“Rinuncerete mai a Gerusalemme, signora Meir?” “No. Mai. No. Gerusalemme no. Gerusalemme mai. Inammissibile. Gerusalemme è fuori questione. Non accettiamo nemmeno di discutere su Gerusalemme”. In questo fulminante scambio di battute fra Oriana Fallaci e la storica leader israeliana Golda Meir, svoltosi nel 1972, è possibile cogliere, in controluce, molti dei nodi irrisolti del conflitto mediorientale.


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Per la verità la premier israeliana arrivava a una simile intransigente conclusione, dopo aver ricordato nella stessa intervista un passaggio fondamentale: ovvero la partizione della Palestina del 1947 (fino ad allora sotto il mandato britannico) in base alla quale, secondo quanto affermato dalla risoluzione 181 dell’Onu: “la città di Gerusalemme sarà costituita in ‘corpus separatum’ sotto uno speciale regime internazionale e sarà amministrata dalle Nazioni Unite”. Quell’accordo fu accettato da parte ebraica e rifiutato dagli arabi, ne conseguì, nel 1948, un conflitto, il primo di una lunga serie, al termine del quale Gerusalemme si ritrovò divisa: la parte ad est sotto il controllo giordano, il resto in mano israeliana. 

Nel 1967, con la guerra dei sei giorni, veniva scritto il capitolo decisivo di questa vicenda: Israele sconfiggeva una coalizione di Stati arabi (formata da Egitto, Giordania, Iraq e Siria) e s’impadroniva di tutta la città; da allora la situazione, in buona sostanza, non è più cambiata nonostante il nuovo assetto non sia mai stato riconosciuto dalla comunità internazionale. Col tempo, d’altro canto, è impallidita fino a scomparire l’idea di dividere Gerusalemme in due per fare, della parte ad est, la capitale di un ipotetico Stato palestinese; i negoziati di pace, del resto, già da qualche anno sono finiti su un binario morto, mentre il governo di Benjamin Netanyhau ha proseguito in una metodica politica di rafforzamento degli insediamenti ebraici a Gerusalemme.

E’ caduta dunque in questo scenario tutto sommato stagnante, la dirompente decisione di Donald Trump di riconoscere in via definitiva la città come capitale di Israele, atto sugellato dal trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv  a Gerusalemme negli stessi giorni in cui ricorrono i 70 anni della nascita di Israele (14 maggio 1948).

La decisione del capo della Casa Bianca ha suscitato le proteste di molte cancellerie e capitali del mondo che non hanno mai riconosciuto l’occupazione israeliana della ‘città santa’, e tuttavia l’azzardo di Trump sembra aver avuto successo perché, di fatto, chiude una disputa storica che ha avuto un vincitore, Israele. Si vedrà nel tempo a venire, se davvero sull’intera vicenda è stata scritta la parola fine, nel frattempo, tuttavia, i palestinesi e diversi leader politici e religiosi musulmani e non, si sono rivolti a un interlocutore d’eccezione affinché facesse sentire la propria autorevole voce sulla questione, ovvero la Santa Sede.

Papa Francesco e la diplomazia vaticana, in effetti, hanno protestato fin da subito contro l’annuncio dato da Washington che aveva ricadute importanti anche per le diverse chiese cristiane presenti a Gerusalemme da lunghi secoli. Nel gennaio scorso il gesuita David Neuhaus, in un articolo dedicato alla questione e apparso sulla Civiltà Cattolica, scriveva: “Per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, Gerusalemme è qualcosa di più che una mera connotazione geografica o una realtà socio-politica. Essa è uno spazio sacro, dove la rivelazione di Dio da parte di Dio stesso si è sviluppata nel corso delle generazioni. In quanto diretta progenie dell’antico Israele, ebraismo, cristianesimo e islam guardano tutti a Gerusalemme, venerando amorosamente i luoghi santi che si trovano entro il perimetro della città”.

