Mentre l’Europa invecchia, sperimentando il calo delle nascite e l’allungamento della vita, l’Africa ringiovanisce di giorno in giorno. Nel 1980 il continente africano contava 477 milioni di abitanti, oggi oltre 1,2 miliardi, secondo le stime delle Nazioni Unite. Nel 2050 contribuirà con un sostanzioso 54% alla crescita demografica globale, con un esercito di giovanissimi che scalzerà India e Cina. Nel 2100 arriverà all’82%, con la Nigeria in cima alla lista dei paesi più popolosi. E come i mammiferi e gli uccelli che da una decina di anni a questa parte, complice il cambiamento climatico, emigrano alla ricerca di cibo e di temperature meno ostili alla vita, allo stesso modo e per ragioni non troppo diverse anche le persone si muovono. A volte restando nel proprio continente ma spostandosi verso altre regioni, altre volte varcando i confini. Le immagini degli sbarchi a Lampedusa o dei corpi senza vita nel Mare Mediterraneo fanno il giro del mondo e rimandano l’idea di persone disperate, disposte a tutto pur di scappare dal proprio paese. Ma alimentano anche una narrativa ingannevole, e cioè che le migrazioni siano sempre e comunque un problema, tanto per il paese che accoglie, quanto per il paese che si lascia.

“Sono cresciuto con l’idea dell’Europa, e come me tanti amici che adesso si trovano in Italia” racconta Jacques, un ventenne ivoriano che per rincorrere il suo sogno di bambino è partito da un villaggio a trenta chilometri da Yamoussoukro, per poi approdare a Napoli, dove ha fatto richiesta di asilo. Nell’immaginario di Jacques l’Europa è la Terra Promessa, il luogo dove tutto è possibile, nonostante le difficoltà. Jacques non ha conosciuto la guerra, perché le bombe non sono sempre il motivo per cui si scappa. La sua però è una storia emblematica di litigi tra famiglie rivali, di ritorsioni, di contese per un appezzamento di terra, di minacce di morte. Una storia impregnata di credenze tribali che lo hanno costretto alla fuga. Esiste un legame tra la crescita demografica e le migrazioni, e riguarda l’accaparramento delle risorse, il lavoro e a volte persino la guerra. “La crescita rapida della popolazione e i cambiamenti climatici in questi ultimi anni hanno generato difficoltà economiche e un elevato tasso di disoccupazione giovanile, per cui la vita in alcune zone dell’Africa è diventata veramente dura. Quando i giovani emigrano, in qualche modo alleviano anche la pressione demografica nelle loro comunità” commenta William Ryerson, direttore dell’organizzazione non governativa Population Media Center. Secondo Ryerson le previsioni piuttosto pessimistiche sul riscaldamento globale e il costante aumento della popolazione, che in Africa raddoppierà in trenta anni, continueranno a incidere ancora a lungo sui flussi migratori verso l’Europa. “L’Africa Sub-sahariana è cresciuta in questi ultimi anni soprattutto nel settore petrolifero ed estrattivo, due comparti che purtroppo non hanno generato buoni livelli di occupazione. La gran parte dei giovani trova una possibilità nel mercato del lavoro non registrato, ma si tratta più che altro di strategie di sopravvivenza.

“Cresce la domanda di lavoro, ma manca l’offerta” spiega Giovanni Andrea Cornia, professore di Economia dello Sviluppo all’Università di Firenze. La maggior parte delle economie dell’Africa Sub-sahariana sono di tipo agricolo. Mentre in alcuni paesi però c’è ancora disponibilità di terre arabili, in altri come il Burundi o il Ruanda la terra non riesce più a soddisfare il fabbisogno. Se a tutto questo si aggiungono cause naturali nefaste come la siccità, che rende l’agricoltura improduttiva, i giovani sono costretti a trasferirsi nelle città dove in mancanza di un serio piano di sviluppo industriale, finiscono inghiottiti dal mercato del lavoro nero. “E lavorano in condizioni deplorevoli, a meno di due dollari al giorno, senza poter sfamare né sé stessi né la propria famiglia” aggiunge Ryerson. A molti di loro quindi non resta che tentare la fortuna altrove.

