L’uscita del Regno Unito dall'Unione Europea offre agli europei la possibilità di formulare una nuova visione condivisa. I britannici hanno svolto un ruolo importante in Europa, intesa sia come mercato comune che come unione politica. La sfida per chi resta sarà quella di adeguarsi all'assenza del Regno Unito. Lo scorso autunno il Presidente francese Emmanuel Macron ha presentato una serie di ambiziose proposte per rilanciare il progetto europeo, mentre da poco la Cancelliera tedesca Angela Merkel ha dato vita a un governo di coalizione con un’agenda pro-Europa differente. La visione di Macron è più centralizzata e insiste sulla solidarietà istituzionalizzata; quella di Merkel è più intergovernativa e pone l'accento sulla responsabilità politica a livello nazionale. Il successo di entrambi gli approcci dipenderà dal modo in cui gli altri Stati membri risponderanno all'appello all'unità. Il prossimo governo italiano svolgerà un ruolo cruciale all’interno di questo processo.

Il contesto globale impone una qualche forma di unità europea. L'Amministrazione di Donald Trump negli Stati Uniti sta mettendo in atto il programma "America First" attraverso un mix di diplomazia coercitiva in tema di spesa europea per la difesa e di iniziative unilaterali per quanto riguarda il commercio e i tassi di cambio. L'amministrazione russa di Vladimir Putin, ancora coinvolta nel conflitto ucraino, è diventata più assertiva in Medio Oriente e si è immischiata più apertamente nella politica democratica di altri Paesi. In Cina Xi Jing Ping ha consolidato il suo potere e persegue con caparbietà sia il completamento della Nuova Via della Seta che il controllo del Mar Cinese Meridionale. Nel frattempo le guerre continuano a devastare il Medio Oriente, l'Africa è alle prese con le sfide dello sviluppo, della democratizzazione e del cambiamento demografico, e l'America Latina rimane relativamente isolata dal resto del mondo. Di conseguenza, se gli europei non tutelano i propri interessi, è probabile che nessun altro lo faccia.

Purtroppo per l'Europa la situazione italiana è ambigua. Da un lato l'Italia si trova oggi più che mai in una posizione che le permetterebbe di assumere un ruolo di leadership in Europa. Dall’altro molti italiani si sentono estranei al progetto europeo e alcuni preferirebbero che il governo italiano concentrasse la sua attenzione sulle questioni interne. Così, se da un lato c'è la possibilità che l'Italia contribuisca a rafforzare una visione di Europa che includa elementi delle proposte francesi e tedesche, dall'altro potrebbe ritirarsi dall'impegno europeo in un momento cruciale per il suo rinnovamento.

Il potenziale di leadership dell'Italia deriva dalla confluenza di due fattori. Il primo (e più importante) è che l'Italia non ha più bisogno di un "vincolo esterno" europeo. Per un certo periodo, negli anni '80 e '90, i politici italiani tendevano a porre l'Europa come una sorta di obiettivo per realizzare le riforme necessarie in patria. Questo periodo si aprì con la lotta per ridurre l'inflazione e culminò con il consolidamento delle finanze pubbliche e con la prima grande riforma dello Stato sociale italiano. Tuttavia, dopo l'ingresso dell'Italia nell'euro, la capacità o meno del governo di riformare e preservare le istituzioni nazionali è diventata più una questione di politica interna che di vincoli esterni, e da questo punto di vista l'Italia è diventata uno Stato membro più simile agli altri. I governi italiani che si sono susseguiti a partire dal 2011 hanno dimostrato che in Italia le riforme si possono fare, e che la chiave del successo non sta tanto nelle condizioni imposte dall'esterno quanto nella responsabilità politica interna. I leader europei, sia nelle istituzioni chiave che negli altri governi nazionali, hanno imparato a rispettare i risultati raggiunti dall'Italia in questo senso.

