Prima di ricostruire qualcosa è sempre necessario avere alcune informazioni basilari. Esattamente cosa va ricostruito? In che modo? Con quali risorse? E, soprattutto, chi ricostruirà? Nel caso dei territori che fino a pochi mesi fa costituivano il cosiddetto Stato Islamico nessuna delle risposte a queste domande è ovvia o semplice, e a ognuna va dedicata un’attenta riflessione.

Innanzi tutto, sebbene brevemente uniti nella surreale entità statuale del Califfato, dopo la sua fine i territori che ne facevano parte hanno presto riscoperto di appartenere a due paesi differenti, Siria e Iraq, e di dover tornare a far parte di due realtà allo stesso tempo entrambe assai complicate ma anche molto diverse tra loro. L’est della Siria, da Raqqa a DeirAz-Zor, è ritornato prepotentemente al centro dei giochi interni del conflitto siriano, con Raqqa, l’ex capitale del Califfato, riconquistata dalle Forze Democratiche Siriane (FDS) – formazione sostenuta dagli Stati Uniti e composta principalmente dalle milizie curde del YPG e da alcune formazioni arabe locali – e il governatorato di Deiraz-Zor tornato in mano al regime di Bashar al-Assad. Al centro dei giochi tra le due fazioni – e i loro patron internazionali – i giacimenti di gas e petrolio dell’area, modesti su scala internazionale, ma comunque importanti fonti di risorse per un paese devastato dalla guerra. Specialmente dopo l'invasione del cantone di Afrin da parte della Turchia, i curdi del PYD - partito di riferimento del YPG - potrebbero decidere di accelerare le trattative per trovare un modus vivendi col regime di Assad e i suoi alleati (in primis la Russia), gli unici che sembrano in grado di fermare l'espansione dell'offensiva turca anche verso gli altri territori curdi del nord. In questo contesto la zona di Raqqa potrebbe diventare un importante carta di scambio nei negoziati. 

Dall’altra parte del confine, gli ex territori del Califfato versano in una situazione quasi altrettanto incerta. Lo stato iracheno ha rioccupato saldamente Mosul, seconda città del paese, e la regione limitrofa, e si sta concentrando sulle ultime sacche di resistenza dei jihadisti. Ma la riconquista, celebrata in pompa magna alla fine del 2017, ha comportato la fuga di migliaia di profughi, ora concentrati in campi nel sud della regione e, soprattutto, ha visto il massiccio coinvolgimento delle cosiddette Unità di Mobilitazione Popolare, milizie sciite perlopiù controllate direttamente o indirettamente dall’Iran. Queste milizie sembrano ora intenzionate a rimanere, sia fisicamente, con molti dei loro membri intenzionati a stabilirsi nelle aree a maggioranza sunnita riconquistate, sia politicamente. Alcuni dei loro leader hanno dichiarato l’intenzione di partecipare alle prossime elezioni nazionali trasformando le rispettive milizie in partiti politici, senza però, ovviamente, riconsegnarne le armi. Uno sviluppo assai pericoloso per la politica irachena, già profondamente settaria e influenzata da potenze straniere. L’ascesa politica delle nuove milizie sciite è indubbiamente una carta vincente nelle mani di Teheran per continuare a influenzare, come in passato, il corso politico dell’Iraq e per controllarne i territori di confine del nord e dell’ovest. Queste aree a maggioranza sunnita, fino a pochi mesi fa arterie di passaggio tra i diversi territori dello Stato Islamico, rappresentano ora il cuore del presunto piano iraniano che prevedrebbe l’instaurazione di un corridoio territoriale in grado di portare dall’Iran al Libano passando, appunto, attraverso Iraq e Siria.