Una impostazione che ha avuto storicamente una sua traduzione diplomatica nella richiesta, da parte della Santa Sede, di un trattamento speciale per Gerusalemme; il Vaticano prima ha appoggiato il principio della città come “corpus separatum” posto sotto l’egida dell’Onu (Pio XII in special modo ha sostenuto questa soluzione), quindi – in epoca più recente e in termini negoziali più concreti – facendo riferimento all’idea di “uno statuto speciale internazionalmente garantito” soprattutto per il valore che Gerusalemme ha per le tre grandi religioni monoteiste. Così, garantire l’accesso ai luoghi santi e preservare una forte autonomia e presenza delle istituzioni e delle comunità cristiane, rappresentano priorità importanti per la Chiesa di Roma. D’altro canto gli ultimi pontefici – in particolare da Giovanni Paolo II in poi − si sono guadagnati, a livello mondiale, il riconoscimento di leader super partes grazie agli sforzi compiuti nel promuovere il dialogo fra differenti tradizioni religiose, culture e nazioni, anche nelle circostanze più difficili e in modo speciale in Medio Oriente e in Terra Santa.

Di conseguenza, è stato quasi automatico per capi politici e religiosi rivolgersi alla Santa Sede in un frangente tanto delicato e chiedere un intervento forte del Papa. Francesco non si è sottratto al ruolo cui veniva chiamato, in tal modo assumendo la leadership di uno schieramento internazionale inedito e al contempo cercando di tutelare gli interessi della Chiesa cattolica. Per questo all’indomani della decisone assunta da Trump, nel dicembre scorso, Bergoglio affermava nel corso di un’udienza generale: “Gerusalemme è una città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, che in essa venerano i luoghi santi delle rispettive religioni, ed ha una vocazione speciale alla pace. Prego il Signore che tale identità sia preservata e rafforzata a beneficio della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero”.

Negli ultimi mesi, Francesco è diventato punto di riferimento sulla questione Gerusalemme per l’università sunnita di Al Azhar, al Cairo, guidata dal grande imam Ahmed al Tayeb – che con la Santa sede mantiene ottime relazioni – e un’intesa di fatto si è stabilita anche con l’Iran e la sua guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, il quale ha criticato con la consueta durezza di toni la decisione di Trump. Ma soprattutto, la Santa Sede ha registrato un ‘comune sentire’ sull’argomento, da una parte con il presidente turco Recep Tayyp Erdogan, dall’altra con il leader russo Vladimir Putin. Va sottolineato, fra l’altro, come da tempo la diplomazia vaticana e quella del Cremlino lavorino a una visita del Papa a Mosca come testimoniato pure dal viaggio nella capitale russa, avvenuto lo scorso agosto, del Segretario di Stato vaticano cardinale Pietro Parolin.

Sul fronte opposto, quello di Ankara, il ‘fattore Gerusalemme’ ha già prodotto un evento non da poco: la visita di Erdogan in Vaticano avvenuta il 5 febbraio; si tenga presente che l’ultimo presidente turco era stato ricevuto Oltretevere nel 1959. Al centro dei colloqui fra i due leader, la crisi mediorientale “con particolare riferimento – recitava una nota vaticana − allo statuto di Gerusalemme, evidenziando la necessità di promuovere la pace e la stabilità nella Regione attraverso il dialogo e il negoziato, nel rispetto dei diritti umani e della legalità internazionale”, dove per ‘legalità internazionale’ s’intendevano le varie risoluzioni dell’Onu che appunto non riconoscevano la piena giurisdizione di Israele su tutta la città.

Va detto, però, che anche da parte americana, esiste un precedente importante di cui tenere conto, la scelta compiuta da Trump, insomma, non è così improvvisa come sembra. Nel 1995, infatti, il Congresso degli Stati Uniti aveva approvato il ‘Jerusalem Embassy Act’, con il quale gli Stati Uniti s’impegnavano a trasferire l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme riconoscendo quest’ultima come capitale d’Israele. Da allora, tuttavia, i diversi presidenti succedutisi, avevano sempre rinviato la scelta per favorire i colloqui di pace. La mossa del presidente americano, in tal senso, sembra prendere atto, dopo innumerevoli tentativi, della fine di ogni negoziato fra palestinesi e israeliani.

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