Un detto africano spiega: “se vuoi arrivare primo, corri da solo; se vuoi arrivare lontano, cammina insieme”. C’è un piccolo stato dell’Africa subsahariana che quattro anni fa si affacciava nei notiziari internazionali soltanto perché era al centro di quella epidemia da Ebola che in tutta la regione causò più di 15mila morti e allontanò chiunque dall’area. Ed è lo stesso paese che nel 2010 era riuscito a indire elezioni democratiche e a liberarsi da una dittatura militare che durava da decenni. Parliamo della Repubblica di Guinea un paese che, per distinguerlo dalle altre due, Equatoriale e Bissau, tutti chiamano, aggiungendo il nome della capitale, Guinea Conakry. Dieci milioni di abitanti, divisi in 24 etnie, vivono un territorio senza petrolio ma ricco di risorse minerarie, soprattutto bauxite, diamanti e ferro. Risorse importanti che però fino al 2015 producevano pochissima ricchezza per il paese. Eppure questa fragile nazione nel giro di poco più di un lustro è riuscita a compiere quello che gli economisti chiamano turnaround e i credenti miracolo. Se si può discettare sulla definizione del cambiamento che ha riguardato la Guinea Conakry, e cioè se sia avvenuto per volere divino o se sia frutto di scelte politiche sagge, nulla si può invece dire sull’autore. Il padre di questa rivoluzione risponde al nome di Alpha Condé, un personaggio che ha una storia non troppo dissimile da quella di Nelson Mandela, ma che, al contrario di quanto accaduto al leader sudafricano, non è stato molto celebrato dalla stampa internazionale. Ma prima di raccontare la vita, le opere e appunto i miracoli dell’attuale Presidente della Guinea Conakry, ricordiamo cosa è cambiato nel paese in questi ultimi anni.


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La novità più importante ha il colore dei soldi. Un minuscolo paese afflitto prima da una lacerante stagione dittatoriale poi da Ebola, è riuscito ad attrarre finanziamenti dalla comunità internazionale in quantità molto più cospicue rispetto a paesi di maggiore peso. Gli accordi di cooperazione internazionale sottoscritti dalla Guinea Conakry sono molteplici, ma alcuni più significativi di altri. Prendiamo ad esempio la Cina, un paese che con lungimiranza investe da anni in Africa preferendo un espansionismo economico a quello di tipo politico o militare. Pechino lo scorso settembre ha sottoscritto con Conakry un accordo di cooperazione da 20 milioni di dollari per realizzare investimenti infrastrutturali. Ma era soltanto l’inizio. Poche settimane fa la multinazionale mineraria cinese TBEA ha sottoscritto con Conakry un accordo per l’estrazione mineraria di bauxite da 2.89 miliardi di dollari. Tanti soldi ma anche un alto valore strategico. L’accordo è infatti equivalso a una certificazione di affidabilità. Una prova concreta per ricordare al mondo la ritrovata stabilità e la definitiva sconfitta di Ebola. Tra le due operazioni cinesi, a Parigi Alpha Condé lo scorso novembre, è riuscito anche ad ottenere accordi di cooperazione per circa sei miliardi di aiuti, dei quali 500milioni soltanto dalla Francia. Insomma, tanta nuova finanza in arrivo.

L’altro grande cambiamento si è invece consumato sul fronte interno. La storia africana insegna che i processi di pacificazione post dittatoriali sono lenti e spesso contrassegnati da rigurgiti di violenze interraziali. Ragioni che quasi sempre hanno alla base dispute etniche e territoriali con radici profondissime. La Repubblica di Guinea non sfugge a questo destino. Come dicevamo, le etnie sono in tutto 24, con due gruppi nettamente più consistenti. Il primo è quello dei Fula che rappresentano il 40% della popolazione, il secondo quello dei Mandinga che sono il 30%. Alpha Condé appartiene alla seconda. Mettere insieme questi due mondi è stato un po’ il suo capolavoro domestico. Le lacerazioni storiche sommate a quelle più recenti, riesplose nel periodo della dittatura militare, rappresentavano una minaccia forse peggiore della stessa Ebola. Invece Alpha Condé è riuscito nella mediazione. Ha fatto concessioni, ha tranquillizzato le parti più estreme, ha dimostrato equilibrio. E lo ha fatto in anni in cui la sua gente era massacrata da Ebola e dall’isolamento. In questo frangente è emerso un uomo fuori dal comune.

