E’ il più noto tra i programmi dell’Unione europea, ma non tutti sanno che gli scambi di studio e lavoro dell‘Erasmus+ si estendono ben oltre i confini dell’Europa.

Partito nel 1987 con la partecipazione di appena 11 paesi e 3.200 studenti, il programma ha finora coinvolto 9 milioni di persone, secondo i dati della Commissione europea. L’obiettivo è promuovere la mobilità e per questo i fondamenti dell’iniziativa sono il riconoscimento del periodo all’estero come parte integrante del proprio curriculum e il sovvenzionamento di parte delle spese. A oltre 30 anni dall’esordio, l’Erasmus è considerato uno dei più grandi successi dell’Unione europea e uno strumento chiave nella creazione di quell’identità comune che dovrebbe essere alla base della ‘cittadinanza europea’. Un’analisi della Commissione dimostra infatti che la percentuale di studenti che sentono una forte relazione con l’Europa dopo uno scambio Erasmus è molto alta, specie nei paesi meridionali e orientali (85%), con Italia, Portogallo e Bulgaria rispettivamente all’87, 89 e 90%.

Dal 2007 il programma si è esteso oltre i confini dell’Ue. Nel 2009 è nato l’Erasmus Mundus e dal 2014 il programma si è trasformato in Erasmus+, inglobando tutte le iniziative di scambio per lo studio, l’insegnamento, la formazione professionale, il volontariato, la cooperazione e il rafforzamento delle istituzioni accademiche. La priorità sono i paesi vicini, i Balcani, la Russia, gli stati post-sovietici e quelli a sud del mediterraneo, con cui l’Europa vuole avere relazioni stabili sostenute da società aperte. Con un Erasmus+ si può però viaggiare in quasi tutto il mondo.

L’ultimo ‘allargamento’ è di quest’anno, con l’Erasmus+ Virtual Exchange, la versione virtuale del programma che ambisce ad utilizzare la tecnologia per aprire nuove opportunità di scambio e dialogo interculturale. La fase pilota è indirizzata in particolare alla sponda sud del Mediterraneo: Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Libia, Marocco, Palestina, Siria e Tunisia. E la scelta di questi paesi non è casuale. Tema nuovo della versione virtuale è infatti la “resistenza alla discriminazione e all’indottrinamento”.

Nell’annunciare la versione virtuale, la Commissione Ue si è rifatta alla dichiarazione dei ministri dell’istruzione del marzo 2015, dopo gli attentati di Parigi, che mirava a “promuovere la cittadinanza e i valori comuni della libertà, della tolleranza e della non discriminazione attraverso l'istruzione.”

In questo senso il programma Erasmus+ è un modello. Un'analisi del suo impatto basata su un campione di oltre 70.000 studenti ha mostrato che il cambiamento di personalità riscontrato dopo sei mesi di Erasmus equivale a quello che normalmente avviene in quattro anni di vita. Tolleranza, curiosità, fiducia, serenità, risolutezza e vigore sono emersi come tratti valorizzati da questo tipo di esperienza, tutte caratteristiche ricercate anche dai datori di lavoro. A livello professionale, inoltre, gli erasmiani hanno più possibilità di occupare livelli dirigenziali e meno probabilità di sperimentare lunghi periodi di disoccupazione, altra questione scottante per i paesi dell’area mediterranea.

A ciò si aggiungono considerazioni geopolitiche. Nel 2011, durante le rivolte contro i regimi del nord Africa conosciute come la ‘Primavera araba’, la Commissione europea aveva aumentato il numero di borse di studio Erasmus+ “per sostenere giovani, studenti e personale delle università del sud del Mediterraneo nel loro ruolo di democratizzazione della regione”.

“La politica di vicinato, che riguarda i paesi a est e a sud della Ue, ha favorito gli scambi con l’area mediterranea. Ma questa è diventata una delle regioni privilegiate per ragioni politiche contingentali e per il tema della migrazione,” ha affermato Marcello Scalisi, Direttore dell’Unione delle Università del Mediterraneo (UNIMED).