In Africa negli ultimi anni si è fatto tanto soprattutto in tema di mortalità infantile – continua Cornia – ma non si è compiuta la transizione demografica in virtù della quale quando cala la mortalità dei bambini, cala anche il tasso di natalità e il livello di crescita della popolazione tende ad assestarsi. Questo passaggio per il momento è mancato soprattutto nei paesi del versante centrale e occidentale. La crescita demografica rapida e incontrollata però è il campanello di allarme di problemi difficili da sradicare, molti dei quali hanno a che fare con l’emancipazione femminile. Non è un caso che laddove ci sono maggiori livelli di alfabetizzazione delle donne, il tasso di natalità è più basso. Più alto è il tasso di crescita della popolazione, più sono diffusi i matrimoni infantili.

La Nigeria è un caso paradigmatico. I bassissimi livelli di istruzione femminile sfociano quasi sempre nei matrimoni delle bambine – denuncia l’ultimo rapporto di Oxfam sulle disuguaglianze nel paese – con gravidanze precoci e frequenti e pesanti conseguenze sullo stato di salute delle giovani madri. “Le spose bambine raramente completano la scuola secondaria, tendono ad avere famiglie molto numerose, non conoscono gli strumenti di contraccezione” dice Ryerson. E’ come un circolo vizioso nel quale si perpetuano ignoranza e miseria. Nelle aree più degradate molte donne pensano che gli anticoncezionali siano nocivi per la salute, altre subiscono l’imposizione dei mariti, per altre è solo una questione di fatalismo: è Dio che decide quanti figli darti, l’uomo non può nulla.

Population Media Center interviene in queste realtà ideando programmi di sensibilizzazione, che attraverso l’intrattenimento, fanno informazione sui temi fondamentali della salute femminile. In Sierra Leone l’organizzazione ha trasmesso via radio 208 puntate di una serie ironica dal titolo Saliwansai. Dopo due anni di programma, il risultato è che moltissime donne si sono rivolte alle cliniche ginecologiche per farsi assistere in progetti di pianificazione familiare. “Quasi tutte si erano informate attraverso Saliwansai e risultati simili li abbiamo ottenuti in molti altri paesi” conclude Ryerson. I tassi di natalità fino a quattro volte più alti rispetto alla maggior parte dei paesi europei negli ultimi trent’anni hanno quasi raddoppiato la popolazione dei principali paesi da cui partono i migranti. Le migrazioni cambiano profondamente la struttura della società, anche quella dei paesi di origine. Per quante persone si muovono alla ricerca di una vita migliore, tante altre restano ferme ma possono beneficiare del lavoro di chi si sposta.

Nel 2015 – scrive il Fondo Internazionale per l’Agricoltura − i migranti hanno destinato 450 miliardi di dollari ai paesi in via di sviluppo attraverso le rimesse, ovvero i soldi inviati ai propri parenti, superando in questo modo di tre volte l’ammontare complessivo dell’assistenza allo sviluppo. Mentre in Africa gli aiuti allo sviluppo diminuiscono, i flussi delle rimesse aumentano e vedono tra i principali beneficiari – si legge in un dossier della Conferenza dell’Onu sul commercio e lo sviluppo − Nigeria, Egitto, Senegal, Marocco, Ghana. 750 milioni di persone vivono anche grazie al lavoro dei migranti ma per compensare la perdita di capitale umano dovuto alle migrazioni – chiarisce Ryerson – servirebbe che i soldi delle rimesse venissero investiti nell’istruzione dei bambini, in modo da garantire ai paesi un futuro meno povero e più stabile.

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