Igor Sergeevic Ivanov ha guidato la diplomazia moscovita in una fase cruciale della Russia post-sovietica, a cavallo tra due stagioni geopolitiche. Si insediò al ministero degli Affari Esteri nel tardo periodo eltsiniano – subito dopo il crac finanziario dell’estate del 1998, che si portò via anche molte illusioni sull’armoniosa convivenza tra gli interessi della Russia e quelli dell’Occidente – e rimase per l’intero primo mandato di Vladimir Putin. Poi nel 2004 Igor Ivanov passò il testimone a Sergej Lavrov, ma ha continuato da allora a tessere la tela del dialogo globale su temi cruciali, come il disarmo.


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Così ha deciso di impegnarsi nella Nuclear Threat Initiative (NTI), convinto che «il ruolo delle Ong nelle relazioni internazionali stia diventando sempre più importante, soprattutto quando coinvolgono grandi esperti ed ex statisti, sia dell’est che dell’ovest», come i veterani statunitensi Sam Nunn e Richard Lugar, ideatori del programma Cooperative Threat Reduction, che già alla fine dell’Urss mirava a smaltire le armi nucleari sovietiche.

«Non siamo un gruppo di idealisti in cerca di una soluzione magica per tutte le questioni nucleari», sottolinea Ivanov. «Ci concentriamo su passi concreti e a volte modesti, che puntano però a spostare le lancette dell’Orologio dell’apocalisse il più lontano possibile dall’Armageddon nucleare».

Oggi ce n’è più che mai bisogno. Secondo il Bulletin of the Atomic Scientists, che regola le lancette del famigerato orologio valutando lo stato della sicurezza globale, mancano solo due minuti all’apocalisse. È la situazione più critica dal 1953, quando gli Usa decisero di costruire la bomba H. Eppure meno di dieci anni fa, poco dopo essersi insediato alla Casa Bianca, Barack Obama parlava di un “mondo libero dalle armi nucleari” come di un obiettivo realistico.

Cosa è andato storto Igor Sergeevic?

È vero, i primi anni di Obama hanno suscitato molte speranze sul possibile miglioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Russia. C’è stato il momento del reset, poi abbiamo firmato il nuovo Start (trattato sulla riduzione delle armi nucleari siglato da Stati Uniti e Russia a Praga l'8 aprile 2010 ndr), abbiamo lavorato insieme sul dossier iraniano e anche avviato delle consultazioni sul sistema di difesa antimissile della Nato in Europa. Ma la forza d’inerzia delle vecchie abitudini si è dimostrata insuperabile. La nuova agenda post-guerra fredda dei rapporti tra Stati Uniti e Russia non è mai stata pensata e discussa con sufficiente cura. E diverse crisi regionali − dall’Ucraina al Medio Oriente – hanno contribuito a far salire la tensione tra la Casa Bianca e il Cremlino

Nel suo recente intervento davanti all’Assemblea federale della Russia, il presidente Putin ha presentato una nuova generazione di armi nucleari in grado di perforare il sistema di difesa statunitense. Secondo il Cremlino si tratta solo di una risposta alla politica nucleare seguita da tempo da Washington. Poco più di un mese prima del discorso di Putin, era stato il Pentagono a lanciare il rinnovamento del suo arsenale. E anche il segretario alla Difesa Jim Mattis lo ha giustificato come “una risposta all’espansione della capacità nucleare della Russia e alla revisione della sua dottrina”. È partita una nuova corsa agli armamenti? E se è così, chi ha dato il via?

Non credo che possiamo già parlare di una vera corsa agli armamenti su vasta scala tra Stati Uniti e Russia. Mosca e Washington stanno ancora rispettando quanto previsto dal New Start e concordano sull’importanza del Trattato INF (Trattato sulle forze nucleari a medio raggio, firmato da Reagan e Gorbaciov nel 1987) e sui pericoli di una competizione militare fuori controllo in settori diversi come il cyberspazio o l’intelligenza artificiale. Ma è vero che il sistema di controllo degli armamenti tra Russia e Stati Uniti si è nettamente deteriorato e una nuova corsa agli armamenti ormai è diventata una minaccia concreta. In Russia siamo convinti che questa tendenza negativa sia iniziata con la decisione nel 2001 degli Usa di abbandonare il trattato ABM (anti missili balistici, firmato nel 1972, ndr). Quella fu una scelta unilaterale, parte di una nuova strategia americana che puntava a creare un mondo unipolare sotto la guida indiscussa di Washington. Il piano è fallito ma ha avuto effetti molto negativi sull’intero sistema di relazioni internazionali, incluso appunto il controllo degli armamenti.