Alpha Condé ha una storia personale dai connotati letterari. Discende da un’etnia vessata dalla schiavitù e ha una storia personale dai tratti eroici. Profugo in Francia a 15 anni, si impegna in politica sin da giovanissimo, ma in patria è sempre espulso. A rileggere la storia della Guinea degli ultimi 50 anni si trova sempre questo ragazzo, poi diventato uomo e poi uomo maturo sempre lì, in prima fila. Partecipa a varie elezioni ed è sempre sconfitto. I militari controllano il paese alla loro maniera. Lansana Conté, che con un colpo di stato nel 1984 aveva preso il potere, resiste ad ogni tentativo di cambiamento. L’opzione democratica anno dopo anno si allontana. Alpha Condé continua nella sua battaglia e viene arrestato. Era il 1998. Al termine di un’altra controversa tornata elettorale, che vede l’immancabile vittoria di Lansana Conté, l’attuale presidente viene portato in carcere con altri 47 membri del suo partito. Comincia una feroce battaglia legale, che divide ulteriormente il paese. Alpha Condé si rifiuta di rispondere alle accuse bollandole come false e pretestuose. Viene liberato soltanto nel 2001. Parte da lì la sua marcia vittoriosa, quella delle prime elezioni libere che hanno finalmente luogo nel 2010. Il dittatore Lansana Conté è morto ma di fronte c’è un altro militare suo erede. Alpha Condé vince al ballottaggio con il 52.5% dei voti. Seguono tumulti e tensioni ma poi gli osservatori internazionali dichiarano regolare il voto. Diventa presidente a 72 anni. Ha impiegato una vita per arrivare a questo traguardo. Da quel momento in poi esce tutta la sua abilità di politico e di economista, non senza intoppi.

Il 19 luglio del 2011 sfugge a un attentato: bombardano la sua residenza, muoiono tre suoi uomini. Comincia ad affrontare le questioni economiche ma scoppia Ebola. Lui non demorde. Si appella alla comunità internazionale, affronta a viso aperto la pestilenza e la domina. Nel 2015, cioè dopo la rielezione, prende con maggiore forza ad affrontare sia i temi della pacificazione che quelli economici. Ricomincia a fare anche una cosa che gli riesce particolarmente bene: la politica estera. È sfiorato da scandali riguardanti le miniere, ma ne esce indenne.  A gennaio del 2017 viene eletto Presidente dell’Unione Africana. È la sua consacrazione internazionale. Da quella poltrona prova a prendere per mano un intero continente e a farlo camminare unito. La sua presidenza ha registrato tanti punti positivi, ma soprattutto ha fatto dell’Africa un continente con una visione politica più condivisa. Un’eredità raccolta nel 2018 da Paul Kagame.

Ho conosciuto Alpha Condé nel 2015 a Djiblojo, dove era ospite per l’inaugurazione della nuova capitale della Guinea Equatoriale. Poi sono stato chiamato a presentarlo, come moderatore, alla comunità imprenditoriale italiana durante la sua visita di stato a Roma del 2016. Mi ha lasciato l’impressione netta di un uomo che non molla mai. Con lui la Guinea Conakry è rinata: libera da Ebola, con un’economia che cresce al ritmo dei 6% annuo e un’inflazione passata dal 21 all’8%. Resta ora da capire cosa farà questo guerriero mandinga di 80 anni nell’ultima fase della sua vita. Una scelta complicata perché rimanere significa dover cambiare la Costituzione, lasciare significa rischiare di far tornare indietro il paese. “Il giovane cammina più veloce dell’anziano − dice un altro detto africano − ma è l’anziano che conosce la strada”. E le strade guineane qualche insidia la celano.

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