Bunga party a sfondo sessuale che per le sue doti di statista. Secondo alcuni l’ascesa di Trump avrebbe favorito il ritorno in politica di Berlusconi. Molti esperti a Washington e New York ritengono che la politica nepotista e mendace di Trump faccia sembrare Berlusconi un politico rispettabile. Quel che è certo è che Trump e il suo entourage non verseranno lacrime per la disfatta del Partito democratico e del suo leader Matteo Renzi, uno dei pochi leader mondiali a schierarsi apertamente con Hillary Clinton alle elezioni presidenziali americane del 2016.

A Trump piacciono anche gli alleati di Berlusconi, tra cui Matteo Salvini, leader della Lega Nord, e Giorgia Meloni, leader del partito di estrema destra Fratelli d’Italia. Se Trump e Berlusconi hanno una storia personale molto simile, i messaggi politici di Salvini e Meloni si avvicinano di più alla sua retorica nazionalista e anti-immigrazione. Salvini ha fatto il tifo per Trump alle elezioni del 2016 e negli ultimi mesi si è ispirato a molti slogan della campagna del magnate di New York, ad esempio con il suo “Prima gli italiani”. Anche i suoi manifesti prendono spunto da quelli del Presidente statunitense.

Un eventuale ritorno di Berlusconi sarà accolto di buon grado (ma con toni più sommessi) anche da quei membri dell’establishment repubblicano che lo ricordano come un alleato affidabile durante la guerra in Iraq, quando altre nazioni europee si opposero all’invasione voluta da George W. Bush. Gli esperti più pragmatici a Washington ritengono che, visto il crollo dei consensi per Renzi, un governo guidato dalla coalizione di Berlusconi (invece che dal partito anti-sistema Movimento 5 Stelle, o M5S) sarebbe il male minore.

Fondato dal comico genovese Beppe Grillo più di un decennio fa, oggi M5S è la principale forza politica del Paese, con quasi il 30% dei consensi. Secondo molti osservatori politici a Washington la vittoria di M5S sarebbe un incubo e metterebbe in crisi i rapporti tra Usa e Italia. Vista la frammentazione del panorama politico italiano e la possibilità che le elezioni del 4 marzo non consegnino l’esecutivo ad alcun partito o coalizione, si spera che Roma sia in grado (come ha già fatto in passato) di trovare un compromesso che garantisca stabilità al Paese.

Gli ultimi sondaggi dimostrano che alla quasi maggioranza degli Italiani comincia a piacere l’idea di una grande coalizione, che includerebbe parte della destra di Berlusconi e l’ala più moderata del Partito democratico. In generale l’establishment della politica estera di Washington è rimasto piacevolmente colpito da Paolo Gentiloni. L’ex ministro degli Esteri è stato nominato Premier nel dicembre del 2016 al posto di Renzi, che aveva annunciato le proprie dimissioni dopo aver perso il referendum per la riforma della legge elettorale.

Gentiloni era pressoché sconosciuto all’establishment di Washington, ma si è rivelato (accanto al Presidente Sergio Mattarella) una guida solida per l’Italia, che, non dimentichiamolo, fa parte del Gruppo dei sette Paesi più ricchi al mondo insieme a Usa, Germania, Francia, Regno Unito, Giappone e Canada. Per molti il miglior scenario possibile sarebbe un Gentiloni 2.0.

DA PECHINO Romeo Orlandi

Cosa si aspetta la Cina dalle elezioni italiane del 4 marzo? La domanda meriterebbe un’analisi approfondita, forse così complessa da sconfinare nell’inconcludenza. Con il rischio di un’eccessiva semplificazione la risposta appare immediata: Pechino vorrebbe che le urne diano vita a un governo amico. L’affermazione va comunque accompagnata da una riflessione sull’importanza che per la Cina assumono i rapporti con l’Italia.

Per una paradossale inversione della storia, il gigante asiatico è oggi l’araldo della globalizzazione, mentre gli Stati Uniti − il simbolo del capitalismo − invocano misure protettive e ambiscono alla costruzione di muri. In realtà, la Cina ha sviluppato la parte economica della globalizzazione, stimolandone certamente il commercio internazionale. In via di principio non esisterebbero dunque contrasti con l’Ue e l’Italia. Tutti sostengono la libera circolazione delle merci. La concessione del MES, Market Economy Status, alla Cina è però ancora dibattuta e non ha trovato soluzione. Mentre Pechino sostiene che il riconoscimento è automatico, a 15 anni di distanza dal suo accesso al WTo, Bruxelles richiede ancora una verifica. La recente decisione di imporre delle misure restrittive sull’acciaio cinese accusato di vendite in dumping, dimostra che una decisione è lontana e combattuta. Come noto, l’Italia non è ancora pronta a considerare la Cina un’economia di mercato e dunque a rinunciare alla possibilità di imporre misure laddove dentro la Grande muraglia avvengano violazioni delle norme internazionali sul commercio.

