La perdita di potere e territorio dell’Islamic state (Is) continua, sebbene stiano continuando anche gli attentati in Medio Oriente. Ma c’è un altro aspetto che non deve essere sottovalutato. Lentamente, si stanno anche prosciugando i canali di finanziamento del Califfato. A tal punto che, come riportato dal Dipartimento di Stato americano, stanno aumentando le operazioni sospette dell’Is in Siria e Iraq. Un merito significativo, bisogna registrarlo, è proprio della macchina diplomatica di Washington.

Fino alla fine del 2016 il Califfato poteva ancora contare su un controllo significativo delle più disastrate aree di Iraq e Siria, ma ora questo quadro è mutato. L’Is non soltanto ha perso le battaglie più importanti. No, si sta dividendo sempre di più, come spiegano i memo del Combating Terrorism Center (CTC) di West Point, frammentandosi in piccoli gruppi che per sopravvivere devono per forza trovare fonti di finanziamento. Tesi confermata anche dalle agenzie di intelligence dei Paesi europei che rimarcano il continuo ricorso a operazioni borderline da parte dell’Is sul territorio fra Siria e Iraq al fine di ottenere risorse finanziarie, sfruttando l’attuale destabilizzazione dei due Paesi. Infatti, il Califfato sta continuando a commerciare droghe, ma ha spostato il suo focus d’azione in Iraq e Siria su reliquie, armi e munizioni, da razziare e poi esportare. Non solo. Uno degli obiettivi dell’Is è anche quello di utilizzare i canali bancari dei due Paesi per riciclare denaro. Un target per ora riuscito in pieno.

Un impatto significativo al taglio dei finanziamenti verso l’Is da parte dei Paesi del Golfo Persico, i quali hanno flirtato spesso e volentieri con il terrorismo, è avvenuto nel luglio dell’anno scorso. Vale a dire quando il segretario di Stato americano Rex Tillerson si è recato in Qatar. Doha ha siglato un memorandum con Washington per chiudere i rubinetti dei flussi di capitali verso le associazioni terroristiche. Ed è stata, secondo i diplomatici statunitensi, una rilevante vittoria, che però è giunta dopo l’isolamento del Qatar da parte di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto. “Senza questo rinnovato scenario − spiega un funzionario diplomatico americano di lungo corso dietro richiesta di anonimato − per noi non sarebbe stato possibile negoziare alcun tipo di accordo”. L’evidenza è che Tillerson, il quale in Qatar ha agito in modo del tutto autonomo rispetto al presidente Donald Trump, evidenziando una capacità diplomatica inaspettata, è riuscito a porre fine − almeno per ora − a quello che era uno degli hub più importanti del terrorismo internazionale. Il Qatar aveva tutto l’interesse a tentare di cancellare questa percezione a livello globale, e gli Usa non erano più disposti a tollerare che Doha fosse de facto un porto franco per le associazioni terroristiche.

L’azione americana con Doha, fa notare una grossa fetta della comunità diplomatica di Washington, è arrivata “forse in ritardo”, e soprattutto non è chiara quale sarà la prossima mossa per arginare il terrorismo internazionale. Questo perché se è vero che Doha è sulla via della redenzione − anche se non bisogna cadere nell’errore di considerarla “l’Israele del Golfo”, ricorda Seth Frantzman su The Hill −, è altrettanto vero che gli altri Paesi dell’area continuano a essere ambigui. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein non hanno preso posizioni specifiche riguardo al finanziamento secondario del terrorismo. In particolare, secondo i cablo americani, l’Arabia Saudita resta il primo finanziatore di Talebani, Al Qaeda, Lashkar-e-Taiba e del Fronte Al-Nusra.

In compenso, come ricordano i report pubblicati negli ultimi anni dal Combating Terrorism Center, ci sono ancora sacche da cui il Califfato può attingere. Tre aree

su tutte sono finite sotto l’occhio degli esperti di controterrorismo dei Marines:

Turchia, Sud-est asiatico e Marocco. In Turchia, il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha prima appoggiato nella sua campagna contro Bashar al-Assad due organizzazioni terroristiche:

Islamic state e al-Nusra. Come ha ricordato di recente il Washington Post, questo supporto è durato fino alla strage di Reyhanlı dell’11 maggio 2013.

