Dopo due anni di presidenza targata Donald Trump, appare sempre più sbiadito il mantra elettorale che lo ha proiettato verso la Casa bianca. L’America First, gli Stati Uniti al primo posto, non funziona. O meglio, non funziona come avrebbe desiderato il miliardario newyorkese. E con le elezioni di mid-term alle porte, gli scenari della politica estera americana sono sempre più a tinte fosche.


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Quello che doveva essere un programma incendiario, capace di ribaltare quanto fatto da Barack Obama, si è rivelato un grande, pirotecnico, flop. Gli Usa dovevano riposizionarsi sullo scacchiere internazionale come ideale guida del mondo libero, concetto che piace assai agli inquilini della Casa bianca, ma la verità è che Washington pare più in difficoltà che mai. Russia, Nord Corea, Iran, Europa, Cina, più il capitolo sui vicini di casa del Canada. Sono questi i dossier più importanti, e non ancora risolti, sul tavolo di Trump. E dopo la cacciata di Rex Tillerson dal Dipartimento di Stato c’è poco spazio per l’ottimismo. Mike Pompeo, il successore di Tillerson, è conosciuto come figura molto controversa e poco accomodante. Non è certo la nomina migliore di Trump, ma rientra nel suo disegno di tentativo di riacquisto del consenso perduto, prima che si scateni su di lui una tempesta giudiziaria che sembra ogni giorno che passa più vicina.

La Russia è il capitolo più spinoso per il presidente. Il cerchio intorno alle ingerenze di Mosca sulla campagna elettorale americana che ha portato alla vittoria dell’outsider Trump, secondo fonti diplomatiche, è vicino all’essere chiuso. Quello che manca, affermano le note che circolano nella capitale statunitense, è la pistola fumante. Vale a dire, la prova che non solo ci sono state interferenze, ma anche fondi e risorse finanziarie verso l’entourage che ha condotto la campagna. Agendo in modo opportunistico, come spesso è accaduto anche in passato, la Russia sta tentando di continuare l’operazione di riposizionamento su scala globale. E Trump sta continuando ad agire con le regole del doppio-gioco. Da un lato lascia intendere che Mosca è un’antagonista, dall’altro è consapevole che senza una Russia così forte e vicina, una rielezione sarà assai complicata. Tutto questo tentennamento continua a essere visto come fumo negli occhi dalla diplomazia liberale mondiale, ma c’è fiducia nel fatto che prima o poi il miliardario newyorkese dovrà rendere conto dei suoi rapporti con Vladimir Putin.

L’altro nodo da sciogliere è quello legato alla Corea del Nord. Anche in questo caso, dopo un anno e mezzo vissuto pericolosamente, con una guerra di parole e minacce, è arrivata la distensione fra Seoul e Pyongyang. Grazie a Trump? In parte sì, ma soprattutto per merito della Corea del Sud, che ha saputo cogliere il momento giusto per aprire a una pace che, se confermata, sarà ricordata come uno dei più grandi successi diplomatici del XXI secolo. La strada però era e resta in salita. Se Pyongyang accelera, Washington rallenta. E mai c’è stata così tanta incertezza sopra la penisola coreana.

Un chiaroscuro è invece il rapporto fra Usa e Iran. Non tanto perché Teheran sta giocando con il fuoco, quanto perché non è limpida la posizione oltranzista di Washington. Come ha sottolineato Karim Sadjadpour su The Atlantic, è possibile che le mosse di Trump finiscano con il creare una situazione paradossale e opposta a quanto si è cercato di fare negli ultimi decenni. In altre parole, Trump rischia di rivitalizzare il regime radicale iraniano, allontanando il Paese dal resto del mondo. Si tratterebbe di un’estremizzazione pericolosa, avvertono gli analisti geopolitici della Brookings Institution, perché potrebbe scatenare un conflitto interno all’Iran che si è tentato di scongiurare per anni.