I dati provvisori del programma Erasmus+ parlano di 22.000 scambi (da e per l’Europa) pianificati per il periodo 2015-2017. Ma la distribuzione non è equa: oltre 6.200 riguardano Israele, seguito da Marocco (3.929), Tunisia (3.104), Egitto (2.348), mentre Siria (207) e Libia (64) sono ultime.

I problemi sono molteplici, a cominciare dal fatto che gli studenti di paesi che più avrebbero bisogno di opportunità internazionali sono quelli che vi hanno minor accesso. Il dott. Scalisi spiega che dal 2014 a gestire le borse di studio non sono più i grandi consorzi accademici, ma le singole università europee. “Ciò significa che se un paese della regione ha maggiori contatti ed è più capace a sollecitare borse di studio attraverso partner europei, riceverà più finanziamenti,” dice.

C’è poi la questione della sicurezza, sia per i partecipanti europei che per gli studenti della regione, sempre più timorosi delle derive razziste dell’Europa. A seconda dei diversi sistemi universitari, inoltre, ci possono essere debolezze strutturali e qualitative. E infine c’è il problema dell’accoglienza e dei visti, sempre più difficili da ottenere in Europa per chi viene dell’area mediterranea. D’altra parte, continua Scalisi, il programma virtuale può aiutare a comprendere come funzionano altre società e preparare alla mobilità, ma non può sostituire l’esperienza pratica.

Proprio per questo, l’associazione UNIMED, che raggruppa 108 università in 23 paesi, a dicembre ha lanciato una petizione per chiedere all’Unione europea di aumentare da 8.000 a 30.000 il numero di borse di studio per gli scambi euro-mediterranei nel periodo 2021-2027. Questa espansione dovrebbe mirare a colmare due grandi lacune degli attuali programmi: l’integrazione di giovani rifugiati e la mobilità non solo con l’Europa ma anche tra gli stessi paesi della sponda sud del Mediterraneo.

Se infatti in Europa si parla di una ‘generazione Erasmus’, l’ipotesi di un simile concetto per l’area mediterranea è ancora molto lontana. “Non esiste a livello accademico una regione mediterranea. Le università in Egitto e Marocco hanno più contatti con le università europee che tra di loro,” spiega Marcello Scalisi. “Il programma Erasmus+ è nato e rimane eurocentrico, ed è stato concepito all’interno del quadro politico e istituzionale rappresentato dall’Unione europea. Certo, c’è forte domanda di mobilità nella regione, però bisognerebbe passare il testimone alla riva sud, creando una mobilità regionale finanziata dai rispettivi governi e a cui l’Europa potrebbe fornire assistenza tecnica.”

Sta di fatto che l’Erasmus continua ad evolvere. Nato in una comunità europea ancora piccola e separata dalla cortina di ferro, si è allargato dopo la caduta del muro di Berlino per favorire nei paesi vicini la transizione a un’economia di mercato, si è aperto al resto del mondo con la globalizzazione del nuovo millennio ed ora aspira ad affrontare grandi questioni come la migrazione e la caccia globale di talenti per far sì che l’Europa rimanga competitiva. Il suo bilancio non ha conosciuto crisi. La dotazione per il periodo 2014-2020 era di 14,7 miliardi di euro con benefici per circa 3,3 milioni di giovani. E la Commissione europea ha proposto di raddoppiare la cifra nel bilancio Ue 2021-2027 che si inizia a discutere a Bruxelles, nonostante i tagli che dovranno essere apportati a causa dell’uscita dall’Unione di un grande contributore come il Regno Unito. Anche in questo caso, l’Erasmus offre la dimostrazione pratica che nonostante qualcuno voglia costruire muri, la cultura e l’istruzione in Europa continuano a restare aperte.

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