In un’afosa giornata di dicembre del 1848 la goletta Artemisia attraccò a Moreton Bay, depositando il primo carico di coloni britannici nel Queensland. Erano passati 60 anni da quando la First Fleet, una flotta di undici vascelli comandata dal Capitano Arthur Phillip della Royal Navy di re Giorgio III, approdava per la prima volta in Australia facendo seguito alla spedizione esplorativa di James Cook. Dall’arrivo dell’Artemisia a Moreton Bay dovettero passare più di dieci anni prima che i coloni britannici iniziassero a spingersi verso il torrido e ostile nord del Queensland. Alcuni di loro, dotati di uno spirito di determinazione fuori dal comune, arrivarono a insediarsi nell’entroterra fino al Galilee Basin, uno spazio semi-desertico di 250 mila km quadrati che gli australiani chiamano outback e che divide l’impenetrabile Simpson Desert dalla costa che si affaccia sulla barriera corallina.


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In quell’area così remota dell’Australia nord-orientale, gli allevatori di bestiame trovarono immense distese per le loro mandrie. Come la tenuta di Moray Downs, 1300 chilometri a nord di Brisbane, una delle proprietà storiche della famiglia di discendenza irlandese degli Acton, che nei secoli hanno costruito un vero e proprio impero della carne d’allevamento in Australia. Con un’estensione di oltre 120 mila ettari la tenuta di Moray Downs ha una particolarità: il sottosuolo, per un terzo, è pieno di carbone termico, la fonte più a basso costo per la generazione di elettricità. Nel 2012 il gruppo Acton ha venduto per 110 milioni di dollari australiani la sua tenuta alla multinazionale indiana Adani Group. Su queste terre il magnate Gautam Adani ha intenzione di realizzare una colossale miniera di carbone a cielo aperto, ribattezzata Carmichael Mine, sicuramente la più grande d’Australia, forse una delle più estese al mondo.

Il progetto di Adani prevede lo sfruttamento intensivo di circa 30.000 ettari di territorio vergine nel Galilee Basin, la costruzione di una rete ferroviaria che colleghi la miniera al porto industriale di Abbott Point sul Mar dei Coralli e un utilizzo estremamente esteso di acqua per i processi di estrazione e lavorazione del carbone. Il suo piano, del valore di 16 miliardi di dollari, non ha finora avuto il sostegno nè delle banche australiane nè di quelle internazionali preocupate di danneggiare la propria reputazione, viste le implicazioni ambientali dell’operazione, ma ha da subito ricevuto la benedizione del governo federale e di quello statale del Queensland, il primo conservatore (liberale), il secondo progressista (laburista). Ad entrambe le amministrazioni fanno gola i 10mila nuovi posti di lavoro promessi dal magnate indiano − che consentono loro di fare leva sull’elettorato del Sunshine State − e tutto l’indotto legato agli ingenti finanziamenti per la costruzione della rete ferroviaria e la preservazione dell’ecosistema marino.

L’ imponente miniera Carmichael – solo la cava misurerebbe 40 km di lunghezza per 10 di larghezza − che Adani intende costruire nel Galilee Basin, non è l’unico progetto del genere in fase di implementazione. Un rapporto di Greenpeace ha denunciato che oltre 90 progetti relativi alla costruzione di altre miniere carbonifere nel New South Wales e nel Queensland, sono al vaglio dei governi federale e statali.  

I boom minerari australiani, che hanno profondamente alterato la morfologia e l’idrografia originaria del territorio, sono iniziati per sostenere lo sviluppo industriale delle grandi potenze asiatiche: il Giappone negli anni ‘60, la Cina a inizio ventunesimo secolo, l’India oggi. Ecco spiegata la presenza della multinazionale del magnate indiano Adani in Australia: se – come sembra − l’India porterà avanti i progetti di costruzione di oltre 370 nuove centrali a carbone – la miniera Carmichael fornirà energia a basso costo a oltre 100 milioni di indiani.

