Sono passati più di quattro anni dalla conquista di Sana, la capitale dello Yemen, da parte degli Houthi (gruppo ribelle filoiraniano d’impostazione sciita zaydita) e quasi tre da quando la coalizione a guida saudita è intervenuta per ripristinare il governo deposto, riconosciuto dalla comunità internazionale. Eppure il conflitto resta, ad oggi, più intricato che mai. La prospettiva di un accordo di pace o della vittoria decisiva di una delle due fazioni appare nel migliore dei casi molto lontana. Mentre i combattimenti proseguono, il mosaico di tensioni interne allo Yemen rischia di generare ulteriori conflitti che potrebbero imperversare negli anni a venire, anche in seguito a un eventuale accordo di pace.


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Questo non significa che la coalizione saudita non abbia fatto alcun progresso dall’inizio del conflitto. L’espansione degli Houthi in Yemen è stata arrestata e l’area sotto il controllo dei ribelli si è progressivamente ristretta da quando l’Arabia Saudita ha lanciato l’operazione “Decisive Storm”. Nel frattempo l’economia yemenita è crollata e lo stile di governo degli Houthi si è fatto sempre più autoritario, soprattutto in seguito all’uccisione del loro ex nemico, poi alleato, e poi di nuovo nemico, Ali Abdullah Saleh. Anche nelle zone controllate dagli Houthi, pertanto, cresce l’opposizione popolare.

Ma non sarebbe realistico sperare in una vittoria rapida e decisiva della coalizione saudita. L’annoso conflitto non ha fatto che rafforzare i legami tra l’Iran e gli Houthi; si suppone che proprio grazie all’aiuto della Repubblica Islamica dell’Iran il gruppo ribelle sia riuscito a incrementare notevolmente la gittata dei propri missili, colpendo Riad ben due volte a fine 2017. I centri più popolati dello Yemen, tra cui, oltre a Sana, anche le città chiave di Ibb e Hodeida, restano in mano agli Houthi. Inoltre molte delle zone liberate dagli Houthi faticano a stabilizzarsi. Ad Aden, dichiarata capitale provvisoria del Paese dopo la presa di Sana, dilagano gli omicidi e gli attacchi terroristici sono piuttosto frequenti. In varie zone, Aden inclusa, scarseggiano i servizi di base. A dispetto delle continue operazioni di controterrorismo, al Qaeda nella penisola arabica (AQPA) gode ancora di un notevole spazio di manovra all’interno del Paese. Anche le zone liberate della città di Taiz, assediata dagli Houthi, sono prostrate dai combattimenti.

Per molti fautori dell’intervento militare in Yemen le suddette problematiche sono importanti ma, in fin dei conti, secondarie. Secondo questo punto di vista per risolvere la questione yemenita è necessario sottoporre gli Houthi a una pressione continua. In effetti la guerra di logoramento ha cominciato a dare i primi frutti: gli Houthi hanno perso sia terreno che alleati, tra cui in particolare i sostenitori dell’ex presidente Saleh, in rottura coi ribelli da quando la loro alleanza è degenerata in vari scontri a fuoco per le strade di Sana lo scorso dicembre (anche se il mese scorso gli Houthi sono riusciti a riaffermare il proprio dominio sulla città).

Adottando una logica del genere, però, si trascurano alcune tra le più gravi conseguenze di questo lungo conflitto: la disintegrazione delle istituzioni yemenite, il disgregarsi del tessuto sociale e la spaccatura del sistema politico. Vari organi amministrativi del governo si sono svuotati o spaccati per via delle dispute politiche interne. I fondi sono stati riallocati e molti funzionari sono dovuti passare al settore privato o mettersi in sicurezza all’estero. Alcune cariche sono state assegnate secondo metodi clientelari, mettendo importanti portafogli in mano a funzionari non qualificati e spesso incuranti. Vedute settarie o regionaliste un tempo taciute vengono oggi apertamente sbandierate.

