La posizione cattolica sul fenomeno delle migrazioni, oggi ingigantito come mai prima, fino a coinvolgere oltre 220 milioni di persone, si può raccontare in due modi.


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Il primo è quello ecclesiale, identitario in senso cristiano, e si basa sul Vangelo: “ero straniero e mi avete accolto”. Un imperativo che la Chiesa traduce nella pastorale ordinaria e in iniziative straordinarie nei momenti di emergenza particolarmente acuta. E verrebbe da preferire concentrarsi sulla ricchezza antropologica, prima ancora che confessionale, di quest'opera costante e silenziosa di tante migliaia di cattolici, laici e religiosi.

L'altro modo, è riferire, necessariamente per sommi capi, l'azione della Santa Sede, una struttura con personalità giuridica internazionale con il compito, concreto e realista, di tradurre il magistero del Papa nei rapporti internazionali e interreligiosi.

Il 2018 potrebbe essere un anno cruciale. In dicembre all'Onu dovrà essere approvato il Global Compact per le migrazioni e per i rifugiati, un duplice accordo al quale si lavora da due anni. I rappresentanti dell'Onu parlano di un accordo ambizioso e innovativo. Ambizioso lo è di sicuro, innovativo fino a un certo punto, dato che non supera la consolidata distinzione tra profughi e migranti cosiddetti economici. Mentre oggi i flussi sono sempre misti e l'enfasi specifica al tema della protezione internazionale per i profughi di guerra, minaccia di discriminare i “profughi dalla fame”, vittime del progressivo allargamento della forbice tra i pochi sempre più ricchi e i miliardi di essere umani sempre più poveri.

Nel lavoro sul Global Compact è molto impegnata proprio la Santa Sede, dotata di strumenti – e di visione – che le danno una conoscenza del fenomeno certo più globale di quella dei singoli Stati, specie di quelli cosiddetti di accoglienza (termine che indica purtroppo più un auspicio che comportamenti effettivi), dove prevalgono spesso interessi di corto respiro, atteggiamenti di chiusura, rigurgiti di nazionalismi e particolarismi esasperati, esplicita xenofobia, talora vero e proprio razzismo.

Il contributo della Santa Sede alla ricerca di soluzioni può essere particolarmente prezioso per l'Africa, stremata da una storia di spostamenti delle popolazioni quasi sempre forzati, a partire dalla tratta degli schiavi, responsabilità, giova ricordare, non solo dei colonizzatori europei, ma anche di quelli arabi. Dopo oltre mezzo secolo di decolonizzazione, almeno formale, non mancano ovviamente le responsabilità locali, ma questo quadro di sradicamento resta la causa principale della secolare impossibilità per gli africani di prendere davvero il proprio destino nelle proprie mani.

Ciò detto, va sottolineato che in Africa il fenomeno è un dramma soprattutto interno: meno di un quarto dei suoi migranti e profughi, circa 5 milioni sui 20 totali (numero che a sua volta rappresenta meno del 10% del totale mondiale) si trovano fuori dal continente, in maggioranza in Asia. Il che dimostra falsa e strumentale l'idea della “minaccia di invasione” sulla sponda nord del Mediterraneo.

Le realtà ecclesiali, soprattutto i missionari, fronteggiano da sempre questo fenomeno, con sostanziale vicinanza alle vittime, anche se storicamente non sono mancati colletarismi e complicità di fatto con i colonizzatori. Di certo, comunque, dopo il Concilio Vaticano II, questa sollecitudine si è accresciuta e meglio definita. E più ancora dopo la fine del bipolarismo est-ovest la Chiesa cattolica è stata in prima linea nella difesa dei popoli del sud devastato del mondo e in particolare degli africani. Gli esempi sono innumerevoli sia nell'azione quotidiana, sia nei documenti pontifici, sia nei rapporti diplomatici, nella convinzione che “tanto la moltiplicazione dei conflitti armati, quanto il dramma dei profughi e dei migranti, sono frutti amari anche della globalizzazione”, come si legge nella dichiarazione finale della riunione tenuta in primavera dai vescovi africani ed europei.

