In molte capitali europee ci si interroga sul futuro dei rapporti tra Europa e Russia: possiamo prevedere qualche miglioramento nel futuro prossimo? Solo uno sviluppo limitato dei rapporti appare plausibile nell’immediato, ma la buona notizia è che sarà l’Europa a dettarne i termini.

Per rispondere a questa domanda bisogna innanzitutto comprendere la natura del problema. Le politiche della Russia contrastano con gli obiettivi, i progetti e i valori europei in vari ambiti: dai rapporti col Medio Oriente agli equilibri di potere mondiali e alle scelte di politica interna. Tutte queste divergenze prese nel loro insieme possono confondere.

Ma da un’analisi più attenta emerge un denominatore comune: un dissenso in ambito normativo. L’opinione della Russia sulle norme che dovrebbero guidare la condotta interna e internazionale degli Stati si discosta nettamente da quella dell'Europa. È uno scontro tra sovranità nazionale e sovranità condivisa, tra il primato dei valori liberali e la prerogativa del potere statale.

La Russia ambisce a imporsi come grande potenza in un mondo organizzato sulla base del modello statocentrico. Il Cremlino vorrebbe controllare quasi ogni aspetto della vita del Paese, dall'attività economica e politica ai media e alla memoria storica ("democrazia sovrana" significa che nessuno dal basso o dall'esterno può dirti cosa fare). Mosca aspira a un sistema internazionale in cui l'autorità dello Stato e le sue credenziali democratiche sono indiscusse e rivendica una sfera di "interessi privilegiati" nei Paesi vicini.

Molti a Mosca ritengono che il principale ostacolo alla realizzazione di questo ordine mondiale risieda nelle ambizioni egemoniche (sempre più deboli, ma non del tutto svanite) degli Stati Uniti. Questo è vero solo in parte. Gli Usa saranno anche i paladini dell’ordine liberale del post-guerra fredda, ma l’Europa ne è l'incarnazione. L'Unione Europea nasce dall'idea che la cooperazione, la sovranità condivisa, la democrazia rappresentativa e il rispetto dei diritti umani siano garanzie di pace e prosperità. Questi valori sono il suo DNA.

Pertanto, anche se gli Usa dovessero riuscire a conciliarsi con la Russia ("stringere un accordo", come ha ripetutamente suggerito il Presidente Trump), per l'Europa ciò non è possibile. L'Ue si fonda su determinati valori e qualsiasi tentativo di stringere accordi in violazione di tali valori avrebbe conseguenze disastrose: forse non il tracollo dell'Ue, ma sicuramente la sua incapacità di esercitare un ruolo influente in politica estera. L'Ue è pertanto condannata a competere con la Russia per il diritto di dettare le regole del mondo in generale e, più nell’immediato, in Europa.

La disputa non è destinata a concludersi in fretta. L'Europa non può accettare la visione del mondo russa e la Russia non accetta quella europea. Al momento la Russia considera le norme occidentali non solo dannose per i propri interessi, ma anche impraticabili. Le attuali turbolenze internazionali e gli sconvolgimenti interni all’Occidente sono visti come prova del fatto che l'ordine liberale ha i giorni contati, e Mosca non ha intenzione di accettare norme internazionali che ritiene in parte responsabili di questo fallimento.

Ne consegue che per avere la meglio l’Europa non dovrà tanto opporsi alla Russia (anche se a volte sarà necessario) quanto rilanciare il modello occidentale, affrontando le debolezze interne e migliorando il proprio profilo internazionale. Se l’Ue vuole essere presa sul serio nel suo ruolo normativo internazionale, deve dimostrare che le sue norme sono praticabili, sia a livello nazionale che internazionale. Putin non è tipo da cedere alle pressioni, ma ai fatti: se e quando il potere normativo dell’Ue diventerà una realtà indiscussa, la Russia sarà pronta a farci i conti. Per arrivare a questo punto ci vorrà del tempo, pertanto è improbabile che le relazioni tra Europa e Russia facciano un rapido salto di qualità.