Mentre quindi in Siria ancora non si sa nemmeno chi esattamente dovrà ideare e attuare i piani di ricostruzione – se il governo di Damasco o le autorità autonome controllate dal PYD – in Iraq l’attenzione è ora concentrata su chi effettivamente andrà a ripopolare le zone un tempo parte del Califfato e su chi eserciterà potere effettivo sulla ricostruzione. Si pensa infatti che le risorse coinvolte saranno ingenti, decine di miliardi di dollari, cifre che fanno gola a ogni formazione politica, specialmente se profondamente settaria e clientelare come quelle irachene. Ma mentre molti cominciano ad accapigliarsi per accaparrarsi posizioni politiche strategichein grado dideterminare la futura allocazione delle risorse, ancora non è per niente chiaro chi esattamente avrà la volontà e la disponibilità per metterle a disposizione,quelle risorse. Il budget dello stato iracheno è infatti in profondo rosso a causa degli sforzi bellici, della corruzione dilagante e, soprattutto, dei bassi prezzi degli idrocarburi che hanno fortemente ridotto il flusso delle rendite petrolifere, la principale entrata economica del paese. A questo si aggiungono i molti danni causati dal conflitto ai ricchi giacimenti e gli impianti del nord-est del paese, alcuni dei quali ancora al centro di aspre dispute territoriali tra il governo centrale di Baghdad e le autorità della regione autonoma curda. Gli Stati Uniti, che dopo l’invasione del 2003 avevano riversato decine di miliardi di dollari nella ricostruzione del paese, perlopiù con scarsi risultati concreti, hanno fatto sapere che non intendono ripetere l’esperimento. Anche se dal 2014 Washington ha speso circa 16 miliardi all’anno nello sforzo bellico contro lo Stato Islamico, l’amministrazione Trump ha chiarito che non intende convertire tale spesa in aiuti per la ricostruzione nei prossimi anni. Gli Stati Uniti si limiteranno a pochi interventi umanitari mirati per mezzo delle proprie agenzie di cooperazione. Altrettanto flebili sono le speranze di ottenere somme ingenti da altri paesi della regione. Le ricche monarchie del Golfo difficilmente trasferiranno ingenti risorse a uno stato centrale iracheno fortemente influenzato dal loro avversario iraniano. Mentre, da parte loro, le autorità di Teheran non sembrano avere né la volontà né le risorse per contribuire significativamente alla ricostruzione irachena.Per cercare di ovviare a questa situazionea febbraio si è tenuta in Kuwait una conferenza dei donor per la ricostruzione dell'Iraq. Circa 33 miliardi di dollari sono stati promessi dai paesi partecipanti, meno della metà dei circa 90 considerati necessari. Inoltre, ben pochi credono che alle promesse fatte in quella sede faranno seguito molti atti concreti. 

La questione del reperimento delle risorseè uno spettro che aleggia anche a ovest del confine, dove il governo siriano sembra per ora incapace di trovare fonti credibili per gli oltre 100 miliardi di dollari che si stimano necessari per la ricostruzione del paese. I sauditi avevano fatto trapelare che della ricostruzione di Raqqa,avrebbero potuto occuparsi loro se il territorio fosse rimasto sotto il controllo delle FDS.Raqqa è infatti la città che ha più sofferto l’intensa campagna di bombardamenti che ha preceduto la ritirata dello Stato Islamico, e oggi si stima che quasi quattro quinti delle abitazioni e delle infrastrutture siano inagibili. Ma le voci sugli aiuti sauditi si sono spente da quando si è cominciato a parlare insistentemente di un ritorno di Raqqa al regime. Anche in questo caso, americani e monarchie del Golfo hanno infatti chiarito da tempo la loro riluttanza a concedere denaro al regime di Assad, il principale alleato dell’Iran nel mondo arabo, mentrei paesi europei sembrano disposti a contribuire solo in cambio di concrete aperture politiche da parte del regime siriano. Aperture di cui, finora, a Damasco non hanno voluto neppure sentir parlare. Dal canto loro, gli alleati del regime piuttosto che promettere risorse hanno già iniziato a riscuotere compensazioni per il loro supporto durante il conflitto civile. Negli ultimi mesi russi e iraniani si sono fatti assegnare il controllo di parte delle risorse naturali del paese e la priorità sull’assegnazione dei ricchi appalti per la ricostruzione. Appalti che, però, ancora nessuno sa chi pagherà.

Molte domande fondamentali restano quindi ancora aperte sulla ricostruzione post-ISIS, e nessuna risposta risolutiva sembra in arrivo a brevesu chi, come e quando ricostruirà i territori che una volta costituivano il Califfato di Al-Baghdadi. Ma,quando e se la ricostruzione avrà luogo, ciò che davvero dovrà preoccuparci è la risposta alla domanda sul come essa verrà attuata. Le configurazioni politiche che sembrano prevalere sia in Iraq sia in Siria paventano infatti governi ancora più caratterizzati che in passato da settarismo e repressione. E se c’è una cosa che sembra accomunare gli ex territori dell’ISIS da entrambi i lati del confine è proprio il rischio di venire ancora una volta condannati a un futuro di repressione ed emarginazione. Quegli stessi ingredienti che solo quattro anni fa avevano portato alla ribalta mondiale la repentina ascesa dello Stato Islamico.

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