Ma sarebbe l’ambiente a pagare il salatissimo conto di queste operazioni commerciali. Secondo uno studio del thinktank Australia Institute, la miniera del Galilee Basin produrrebbe da sola quasi 80 milioni di tonnellate di CO2 all'anno, più di quante ne producono attualmente paesi interi come Bangladesh o Sri Lanka, annullando di fatto tutti gli impegni presi da Canberra sulla riduzione delle emissioni con gli accordi di Parigi (l’Australia è il secondo produttore di CO2 procapite al mondo tra i Paesi sviluppati: l’80 % dell’energia prodotta nel Paese deriva dal carbone). Inoltre la durata del progetto è stimata in circa 90 anni: il carbone estratto ammonterebbe così a fine ciclo a 2,3 miliardi circa di tonnellate mentre le emissioni di CO2 correlate sarebbero di 4,7 miliardi di tonnellate. Un disastro ecologico che durerà decenni.

Ma le critiche degli ambientalisti – e di un crescente numero di australiani − al progetto di Adani non si fermano qui.

I processi di estrazione e purificazione del carbone richiedono un utilizzo molto intenso delle riserve di acqua. Per poter operare a pieno regime, è stato stimato che la miniera dovrebbe utilizzare oltre 12 miliardi di litri di acqua ogni anno dalle falde acquifere locali mentre l’Australia è alle prese con una perenne crisi idrica. Uno dei 36 parametri a tutela dell’ambiente fissati dal governo federale, prevede che l’Adani group reimmetta nei bacini idrici 750 milioni di litri di acqua l’anno ma la misura non soddisfa né gli istituti di protezione ambientale, né gli ambientalisti. Infine ci sono le conseguenze negative per la grande barriera corallina al largo del Queensland. Il carbone australiano per arrivare in India dovrà essere necessariamente trasportato via mare. Ciò comporta la costruzione di una rete ferroviaria di circa 200 km dalla miniera Carmichael al porto carbonifero più a settentrione d’Australia, Abbott point. Le implicazioni per l’ambiente sarebbero molteplici: centinaia di navi cargo – oltre a quelle già operanti nell’area − transiterebbero sulla più grande barriera di coralli esistente, aumentando i rischi di una sua estinzione. Il porto carbonifero di Abbott Point, passato sotto la gestione della Mundra Port dal 2011, società che fa parte del gruppo indiano Adani, è di piccole dimensioni e per riuscire a sostenere volumi di traffico superiori, richiederebbe un ampliamento che comporterebbe severi rischi per l’ambiente, soprattutto a causa dei milioni di metri cubi di sedimenti pesanti che si depositerebbero sul fondale marino, a soli 20 km dai coralli della barriera. Senza contare che la costruzione della linea ferroviaria dedicata al trasporto del carbone, sarebbe un’ulteriore cicatrice per il territorio: sono rari gli ecosistemi naturali rimasti nel Galilee Basin in cui si preservano le piante e gli animali nativi di questa porzione dell’Australia. E Adani sembra intenzionato a voler costruire anche un aereoporto per il personale non residente, a pochi chilometri dalla miniera.

Tra chi si oppone alla costruzione della miniera Carmicheal ci sono anche i rappresentanti delle tribù aborigene Wangan e Jagalingou, proprietari nativi dei territori del Galilee Basin: la miniera rischia non solo di distruggere l'ambiente naturale e alcuni dei siti sacri degli aborigeni ma di cancellare le loro millenarie tradizioni, leggi e cultura.

Intanto, i lavori per la costruzione della miniera sarebbero dovuti iniziare lo scorso ottobre e la cerimonia di inaugurazione è stata rinviata – ufficialmente – per la pioggia, a data da destinarsi. E le banche – l’ultimo no è arrivato da quelle cinesi – continuano a negare finanziamenti al progetto di Adani.

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