L’esperienza ci insegna che una corsa agli armamenti può essere evitata solo attraverso accordi che riflettano gli interessi legittimi di entrambe le parti. Se tutti noi accettassimo questa realtà potremmo fare molto più che evitare una nuova corsa senza senso agli armamenti: potremmo impegnarci a risolvere comuni problemi di sicurezza che si stanno moltiplicando. Purtroppo la situazione è diventata molto difficile per via della crisi nelle relazioni politiche tra Mosca e Washington  

Washington sta sviluppando in particolare delle nuove armi atomiche a potenza ridotta, necessarie secondo Mattis per “contrastare la dottrina russa “escalate to de-escalate”, secondo la quale Mosca minaccia di usare questo tipo di armi anche in un conflitto limitato e convenzionale in Europa. Stiamo entrando in un’era in cui l’uso di “mini-atomiche” è considerata un’opzione realistica in ogni teatro di guerra?

Non credo esista una dottrina del genere in Russia, mi sembra un prodotto dell’immaginazione dei militari occidentali. Ma sono d’accordo con lei: stiamo entrando in una nuova era che comporta rischi più alti. Le piccole testate nucleari rappresentano una nuova sfida per tutti noi, soprattutto in Europa, perché possono creare l’illusione che sia possibile combattere e vincere una guerra nucleare limitata.

Questo vuol dire che rischia di saltare il cosiddetto equilibrio del terrore basato sul Mad (Mutually Assured Destruction), la dottrina seconda la quale il rischio di innescare una guerra nucleare in grado di distruggere entrambe le parti previene lo scoppio delle ostilità?

Sì, è una minaccia all’equilibrio garantito dal Madma non è l’unica. Anche i programmi di difesa missilistica ad esempio, possono mettere in discussione le basi del Mad. Queste questioni devono essere discusse in maniera aperta e trasparente sia al livello politico che militare. E sono convinto che possono essere risolte senza indebolire la sicurezza degli uni o degli altri.

Le nuove armi sviluppate dalla Russia, il super missile RS - 28 Sarmat in testa, richiedono un forte impegno finanziario. È una spesa sostenibile per il suo Paese? Ed è giusto che sia una priorità della spesa pubblica? Non è che Mosca rischia di farsi dissanguare economicamente, qualora la corsa gli armamenti dovesse svilupparsi?

Se guarda l’andamento della spesa militare russa, noterà che in realtà ha raggiunto il picco nel 2016 e da allora ha iniziato a scendere. L’economia russa è abbastanza solida da poter mantenere una parità nucleare sostanziale con gli Usa, almeno nel breve periodo. Ma questo può essere garantito solo a spese di altri settori dell’economia. Significa rallentare riforme strutturali di cui la Russia ha bisogno e dirottare risorse dalle priorità sociali e altri obiettivi civili. Non è la nostra scelta ideale, ma se la Russia sarà costretta a impegnarsi in una nuova corsa agli armamenti, la sicurezza nazionale sarà garantita in ogni circostanza. Il presidente Putin è stato molto chiaro su questo.

Torniamo al nostro orologio dell’apocalisse. Mancavano 4 minuti alla catastrofe nucleare nel 1984, dopo il lancio del progetto reaganiano delle “guerre stellari” e 17 minuti nel 1991, quando è finita la Guerra Fredda. Ci sono lezioni da trarre dal disarmo rilanciato da Reagan e Gorbaciov che possono tornarci utili oggi?

Se paragoniamo la situazione attuale a quella di allora, questa non è certo la Guerra Fredda degli anni ‘70 e ‘80 quando le due parti avevano sviluppato un sistema articolato di controllo degli armamenti, con molti canali di comunicazione politica e militare e un certo livello di rispetto reciproco e anche di fiducia. La situazione semmai ricorda quella degli anni ‘50, quando il rischio di un confronto diretto era molto più alto. Allora ci volle la crisi dei missili di Cuba (1962) per far capire appieno a Usa e Russia il pericolo di un’apocalisse nucleare e convincerli quindi a prendere sul serio la necessità di controllare gli armamenti.

Spero che questa volta ce la caveremo senza dover passare da una nuova crisi missilistica. La lezione più importante che tutti noi dovremmo trarre dal passato è che non ci sono né ci possono essere vincitori nella corsa agli armamenti. Se questa non sarà fermata al momento giusto, tutti le parti finiranno col perdere. Nella seconda metà del secolo scorso i leader politici sono stati abbastanza saggi da capire questa realtà e sedersi al tavolo del negoziato. Speriamo che accada di nuovo adesso.  

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