Di una globalizzazione, cioè, dominata dalla finanza predatoria che ha aumentato a dismisura la miseria sul piano economico e la discriminazione su quello politico e sociale, senza che la comunità internazionale sia riuscita finora a contrastarne gli esiti nefandi con un'efficace spinta alla globalizzazione dei diritti. Dagli anni Novanta in poi, da Giovanni Paolo II a Francesco, tutta l'azione politica della Santa Sede punta sulla prospettiva di una nuova “economia sociale di mercato” da costruire nella dimensione globale. Perchè, come ha più volte ripetuto anche di recente Papa Francesco, è l'iniquità a produrre instabilità e violenze, comprese quelle legate ai fenomeni migratori, che nessuna forza di polizia, alla lunga, è in grado di reprimere e neppure di contenere.

Della mobilità umana si occupa uno specifico Pontificio Consiglio, quello per la pastorale dei migranti e degli itineranti. Nato dal Concilio Vaticano II, è soprattutto un think tank, un serbatoio di pensiero, ma le sue ricadute sul piano pastorale, con il sostegno e l'indirizzo per le Chiese locali,   su quello sociale e su quello internazionale, sono sempre state rilevanti, in particolare nel primo decennio di questo secolo, quando a coordinarle e in gran parte a ispirarle era l'allora suo Segretario, l'arcivescovo Agostino Marchetto, non a caso un diplomatico di lungo corso, di formazione storica e giuridica, oltre che probabilmente il massimo esegeta vivente del Concilio stesso.

C'è molto contributo di questo piccolo Consiglio nelle posizioni con le quali la Santa Sede affronterà in dicembre la discussione all'Onu sul Global Compact. I rappresentanti vaticani, da tempo, ne stanno illustrando i contenuti nei consessi internazionali, in particolare con le istituzioni europee, nella speranza che l’Unione Europea sappia ricompattarsi sui suoi valori fondanti. In particolare, la Santa Sede ha presentato in primavera, in una riunione dell'Onu a Ginevra e in un'audizione al Parlamento europeo, una lista in venti punti con proposte su quattro esigenze cruciali: accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti. Vi si trovano, oltre principi già codificati come il diritto al non respingimento, raccomandazioni a istituire canali sicuri e legali per migranti e rifugiati, forme di accoglienza degna e responsabile, procedure che garantiscano i minori e il ricongiungimento familiare, promozione di politiche nazionali che permettano l'accesso all'istruzione, alla formazione e al mercato del lavoro. Un punto cruciale è l'accesso alla cittadinanza, che include lo ius soli per gli immigrati di seconda generazione.

Va detto, però, che nonostante l'indubbio interesse mondiale per la figura del Papa, la capacità di comunicazione e di persuasione della Chiesa in questo campo sembra insufficiente. Degli infiniti documenti in materia prodotti nell'ultimo quarantennio, ben pochi arrivano al grande pubblico. E potrebbe essere anche la sorte di quanto la Santa Sede sta facendo riguardo al Global Compact, le cui prospettive di successo non sembrano molte. Come tutti gli accordi dell'Onu, infatti, a farlo funzionare dovrebbero essere gli Stati. E oggi sembrano prevalere un po' ovunque i suddetti atteggiamenti, fomentati e cavalcati da forze politiche che in molti Paesi hanno visto aumentare i loro consensi fino ad assumere responsabilità di governo. Per fare solo un esempio, sull'approccio multilaterale, indispensabile di fronte a una questione appunto globale, pesa il mutamento della politica statunitense, dopo che Trump ha ritirato l'adesione al Global Compact data da Obama.

E il discorso vale anche per l'Europa, come dimostra l'esito delle tornate elettorali in diversi Paesi, compresa l'Italia, dove è di fatto passata l'equazione “più migranti meno sicurezza”, equazione che la Santa Sede ha denunciato con chiarezza come falsa e perversa. Dopo il voto italiano, per esempio, il Segretario di Stato, il Cardinale Pietro Parolin, ha ribadito che sicurezza e accoglienza dei migranti sono “due esigenze imprescindibili” che la politica deve conciliare e non contrapporre. “La Santa Sede sa che deve lavorare nelle condizioni che si presentano. Non possiamo avere la società che vorremmo”, ha detto Parolin, ma la Chiesa “continuerà la sua opera", perché è importante "riuscire a educare la popolazione a passare da un atteggiamento negativo a un atteggiamento più positivo nei confronti dei migranti, dissipare pregiudizi e paure e abbandonare la cultura dominante dello scarto e del rifiuto", secondo un'espressione cara a Papa Francesco.

Perché quei due modi di raccontare la posizione del Papa e della Chiesa sulla questione migratoria citati all'inizio di questo articolo in fondo finiscono per coincidere.

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