Alla fine del 2017 il territorio controllato da Daesh in Iraq e Siria si era ridotto a una minuscola frazione di ciò che era fino ad appena due anni prima. Non c’è dubbio sul fatto che questa inversione di rotta abbia comportato una battuta d’arresto per Daesh, limitando la capacità del gruppo di organizzare attentati all’estero e la sua attrattiva agli occhi di possibili nuove reclute. Ma la caduta del Califfato non va confusa con la sconfitta di Daesh, e men che mai con la fine del terrorismo islamico nella regione o a livello internazionale. Anzi, ci possiamo aspettare un’ulteriore evoluzione di Daesh (e del terrorismo islamico in generale).

Le organizzazioni terroristiche sorte negli ultimi decenni si sono dimostrate estremamente versatili. Daesh ha sempre avuto una natura ibrida: al contrario di altri gruppi legati ad al Qaeda, ambiva ad affermarsi come entità simil-statale, cercando di conquistare e controllare territori attraverso operazioni militari piuttosto tradizionali; ma Daesh si è anche comportato come un gruppo terroristico convenzionale, sferrando attacchi contro obiettivi civili al fine di incutere terrore e realizzare obiettivi politici, come nel caso degli attentati compiuti in Europa. Con la perdita del Califfato è probabile che Daesh favorisca questa seconda impostazione, se non altro nel breve periodo.

Non è la prima volta che l’organizzazione perde territori in cui aveva stabilito una sorta di pubblica amministrazione. Lo Stato islamico in Iraq (ISI, precursore di Daesh) era infatti riuscito ad occupare porzioni consistenti dell’Iraq negli anni successivi all’invasione da parte degli Usa nel 2003, ma poi una campagna militare condotta dalle forze armate irachene e statunitensi, unite a una coalizione di tribù locali, l’aveva obbligato ad abbandonare quei territori. In seguito a questa sconfitta l’ISI si è dato alla clandestinità per poi riemergere alcuni anni dopo, più forte che mai, nello spazio creato dalla guerra civile in Siria e dalla politica settaria del governo iracheno.

Alcuni segni lasciano supporre che i resti di Daesh in Iraq stiano entrando nuovamente in clandestinità, concentrandosi su attentati terroristici volti a uccidere piuttosto che a conquistare territori. Tanto per fare un esempio, Daesh ha effettuato un duplice attentato suicida a Baghdad lo scorso gennaio, uccidendo decine di persone. In Siria i suoi combattenti si sono ritirati dalle città principali, ma sono ancora presenti nelle zone più remote del Paese. Lo stesso fenomeno si può osservare nelle cosiddette “province” di Daesh in altri Paesi. In Libia Daesh ha perso la propria base a Sirte e una postazione importante a Sabrata, vicino al confine con la Tunisia, ma i suoi combattenti hanno continuato a compiere attentati ai danni, ad esempio, del settore petrolifero e del tribunale di Misurata. Negli ultimi mesi Daesh ha sferrato attacchi devastanti anche in Afghanistan ed Egitto.

Benché la sua presenza in Iraq, Siria e Libia sia stata indubbiamente indebolita, Daesh potrebbe riorganizzarsi in futuro qualora ne avesse l’occasione. Questi Paesi restano lacerati dai conflitti, dalle crisi politiche e dalle divisioni settarie, fattori che potrebbero spianare la strada per il ritorno di Daesh. Altri gruppi di estremisti islamici potrebbero approfittare della ritirata di Daesh, in particolare quelli affiliati ad al Qaeda che si sono radicati nel territorio stringendo alleanze locali. La filiale di al Qaeda in Siria, sebbene si sia separata dall’organizzazione centrale, rimane una forza influente sul territorio. Rami di al Qaeda sono tutt’ora presenti anche nello Yemen, in Somalia e nel Sahel. Questi gruppi continuano a minacciare la stabilità delle regioni in cui si sono stanziati, ma al momento sembrano poco interessati ad orchestrare attentati da compiere all’estero.

