In questo articolo, ci siamo divertiti a mettere a confronto le percezioni dei cittadini con i fatti: i risultati sono spesso sorprendenti.

  • Crescita: la prima percezione è che l'Italia sia sempre fanalino di coda in Europa, almeno negli ultimi 20 anni, e che non vi sia alcuna prospettiva di invertire questa tendenza. Guardiamo i numeri: la crescita media annua del PIL reale italiano nell’ultimo ventennio (1996-2016) è stata di + 0,5%, contro il + 1,5% della zona euro, che costituisce in effetti un differenziale pesante. Ma proviamo a spacchettare il ventennio in due decenni: nel primo, tra il 1996 e il 2006, la crescita media annuale del PIL italiano è stata di + 1,5% contro il + 2,3% nell'area dell'euro, che marca pur sempre una differenza ma non così rilevante come quella del ventennio e comunque, una crescita tendenziale dell'1,0% / 1,5% è sufficiente a frenare i timori di sostenibilità del debito. Dopo il decennio di crisi, poi, nel 2017 l’Italia è ritornata ad un PIL all’1,6% (contro una media dell’Eurozona del 2,3%), che dovrebbe confermarsi nei prossimi anni. Dove abbiamo sofferto è stato nel secondo decennio (2006-2016), quando il differenziale si è fatto più pesante (-0,6 contro + 0,6) e soprattutto noi siamo stati perennemente in terreno negativo. Ma la situazione è stata eccezionale: non una ma ben due violente crisi ci hanno funestato negli ultimi dieci anni: quella finanziaria e quella del debito sovrano della zona euro. E, quando la crisi finanziaria ha colpito per la prima volta l'Europa, l'Italia è stato l'unico grande paese non beneficiario di uno stimolo fiscale coordinato (come Portogallo, Spagna o Irlanda); in aggiunta, quando si è sovrapposta la crisi del debito sovrano, è stato adottato uno dei più grandi vincoli fiscali mai visti nella storia recente (e senza un programma ufficiale del Fmi). Quindi, in questi ultimi dieci anni, in cui di fatto c’è stato un calo medio dello 0,6% annuo del PIL reale italiano, non abbiamo assistito ad uno spostamento strutturale verso il basso, ma piuttosto all'impatto di due eventi straordinari. Inoltre, nel decennio precedente, il PIL italiano non è stato artificialmente alimentato dal boom del mercato immobiliare, come successo in Spagna e in Irlanda. Per ritoccare verso l’alto il tasso di crescita tendenziale, nel frattempo ritornato, come abbiamo visto, ad accettabili livelli pre-crisi, si potrebbe intervenire per aumentare il tasso di partecipazione delle donne (valore che unisce l’occupazione alla ricerca attiva di lavoro) e colmare il differenziale che oggi soffriamo con la Germania, che ci porterebbe in dote 1 punto e mezzo di PIL all’anno in più…
  • Donne: la seconda percezione è che le donne in Italia siano ancorate ad un ruolo tradizionale in famiglia e quindi non da protagonista in società. Testimone ne è l’indice chiamato tasso di partecipazione al lavoro (intendendo per tale occupazione + ricerca attiva) che vede un pesante differenziale negativo delle donne italiane rispetto a quelle tedesche, di circa 20 punti. Vero, ma è anche vero che tale tasso è in aumento costante negli ultimi 10 anni, raggiungendo il 49,2% a gennaio 2018 (dato Istat), il livello più alto di sempre. Le misure più logiche e forse semplici che il nuovo Governo italiano potrebbe adottare per favorire strutturalmente la crescita del PIL sarebbero politiche d’incoraggiamento affinché le donne partecipino attivamente al mercato del lavoro: se l'Italia riuscisse ad aumentare il tasso di partecipazione femminile anche di solo la metà delle donne che attualmente non fanno parte della forza lavoro, così da raggiungere i livelli tedeschi nei prossimi 10 anni (75%), il PIL italiano aumenterebbe di circa 0,7 punti all'anno!
  • Competitività. La percezione è che l'Italia non sia competitiva. Certamente, deve far riflettere che la produttività tedesca sia cresciuta dal 1979 dell’84%, mentre quella italiana solo del 43%, in barba alle famose e rimpiante (da chi non sa leggere questi numeri) “svalutazioni competitive” della nostra liretta… Tuttavia, non partiamo da zero: l'Italia è la 3° economia dell'Eurozona e l'8° al mondo, con un mercato interno di più di 60 milioni di persone, porta di accesso a 500 milioni di consumatori dell'Unione Europea e a 270 del Nord Africa e del Medio Oriente. 2° Paese manifatturiero in Europa, con uno straordinario know-how in settori strategici quali quelli dei macchinari e dell'automazione, della moda e del design, dell'alimentare e della cucina. Per il Global Competitiveness Index 2017-2018, presentato nell'ultimo World Economic Forum, l’Italia figura in 43° posizione per competitività su 137 economie. Va anche ricordato che in Italia sono presenti numerosi centri di ricerca considerati di eccellenza internazionale e più di 20 università italiane sono classificate fra le 500 migliori al mondo, in differenti discipline.
  • Conti pubblici: c’è la convinzione diffusa che il Paese sia in sofferenza, confermata da uno dei rapporti debito/pil più alti in Europa (132,6% nel 2016). Le riforme e i provvedimenti degli ultimi tre Governi stanno però producendo risultati interessanti: rispondendo ad una esplicita richiesta della Commissione europea, infatti, il governo ha recentemente effettuato una manovra correttiva sui conti pubblici pari allo 0,2% del PIL (€3,4 mld), che è stata approvata dalla stessa Commissione. Il risultato strutturale di questa manovra dovrebbe consistere in una graduale riduzione, in rapporto al Pil, sia del deficit (dal 2,5% nel 2016 al 2,1% nel 2017 e 1,7% nel 2018, secondo il Def) sia del debito pubblico (dal 132,6% nel 2016 al 131,8% nel 2017 al 130,9% nel 2018). Anche se il debito pubblico resta alto, è fondamentale sottolineare l’importanza di chi lo detiene: oggi, solo il 33% del debito pubblico italiano è in mano straniera. Nel 2001 era il 47%. Anche la struttura del debito sta migliorando: non siamo infatti favoriti solo - come sostengono gli iper-critici - dalla politica dei bassi tassi d'interesse della Bce; il Ministero dell'Economia, infatti, si è impegnato negli ultimi anni in una politica di allungamento della vita media dei titoli del debito pubblico italiano, portandoli a fine 2016 a 6,76 anni, contro i 6,52 di fine 2015.