Un tale disgregamento non fa che ostacolare ulteriormente la risoluzione del conflitto. Le forze che hanno dominato la vita politica del Paese per decenni – in particolare il Congresso generale del popolo (GPC), partito di Saleh, e i Joint Meeting Parties (JMP), ovvero l’unione dei partiti di opposizione – si sono fortemente indebolite, mentre altre figure (molte delle quali interne alla classe militare) continuano a svolgere ruoli decisivi. Sempre più esponenti della leadership tradizionale vengono costretti all’esilio, incarcerati o uccisi. Il loro margine d’azione è limitato dall’alleanza con varie potenze straniere e la loro presenza sul territorio si è diradata. Nel frattempo vari attori hanno sfruttato la situazione per ridefinire l’assetto politico del Paese.

Alcune fazioni del Movimento del sud (gruppo che aspira alla secessione dello Yemen del sud, un tempo uno Stato a sé) hanno formato il Consiglio di transizione del sud (STC). Grazie a un crescente sostegno popolare e all’appoggio degli Emirati Arabi Uniti, il STC è diventato sempre più potente, tanto da contrapporsi al governo riconosciuto dalla comunità internazionale. STC si pone come il portavoce degli yemeniti del sud e ha chiesto di essere coinvolto nel processo politico. La tensione tra il STC e il governo centrale è esplosa più volte; recentemente una serie di scontri hanno messo a ferro e fuoco Aden a fine gennaio.

Indipendentemente dall’esito del conflitto queste tensioni sono destinate a persistere, anche perché sono già stati compiuti i primi passi verso un’indipendenza de facto. Le milizie locali appoggiate dagli EAU (Security Belt e le Forze d’élite delle regioni di Hadramawt e Shabwa) hanno preso piede sul territorio. Il loro ruolo nel futuro del Paese e in uno scenario postbellico resta incerto, soprattutto perché sembrano operare in maniera autonoma rispetto all’esercito yemenita. Mentre le tensioni continuano a scuotere Aden, a Mukalla, capoluogo del governatorato di Hadramawt, la situazione è relativamente tranquilla sin dalla liberazione della città dai combattenti di AQPA nella primavera 2016 (attacchi terroristici sporadici a parte).

Analogamente, in alcune aree liberate dagli Houthi, gli aiuti della coalizione saudita uniti alle tradizionali strutture tribali hanno permesso il ritorno a una relativa tranquillità. È stato così soprattutto per Marib, che ha vissuto un vero e proprio boom economico da quando un mix di sfollati yemeniti e migranti economici si sono trasferiti in città. Allo stesso tempo le autorità centrali hanno sfruttato i loro rapporti con le potenze ‘chiave’ per mettere in moto il tanto atteso processo di decentralizzazione, uno sviluppo che i funzionari locali ritengono indispensabile al fine di preservare la nuova prosperità del capoluogo.

In altre parti del Paese, invece, il vuoto di potere ha offerto un terreno fertile per le iniziative di gruppi di estremisti, tra cui AQPA e il braccio yemenita dello Stato Islamico (IS). AQPA ha indubbiamente subito una battuta d‘arresto, avendo perso gran parte del territorio un tempo sotto il suo controllo nelle regioni di Hadramawt, Shabwa, Abyan e in altre parti del sud. Allo stesso tempo, però, è ancora pienamente in grado di sferrare i suoi sanguinosi attacchi. Vari gruppi armati controllano alcune zone delle principali città, quali Aden e Taiz, dove sono stati accusati di aver lanciato attacchi contro gli avversari politici e campagne intimidatorie per mettere a tacere la società civile.

Visto il continuo aggravarsi della crisi umanitaria, la prima cosa di cui lo Yemen ha bisogno è la pace, ma qualsiasi progetto che non tenga conto dello sgretolamento delle strutture di potere nazionali è destinato a fallire. Benché i diplomatici si limitino a parlare di un accordo di pace, un ritorno allo status quo ante bellum è ormai impossibile. Affinché la pace sia sostenibile, lo Yemen ha bisogno di un’ampia ristrutturazione del suo sistema di governo. Certo, non sarà semplice: gli ultimi quattro anni hanno complicato ulteriormente l’intreccio di dinamiche etniche, politiche e religiose che caratterizzano il Paese. Ma l’alternativa è il protrarsi indefinito di un conflitto devastante.

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