È stato questo lo spartiacque perché la Turchia ha iniziato a smarcarsi dall’Is.

Ma Istanbul è accusata di aver favorito l’Is anche durante l’assedio di Kobanî, così come avrebbe permesso ai combattenti del Califfato di essere curati negli ospedali turchi e di usare il confine con la Siria a loro piacere.

A oggi, secondo i diplomatici statunitensi, non è chiaro a che gioco stia giocando Erdoğan, ma il timore è che diversi canali di finanziamento possano essere ancora attivi. E allo stesso modo, che non ci sia quella sorveglianza che invece ha adottato il Qatar su pesanti pressioni di Washington.

E poi ci sono Malesia e Filippine. Sebbene siano due nazioni flagellate anche loro dagli attentati terroristici, secondo il CTC sono l’hub finanziario del terrorismo internazionale di matrice islamica in Asia. Primo, perché hanno forme di governo sempre più fragili. Secondo, perché è là dove le regole bancarie sono più lasche, al contrario di Hong Kong o Singapore. E secondo gli analisti dei Marines, è complicato rompere i legami fra questi Paesi e le organizzazioni terroristiche, in quanto le relazioni diplomatiche non sono sempre semplici da gestire. Le variabili impazzite in questo scenario restano quindi Malesia e Filippine. Da un lato combattono con la destabilizzazione interna, dall’altro non impediscono ai terroristi di commerciare e riciclare denaro. E, secondo le indiscrezioni che circolano nella capitale statunitense, il Dipartimento di Stato starebbe pensando di agire in modo tempestivo nel corso del 2018 con lo scopo finale di chiudere ogni possibile canale del terrorismo internazionale nel Sud-est asiatico. Ci riuscirà? Solo il tempo sarà in grado di dirlo, ma è già una parziale vittoria il fatto che gli attacchi, e il reclutamento di soldati, si siano ridotti negli ultimi anni.

Infine, il caso sulla carta più incredibile, il Marocco. Rabat è entrata nel mirino della diplomazia americana, ed europea, di recente. Ed è piuttosto incredibile, dato che trattasi di una nazione stabile, al di fuori della solita cerchia del terrorismo internazionale. Eppure, se è vero che non ci sono stati recenti attentati in Marocco riconducibili direttamente all’Is, è anche vero che l’area è diventato uno dei maggiori centri di reclutamento di combattenti, che poi possono spostarsi in Europa per immolarsi. Ma non solo. Le cellule marocchine del Califfato sono state, e sono ancora, in grado di fornire risorse finanziarie all’Is. Nel 2014 l’allora segretario di Stato John Kerry chiese a Rabat di prendere iniziative chiare per arginare questo problema, e i frutti lentamente si sono visti. Manca ancora però molto lavoro da portare a compimento per rendere il Paese al di sopra di ogni sospetto. La collaborazione di Rabat sarà cruciale per creare un clima ostile per il terrorismo, che così non potrà più contare sul territorio del Marocco per le sue attività.

Riusciranno gli sforzi della diplomazia a risolvere una volta per tutte la questione del finanziamento del terrorismo internazionale di matrice islamica? Molto è già cambiato dal 2015, quando al G20 di Antalya ci fu l’adozione − condivisa anche da Russia, India e Cina − di linee guida contro gli approvvigionamenti di risorse finanziarie da parte dei gruppi terroristici. Ma un ulteriore sforzo deve essere portato avanti. Vale a dire che l’obiettivo dei prossimi mesi, e anni, è quello di rompere ogni singolo canale ancora esistente. E tutti gli indizi portano nel Golfo Persico. Più si riuscirà a chiudere i rubinetti del Califfato, così come di Al Qaeda, Lashkar-e-Taiba e del Fronte Al-Nusra, più si potrà rendere più sicuro un mondo che negli ultimi anni ha pianto troppe volte.

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