Il quesito più pressante è cosa succederà ai numerosi combattenti di Daesh, soprattutto a quelli venuti dall’estero. Si stima che 40.000 persone da 100 Paesi diversi siano accorse per combattere insieme ai gruppi jihadisti in Siria e Iraq, e che la stragrande maggioranza sia andata a ingrossare le fila di Daesh. Inoltre si suppone che 3.000 foreign fighters si siano uniti a Daesh in Libia, anche se alcuni potrebbero essere arrivati dai teatri degli scontri in Siria o in Iraq.

Daesh ha perso quasi tutto il proprio territorio, ma il numero di combattenti catturati rimane piuttosto basso. Gli addetti alla sicurezza dei Paesi occidentali ritengono che molti combattenti in Siria siano sfuggiti all’esercito siriano e alle altre forze che combattono Daesh e si siano spostati in altre zone del Paese. Stando alle parole di alcuni ufficiali dell’esercito americano ci sarebbero alcune migliaia di combattenti a piede libero. Alcuni di loro potrebbero trovarsi ancora in Siria, in attesa di ricevere istruzioni dai piani alti. Altri potrebbero essere passati al gruppo ex qaedista siriano Hayat Tahrir al-Sham. Altri ancora, tra cui soprattutto foreign fighters, starebbero cercando di lasciare la Siria per tornare a casa o spostarsi in altre aree di conflitto.

Non si hanno informazioni precise rispetto al numero di foreign fighters rientrati nel proprio Paese d’origine. Dei 5.000 cittadini europei che si stima si siano uniti a Daesh e ad altri gruppi jihadisti pare che circa 1.500 siano rimpatriati. In generale, di fronte all’adozione di misure più rigide da parte dei Paesi occidentali, le cifre degli ultimi mesi sono risultate più basse del previsto. Vari funzionari francesi e britannici hanno affermato di voler uccidere i cittadini arruolatisi come foreign fighters in Siria e Iraq piuttosto che consentire loro di rimpatriare. Dichiarazioni che lasciano il tempo che trovano: i governi europei non dispongono delle conoscenze necessarie per localizzare i combattenti originari dei propri Paesi e adottare un approccio “shoot-to-kill”. È dunque probabile che si assista a un flusso continuo, seppure limitato, di rimpatri.

La questione di come gestire il ritorno dei foreign fighters continua a essere ampiamente dibattuta in Europa. In seguito a una serie di attentati che hanno visto coinvolti alcuni foreign fighters di ritorno (tra cui gli attentati di Parigi del novembre 2015 e quello di Manchester del maggio 2017) le autorità hanno preferito optare per il procedimento penale e l’incarcerazione. Ma è importante distinguere i combattenti che sono stati rispediti nei Paesi di appartenenza per effettuare degli attentati da quelli che rimpatriano perché non possono restare nel califfato e non vogliono condurre una vita da jihadisti. La sconfitta militare di Daesh sul campo, in Iraq, Siria e Libia, sembra aver ridotto la capacità del gruppo di pianificare e condurre operazioni altrove. Pertanto oggigiorno è meno probabile che il rimpatrio dei combattenti s’inserisca all’interno di un piano specifico.

Ciononostante alcuni ex-combattenti manterranno la loro devozione alla causa jihadista e avranno maturato l’esperienza necessaria per compiere nuovi atti di violenza. La sfida per le autorità occidentali consiste nel trovare un modo di distinguere tra i vari livelli di rischio associati ai foreign fighters di ritorno. Il carcere è una soluzione a breve termine (molti subiranno condanne lievi non potendo essere ricollegati a specifiche operazioni terroristiche). La strategia dell’incarcerazione di massa rischia anche di acuire il senso di alienazione già diffuso tra questi soggetti e di posticipare qualsiasi tentativo di recupero. C’è poi il problema delle donne che hanno adottato l’ideologia di Daesh ma non si sono trasferite per combattere, e dei bambini che queste hanno portato con sé o che sono nati nel califfato. Per affrontare tali questioni è necessario comprendere in modo più approfondito i processi di radicalizzazione e deradicalizzazione. Questa non è che l’ennesima sfaccettatura dei problemi legati al successo del jihadismo, un’ideologia che non ha smesso di fare presa sulle società di tutto il mondo.

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