Inverno 1989, una Lada sfreccia lungo le strade innevate della campagna ungherese, alla guida c’è un giovane Viktor Orbán, militante di Fidesz, di ritorno a Budapest da un meeting politico tenuto in provincia. Sul sedile del passeggero c’è Tibor Fischer, scrittore britannico di origine magiara destinato al successo. Improvvisamente nel mezzo della strada compare un soldato russo con una grossa torcia in mano. Intima loro di fermarsi, agitando la lampada. Orbán, per tutta risposta, accelera a tutto gas e il soldato sparisce in una nube di polvere. “Cosa hai fatto?” chiede Fischer. “Voleva dei soldi per la vodka”, risponde Viktor alzando le spalle.

Rievocando l’episodio, Fischer sottolinea come “l’idea di rallentare non gli sia passata per la testa, è il suo modo di essere, negli anni non è cambiato. Lui non rallenta mai”.

Così l’uomo che non rallenta mai si accinge a tagliare il traguardo del suo terzo mandato come primo ministro. I sondaggi parlano chiaro, Fidesz è nettamente il primo partito, praticamente certa la maggioranza assoluta in parlamento. E mentre Viktor corre, il paese resta indietro a mangiare la polvere. Il clima di sfiducia verso il governo e la politica è tale da generare, piuttosto che reazione, una diffusa apatia. D’altronde alternative non ce ne sono e il partito di maggioranza sarà quello dell'astensione, già al 40% alle scorse elezioni. Gli ungheresi guardano al futuro con sfiducia: i costanti attacchi alla società civile, lo smantellamento dello stato sociale, l'aumento dei costi nella sanità, la crescita delle disuguaglianze economiche (il 14,9% vive sotto la soglia di povertà, dati Banca Mondiale), hanno prodotto un clima di rassegnazione e sconforto. Un recente sondaggio realizzato per Foreign Policy dall'International Republican Institute (IRI), mostra come il 50% degli ungheresi sia convinto che il paese stia andando nella direzione sbagliata mentre il 74% vede negativamente il proprio futuro lavorativo. Il 68% degli intervistati ritiene che la classe politica sia sorda ai bisogni dei cittadini.

“La principale sfida dell'opposizione è quella di comprendere i bisogni delle persone e tradurli in un programma politico efficace” ha dichiarato Zsuzsanna Szelényi, parlamentare eletta nella fila di Együtt 2014, partito social-liberale fondato dall'ex premier Gordon Bajnai e confluito, nelle scorse elezioni all'interno della coalizione di centrosinistra Unità. Ma il problema sembra proprio quello: l'opposizione, divisa in piccoli partiti e movimenti, è unita solo dalla volontà di sconfiggere Orbán e sembra incapace di parlare ai cittadini che vedono nei suoi leader solo politici interessati a difendere il proprio seggio in parlamento.

La frammentazione dell'opposizione favorisce Fidesz anche alla luce della legge elettorale varata nel 2014 che, ridisegnando i collegi elettorali ed eliminando il doppio turno, limita la rappresentatività dei piccoli partiti e delle minoranze nazionali, dando a Orbán le chiavi del paese anche per gli anni a venire: basti ricordare come alle scorse elezioni Orbán ottenne quasi l'8% in meno ma perse soltanto l'1,7% in termini di seggi. La rappresentatività, inoltre, è largamente inficiata dai nuovi quorum: 5% per il singolo partito, 10% se in coalizione con un altro partito, e addirittura 15% per coalizioni più grandi. L'opposizione, ridotta a un mosaico di forze eterogenee, rischia l'emarginazione politica. Il caso del partito socialista è in tal senso emblematico.

Il partito socialista, principale antagonista di Fidesz, al governo fino al 2010, è ormai ridotto ad attore minore. I sondaggi gli accreditano appena l'8% dei consensi. Il candidato premier del partito, Laszlo Botka, popolare sindaco di Seghedino, che nel 2016 si era detto sicuro di vincere le elezioni, si è dimesso lo scorso ottobre in polemica con gli altri partiti di opposizione accusandoli di “non fare abbastanza sforzi per sconfiggere il governo uscente”. Botka ha cercato invano di costruire una nuova coalizione di centrosinistra, trovando il rifiuto delle altre forze di opposizione: “Ho fatto un errore – ha dichiarato Botka – non avevo capito che i partiti di opposizione sono interessati solo a qualche seggio nel regime di Orbán. Non avevo capito quanto la mafia politica fosse penetrata anche nell'opposizione, compreso il mio partito”. Parole dure rivolte soprattutto a Ferenc Gyurcsány, già primo ministro e fondatore di Coalizione Democratica (DK), attualmente al 9% nei sondaggi, ritenuto da Botka troppo legato a scandali e corruttele per poter far parte di una coalizione che voglia davvero rifondare il paese. Lo scontro tra Botka e Gyurcsány ha però nuociuto all'intera opposizione, mostrandola sfilacciata e litigiosa, e le dimissioni del candidato socialista hanno infine messo a nudo la debolezza degli avversari di Orbán.