Ma presto potremmo assistere a qualche piccolo sviluppo. Benché in ambito normativo Mosca continui a discordare con l'Occidente, ci sono sempre fluttuazioni, rivalutazioni di circostanze che a volte possono portare a delle svolte politiche. Come ha osservato l'analista russo Andrei Kortunov, "il problema fondamentale della politica estera russa non è capire come affrontare la realtà esterna, ma piuttosto come definirla". Di tanto in tanto capita che Mosca fraintenda gli attori della politica internazionale o inquadri certe situazioni in modo sbagliato, e poi sia costretta a correggersi.

Gli eventi degli ultimi tre anni hanno spesso smentito le previsioni di Mosca in tema di politica estera. La leadership russa non immaginava che l'Occidente introducesse forti sanzioni dopo l’annessione della Crimea e che le rinnovasse per anni. Si aspettava che la Cina cercasse di controbilanciare la perdita di investimenti occidentali, cosa che non è avvenuta. Si aspettava che Hillary Clinton vincesse le elezioni e usasse il pugno di ferro nei confronti della Russia, poi che Donald Trump diventasse un presidente soft e filorusso. Si aspettava che l'Ue si sfaldasse sotto il peso delle contraddizioni interne in seguito alla Brexit. Si aspettava che l'Ucraina crollasse sotto il peso di un’economia disastrata, della corruzione e del caos politico. E pensava che risolvere la crisi siriana sarebbe stato molto più semplice.

Ma il mondo si è rivelato ben più imprevedibile e complesso. E così il Cremlino si ritrova oggi a ospitare un acceso dibattito di politica estera sul significato di Donald Trump, sul destino dell'Ue, su cosa aspettarsi dalla Cina e sui prossimi passi da compiere in Siria e nel Donbass.

Tutti sembrano concordare sul fatto che la vecchia retorica antioccidentale e le tattiche di destabilizzazione non funzionino più in un mondo in cui Donald Trump è il maestro dello scompiglio. Poiché le relazioni con gli Stati Uniti sembrano destinate a restare in sospeso a lungo (dato che i rapporti con la Russia sono al centro di un’aspra controversia negli Usa), l'unico sbocco rimasto è l’Europa. L’Ue ha posto il rispetto degli accordi di Minsk come condizione essenziale per lo sviluppo delle relazioni con la Russia, e gli accordi di Minsk sono chiaramente collegati al grosso delle sanzioni europee. Tali sanzioni verrebbero revocate se la Russia si ritirasse dal Donbass e alla vigilia delle elezioni presidenziali russe un influente collegio elettorale di Mosca chiedeva al Cremlino di fare proprio questo.

Il tentato omicidio di Sergei Skripal e della figlia, la risposta dell’Occidente e le nuove sanzioni americane hanno prodotto una battuta d’arresto nello sviluppo dei rapporti con la Russia. Ma la lezione importante per l’Europa è che attenendosi ai propri principi, elaborando politiche adeguate e avendo pazienza strategica può influenzare la politica di Mosca e far prevalere le proprie condizioni.

In Europa si è discusso molto sull’efficacia o meno delle sanzioni. In effetti le sanzioni non hanno agito in modo rapido o lineare. Chiunque si aspettasse risultati immediati è rimasto deluso. Nel 2014 le sanzioni non riuscirono a convincere le élite politiche e imprenditoriali ad esercitare pressioni sul Cremlino: alla fine di quell'anno essere sanzionati dall'Occidente era quasi un vanto. Ma nel 2017, in seguito ad alcune svolte e rivalutazioni, e in un clima politico più disteso, un gruppo di tecnocrati di spicco si è schierato a favore di un miglioramento dei rapporti con l'Occidente. "Se vogliamo che la nostra economia cresca, e cresca in modo intelligente, dobbiamo migliorare i rapporti con l'Occidente, e anche la Russia deve prendere provvedimenti a tal fine", ha proclamato l'ex Ministro delle Finanze russo Alexei Kudrin.

Il ritiro della Russia dal Donbass sarebbe una piccola conquista politica per l’Europa e spianerebbe la strada allo sviluppo dei rapporti. Ma questa non è che una piccola battaglia in una contesa ben più ampia. C’è ancora molto da fare, sia all’interno dell’Ue che in tema di rapporti con la Russia.

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