Ambigue sono anche le relazioni fra Usa ed Europa, anche alla luce della recente imposizione di tariffe su acciaio e alluminio. “Se Washington attacca, l’Europa è pronta a rispondere”. È una delle frasi più sentite negli ultimi tempi fra le cancellerie di Francia e Germania, le quali non hanno intenzione di perdere vantaggi competitivi e mercati di riferimento. Sebbene i tentativi di una mediazione, proprio per evitare una guerra commerciale fra i due lati dell’Atlantico, siano stati molti, l’amministrazione Trump ha deciso di calcare la mano. “I rapporti non mai stati così bassi negli ultimi 30 anni”, spiega dietro richiesta di anonimato un alto funzionario della Commissione europea. “In un mondo così globalizzato, è impensabile attaccare i principali partner commerciali. Quindi non comprendiamo le decisioni di Trump. E posso affermare con certezza che si risponderà a tono”, conclude. Traduzione: se Washington non ritira le tariffe, Bruxelles agirà di conseguenza, limitando l’importazione di beni statunitensi. Un fattore, quest’ultimo, che avrà un sicuro impatto sull’economia americana, che poi ricadrà sulla popolarità di Trump in casa.

E poi c’è la Cina, il grande avversario dell’America, secondo Trump. I rapporti si stanno deteriorando sempre più. A Pechino però non sono stati fermi a guardare le evoluzioni, e le schizofrenie, di Washington. Didier Saint-Georges, managing director di Carmignac, è convinto che il peggio debba ancora arrivare: “Il fatto che Donald Trump ami negoziare mettendo alle strette il suo interlocutore non è una novità, così come non lo è il fatto che la Cina disponga di numerosi e potenti mezzi di ritorsione”. Tutt’altro, infatti. “Si delinea quindi un periodo di atteggiamenti, minacce e ritorsioni che potrebbero indebolire la fiducia degli investitori, e persino mettere in discussione il futuro delle dinamiche di libero scambio nell’ambito dell’Organizzazione Mondiale del Commercio”, continua Saint-Georges. Ma c’è di più. Ancora una volta, i sogni di Trump durante la campagna elettorale sono stati eccessivi. “Pretendere di ridurre quest’anno il deficit commerciale degli Usa con la Cina di 100 miliardi di dollari, è un’illusione oltre che un’assurdità, dato che l’integrazione delle catene di distribuzione globali rende questo argomento ancora più complesso”, conclude l’economista. Ed è questa l’ennesima variabile che potrebbe rallentare l’economia domestica Usa, contribuendo a peggiorare la condizione economica di milioni di cittadini, i quali stavano lentamente riprendendosi dopo il collasso del mercato immobiliare iniziato nel 2006/2007 e culminato con la scomparsa della quarta banca del Paese, Lehman Brothers, nel 2008.

La tregua sul piano geopolitico è stata fin troppo breve. Come spiega Olivier De Berranger, Chief Investment Officer di La Financière de l’Echiquier, la guerra commerciale è stata solo messa da parte per un istante, grazie al segretario del Tesoro Steven Mnuchin, uno dei più moderati dell’amministrazione Trump. “Assistiamo, complessivamente, a un riaffacciarsi di tensioni geopolitiche che,  a seguito del forte rimbalzo dei mercati che avevano toccato i minimi a marzo, hanno generato stress e maggior volatilità” nota De Berranger. E al centro di tutto c’è sempre una sola cosa: il consenso politico. “Donald Trump è nel pieno della campagna elettorale in vista dei mid-term e la retorica della “guerra commerciale” è uno dei suoi cavalli di battaglia per (ri)compattare l’elettorato”, dice De Berranger. Sì, perché è quello il vero e proprio punto. Nella completa assenza di una strategia di lungo periodo, anche per colpa dell’inadeguatezza della squadra di governo, l’unico obiettivo di Trump è quello di non perdere la propria base elettorale. Una base che inizia a vacillare sempre più. E in una fase nella quale Trump ha perso quasi tutte le figure chiave che lo hanno portato alla Casa bianca, Stephen Bannon in primis, una rielezione è vista sempre più difficile. Anche perché nel 2020 sarà difficile poter contare su un appoggio esterno, come pare evidente che ci sia stato nel 2016 tramite la Russia. E così l’intero progetto America First, che passerebbe alla storia come un mero slogan elettorale.

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