Appare evidente che una variazione della posizione italiana, allineata così all’Europa settentrionale che favorisce la concessione del MES, sarebbe benvenuta in Cina. È difficile in ogni caso immaginare un cambio radicale. Il governo attuale basa le proprie posizioni sia sulla difesa delle industrie nazionali che sugli interrogativi se la Cina sia effettivamente coerente con la filosofia e la pratica del WTo per quanto riguarda l’assenza di sussidi statali e l’accesso al mercato interno. Un possibile cambio di linea nel nuovo esecutivo privilegerebbe gli aspetti identitari del Made in Italy. Ne sarebbero conseguenza una maggiore chiusura alle merci cinesi, l’insistenza sulla loro scarsa qualità, la diffidenza verso gli investimenti. Il Dragone da anni mira alla migliore tecnologia italiana, proprio per ché può acquisire facilmente la qualità di cui ha bisogno. Anche su questo versante la Cina preferirebbe un governo incline a seguire – e a far rispettare da tutti – la libera concorrenza rispetto a barriere erette in nome del patriottismo. Sullo stesso tragitto si inserisce l’eventuale rimozione dell’embargo europeo alla vendita delle armi, imposto dopo la repressione di Tienanmen nel 1989. Senza forti conseguenze (ormai la Cina acquista altrove gli armamenti), la misura ha un forte carattere politico e la sua cancellazione – che acquista forza dopo l’uscita di scena dell’opposizione del Regno Unito – sarebbe un passaggio nevralgico per la politica estera italiana.

Tuttavia, l’attesa a Pechino del nuovo governo tricolore non è spasmodica. La dirigenza sa bene che esistono due capisaldi che consentono pochi margini di manovra: i vincoli multilaterali e il disincanto per le opportunità non colte. Nel G20 e soprattutto nell’Ue è arduo prendere posizioni autonome. Inoltre, il peso relativo dell’Europa tende a diminuire, perché la Cina di Xi Jinping sembra imperniare la sua politica su altri versanti strategici, come la ricerca di nuovi assetti nell’oceano Pacifico e il lancio della Nuova via della Seta. Nell’incertezza su chi rivolgersi a Bruxelles, per le questioni economiche e politiche, Pechino si dirige sempre più spesso verso Berlino e Parigi. Sul versante commerciale infine, miglioramenti sembrano possibili e auspicabili; il 2017 ha registrato incrementi nei due flussi ma i valori assoluti e le quote di mercato risultano ancora modeste rispetto alle potenzialità dei due Paesi. La Germania vanta invece un attivo commerciale con la Cina, dove il suo export registra cifre 5 volte superiori a quelle italiane. Pechino assiste da molti anni senza entusiasmo a questa incongruenza; da anni ne auspica una riduzione, ma sa bene ormai che sarà difficile per qualsiasi governo ricondurla a valori più appropriati, adeguati alle dimensioni e alla storia dei 2 Paesi.

DA BUENOS AIRES Dante Ruscica

Non è una campagna elettorale chiassosa. La stampa locale non se ne occupa. Il dibattito però esiste, sia pure in sordina e una certa mobilitazione anche. Si limita alle associazioni italiane, antiche e più recenti. Non mancano manifesti che invitano al voto italiano, con volti, proposte e slogan. I nomi dei partiti non sempre coincidono con quelli italiani. Ci sono formazioni locali: quando se ne parla, in qualche crocchio intorno al Consolato, i riferimenti alla politica italiana sono vaghi. È chiaro che qui, presso questo “elettorato”, premono altri temi, altri volti e aspettative diverse. L’Argentina è un paese molto politicizzato di suo e localmente c’è sempre tanto da dire e ridire...

Per gli Italiani d’Argentina questa istituzione del voto dall’estero è arrivata storicamente tardi: oggi, più che i veri emigranti, i protagonisti sono quasi solo stagionati discendenti, figli, nipoti... E non è la stessa cosa. Tuttavia, sono in gioco oltre 700mila voti, destinati a confluire nello scrutinio italiano, stando ai dati più noti. E non sfugge “il movimento in atto”, intorno al Consolato italiano, il viavai di gente, delegazioni, incontri e gruppi casuali che dibattono, non certo sottovoce.

È la quarta volta che gli Italiani all’estero votano e l’Argentina è patria di una delle comunità italiane più numerose al mondo. Solo il Consolato di Buenos Aires amministra tanti Italiani quanti gli abitanti di Bologna... In occasione delle elezioni, la gestione diventa impegnativa. Si tratta di preparare e inviare non meno di 700mila plichi in buste chiuse, con molto più che un semplice certificato elettorale: istruzioni mirate, volte a rispettare la segretezza del voto, a garanzia della validità di questa rischiosa forma di suffragio a distanza. E poi c’è il rientro delle buste che contengono il voto sigillato...

Questo il delicato “traffico” gestito da Ambasciata e Consolati, al di là del dibattito propriamente politico che –vale ripeterlo –non sempre rispecchia quello dei partiti politici operanti in Italia. A volte sì, a volte no: ci sono raggruppamenti locali con posizioni e richieste specifiche, non sempre omogenee con altre aree vicine.

La particolarità dell’Argentina rimane quella di una presenza italiana fortemente datata, le cui aspettative – specie nelle nuove generazioni – appaiono ragionevolmente protese più verso la situazione locale che verso quella d’origine. Un elettorato pertanto inevitabimente speciale: con esigenze e modalità non facili da far convergere sulle motivazioni, le istanze, le forme del processo elettorale nazionale. La lontananza e la diversa quotidianità pesano, evidenziando il diverso tono della campagna, sia pure nel suo significato di partecipazione civica, attestante l’encomievole adesione culturale alla matrice democratica del nostro Paese.

Per continuare a leggere, acquista il pdf del numero.

Per abbonarti, visita la nostra pagina abbonamenti.