La fiducia dell'Italia nell'Europa è il secondo fattore principale; anche la relativa debolezza di Francia e Germania e il vuoto politico lasciato dall'uscita della Gran Bretagna giocano un ruolo importante. Benché goda di una netta maggioranza nell'Assemblea nazionale francese, Macron non può imporre la sua agenda europea con la sola forza della volontà. I suoi predecessori ci hanno provato all’interno di una Comunità europea ben più ristretta e hanno fallito. Ora che il Regno Unito non può fare dell’ostruzionismo, la Francia ha sicuramente maggiori possibilità di imporsi, ma il tentativo del Primo Ministro olandese Mark Rutte di riunire gli Stati membri più piccoli in unico fronte di opposizione al programma di riforme di Macron mostra come l'influenza del presidente francese resti limitata. Inoltre Macron deve far fronte a una complessa situazione interna ed è così anche per Merkel, che però non gode della stessa maggioranza in Parlamento e in più deve gestire le profonde divisioni interne alla sua coalizione. Questo spiega perché il pre-accordo per la nuova coalizione sembrasse molto più vicino all'agenda europea di Macron di quanto non sia l'attuale governo tedesco. Merkel ha fatto concessioni ai filoeuropei del Partito socialdemocratico tedesco (SPD) per convincerli ad appoggiare l'accordo, ma non intende alienare quelle voci della sua Unione Cristiano-Democratica che si dicono a favore di una maggiore responsabilità nazionale. Fortunatamente per Merkel il nuovo Ministro delle Finanze, Olaf Scholz del SPD, la pensa un po’ come lei, mentre Macron rimarrà sicuramente deluso.

Nonostante le opportunità di leadership in Europa per l’Italia, gli italiani si sentono sempre meno partecipi. I sondaggi di opinione dell'Eurobarometro condotti lo scorso autunno mostrano che un gran numero di italiani non sostiene il progetto europeo e in molti hanno espresso il proprio scetticismo nei confronti dell'euro come moneta unica. Ad ogni modo da tali risultati non si può evincere che gli italiani siano pronti a uscire dall'Ue o ad abbandonare l'euro, né quanto sia sentito il tema “Europa” rispetto ad altre questioni più strettamente interne. I sondaggi nazionali condotti in vista delle elezioni di marzo 2018 mostrano che la maggior parte degli italiani considera pensioni, disoccupazione e immigrazione temi più importanti di qualsiasi altra questione "europea". Il problema è che se i politici italiani attribuiscono alle istituzioni europee la colpa di riforme pensionistiche indesiderate, tassi troppo alti di disoccupazione e immigrazione incontrollata, il tema "Europa" rischia di diventare più importante in senso negativo. Diversi politici italiani (soprattutto della Lega, ma non solo) insistono su questo nesso. Se la loro retorica avrà successo, l'"Europa" diventerà responsabile agli occhi dell'elettorato italiano e l'Italia potrebbe perdere l’occasione di svolgere un ruolo di leadership costruttivo in Europa.

Da parte loro, altri leader europei non mostrano grande fiducia verso l’Italia. Questa diffidenza è in parte un retaggio del vecchio rapporto dell'Italia con l'Europa. Sebbene alcuni policymaker in Germania e in altri paesi dell'Europa settentrionale apprezzino i recenti sforzi dell’Italia in materia di riforme, spesso tornano a vederla come un Paese che ha bisogno di una qualche forma di vincolo esterno, un’immagine diffusa anche all’interno delle istituzioni europee. Inoltre l'incertezza della situazione politica italiana non fa che alimentare la tendenza al paternalismo di quegli europei che sono intenzionati a sostenere l'Italia. In parte questa sfiducia deriva dalle promesse fatte durante la campagna elettorale italiana. I politici italiani non sono certo i soli a promettere di annullare riforme impopolari o spendere fondi che non hanno. Il problema è che le finanze pubbliche italiane sono più fragili di quelle di altri Paesi, e quindi i margini di errore (e di fiducia) sono più ristretti. Se i politici italiani non vogliono essere trattati con sufficienza dai loro omologhi nelle istituzioni europee e in altri Stati membri, devono proporre politiche più realistiche e dimostrarsi capaci di ottenere il sostegno dell'elettorato italiano.

Ahimè, è facile cadere negli stereotipi: gli altri Paesi europei potrebbero continuare a guardare l'Italia dall’alto in basso e i politici italiani potrebbero far leva sul senso d’isolamento collettivo. Se così fosse, la nuova classe dirigente italiana non sacrificherebbe solo il sostegno italiano all'integrazione europea e le prospettive di leadership dell’Italia in Europa accanto a Francia e Germania, ma rischierebbe anche di indebolire l'Ue in un momento in cui essa è più importante che mai per la promozione degli interessi italiani ed europei.

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