  • Occupazione: Anche sul fronte del mercato del lavoro, permane la percezione che il paese sia in costante e profonda sofferenza. Non può essere negato; eppure, vale la pena ricordare come vi siano segnali di graduale miglioramento. Certo, a guidare il recupero occupazionale è soprattutto la componente dei lavoratori con contratto a termine, essendo venuti meno gli incentivi governativi per le nuove assunzioni a tempo indeterminato. Resta il fatto che nel 2017, il tasso di disoccupazione è sceso all’11% (rispetto al record del 13% del 2013) e anche la disoccupazione giovanile sia diminuita, pur rimanendo su livelli elevati, al 32,7% (ma comunque più bassa rispetto a punte del 40% degli anni precedenti). Infine, secondo gli ultimi dati Istat di novembre 2017, in Italia lavorano più di 23 milioni di persone, il numero più alto dal 1977 a oggi.

È dunque evidente che, per comprendere l’andamento di un Paese, non basta soffermarsi sulle mere percezioni, di cui pure bisogna tenere conto, per intercettare esigenze e tendenze politico-culturali. Ciò che però dovrebbe prevalere sono i fatti sostanziati dai dati, la cui lettura consente una visione d’insieme affidabile, unitamente ad una valutazione critica, orizzontale, funzionale a fare chiarezza sull’essenza dei fenomeni e sui provvedimenti e sulle riforme più utili a governarli.