Gli ungheresi si chiedono quindi chi è meglio votare, se il leader forte, che tutto sommato ha dato stabilità al paese, oppure gli antagonisti che si azzuffano senza proporre una vera alternativa. Il successo di Orbán nei sondaggi risponde bene a questa domanda. Al quesito su quale tra i vari leader politici sarebbe il più adatto a guidare il paese, quasi il 60% degli intervistati risponde Orbán. Al secondo posto di questa speciale classifica c'è Bernadett Szél, candidato premier di LMP (Lehet Más a Politika) partito ecologista fondato nel 2009. Economista con un dottorato in sociologia, Bernadett Szél piace al 14% degli ungheresi (dati Századvég) e il suo partito è dato al 9% dai sondaggi, in repentina crescita. La Szél, che ha detto di volere per il paese “un nuovo governo, una nuova era, una nuova direzione”, si rivolge all'elettorato giovanile parlando di speranza e fiducia nel futuro, di lavoro e di ambiente, proponendosi come il volto nuovo della politica nazionale. Anche se non riuscirà a insidiare Viktor Orbán in queste elezioni, la sfida per il futuro è lanciata.

Ad essere invece ai margini dell'agone politico è Andras Fekete-Gyor, leader di Momentum, movimento emerso con clamore dalle piazze nell'estate scorsa che non ha però saputo tradursi in proposta politica concreta. Momentum è appena al 3% nei sondaggi e sembra condannato a restare fuori dal parlamento.

In questo clima di generale sfiducia, a guadagnare consensi è l'estrema destra di Jobbik (data al 15%) che, sul modello del Front National francese, ha deciso di rendersi presentabile per l'elettorato conservatore, cercando di rubare voti a Fidesz con cui condivide molti aspetti, dal rifiuto dell'immigrazione e del multiculturalismo al tradizionalismo religioso. Il maquillage ha dato tuttavia esiti grotteschi: Gábor Vona, leader di Jobbik, da sempre impegnato in campagne discriminatorie contro i rom, ha chiesto al governo di fare ammenda per il trattamento offerto alla minoranza “usata come bacino di voti e lasciata in condizioni di estrema povertà, questo è razzismo”, ha dichiarato Vona che, ai giornalisti increduli della metamorfosi, ha ribadito le proprie scuse per come Jobbik ha in passato trattato la questione dei rom ricordando però che la colpa è anche dei rom stessi accusando Flórián Farkas – capo del consiglio nazionale dei rom e parlamentare di Fidesz – di avere speculato sulla sua gente in cambio di consensi elettorali. E ha aggiunto che il suo partito candiderà tra le proprie fila László Bogdán, sindaco di Cserdi, villaggio rom balzato alle cronache magiare per una storia di lavoro e riscatto e sociale. “Sono orgoglioso di quei rom che sono da esempio per la propria comunità – ha concluso Vona – e credo che nessuno in Ungheria debba essere discriminato per la sua origine etnica”. E mentre Vona cercare di promuovere una nuova immagine per il partito, László Toroczkai – importante esponente di Jobbik e sindaco di Asotthalom - continua a vietare l'hijab alle donne musulmane al grido di "qui siamo tutti bianchi, europei e cristiani, non vogliamo immigrati e omosessuali". Dietro il trucco, Jobbik resta il partito di sempre.

La mossa di Jobbik sembra non preoccupare Viktor Orbán. Anche perché il partito di estrema destra potrebbe non riuscire a presentarsi alle elezioni a causa di una multa di due milioni di euro comminata dalla Corte dei Conti ungherese per aver ricevuto fondi illeciti durante la scorsa campagna elettorale. Una decisione dietro cui molti vedono lo stesso leader di Fidesz. Veleni che inquinano una campagna elettorale già di basso livello, in cui Orbán non ha nemmeno presentato un programma dettagliato, limitandosi a dire che in caso di vittoria “proseguirà sulla strada tracciata”. Nel novembre scorso ha dichiarato che le prossime elezioni “non sono una questione di partiti” ma “una questione spirituale”. Se cioè “vogliamo essere un paese di immigrati o difendere le nostre radici cristiane, se vogliamo essere vessati dall'Europa o essere liberi di difenderci”. Ecco che la strada tracciata da Orbán rischia di condurre l'Ungheria in un vicolo cieco.

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