Il summit di Sofia è stato il primo incontro tra i 6 stati balcanici candidati all’entrata in Unione Europea e (quasi tutti) i leader dei 28 paesi membri dopo il summit di Salonicco del 2003. In questi 15 anni non solo l’Ue ha cambiato volto, ma anche la regione balcanica: Montenegro (2006) e Kosovo (2008) sono diventati indipendenti, mentre la Croazia (2013) è entrata stabilmente nel club Ue. E parlare di “allargamento” sembra oggi un tabù, rispetto ai toni entusiastici che avevano salutato l’entrata di 10 nuovi membri nel 2004. I termini accuratamente selezionati della Dichiarazione di Sofia restituiscono questo sentimento di generalizzato distacco da parte delle autorità comunitarie: se la Dichiarazione di Salonicco menzionava esplicitamente la possibilità di “entrata in Unione Europea” (European membership), quella di Sofia si limita a enunciare una generica “prospettiva europea” (European perspective) per i 6 candidati, denominati inoltre soltanto “partner” e mai “Stati”. Una finezza linguistica obbligata, poiché 5 Stati membri (Slovacchia, Cipro, Romania, Grecia e Spagna) non riconoscono il Kosovo come stato indipendente.


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A fronte della crescente presenza di altri attori meno esigenti (Russia, Cina, Turchia e paesi arabi), nel 2018 Bruxelles sembra aver deciso di rilanciare il processo di allargamento. Lo scorso febbraio, per la prima volta in visita nei Balcani Occidentali, il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker aveva addirittura indicato una data possibile (2025) per l’entrata di Serbia e Montenegro, venendo poi prontamente sconfessato dalle cancellerie dei paesi membri. Una riluttanza espressa anche da Emmanuel Macron a Sofia, dove ha ribadito la necessità di riformare sostanzialmente la stessa Ue prima di considerarne qualunque allargamento. Un’ottima rappresentazione di questa enlargement fatigue sul versante Ue l’ha fornita invece Donald Tusk. In risposta al paragone tra la regione e la Slovacchia in termini di Pil delineato dal premier bulgaro Bojko Borisov, il Presidente del Consiglio Europeo ha specificato che “in termini di problemi [troubles] pro-capite, i Balcani Occidentali sono più grandi di Francia e Germania”.

Queste posizioni hanno lasciato particolarmente amareggiata Tirana, che sperava in un segnale positivo in vista della riunione del Consiglio Europeo del 26 e 27 giugno, che dovrà decidere se aprire i negoziati con Albania e FYROM/Macedonia, come proposto dalla Commissione lo scorso 17 aprile. Nella repubblica adriatica si respira una sottesa insofferenza verso la freddezza di Bruxelles a fronte delle riforme faticosamente implementate. Nikola Burazer (European Western Balkans) critica la persistente riluttanza dell’Ue verso l’Albania, lasciata 4 anni nel limbo dopo l’ottenimento dello status di paese candidato nel 2014: “qualunque ambito di riforma Bruxelles voglia discutere con Tirana sarebbe affrontato meglio nel contesto del processo di adesione che al di fuori”. Non è un caso che, lo scorso aprile, alla presenza dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera Ue Federica Mogherini, Edi Rama abbia definito “spietata” l’attitudine di Bruxelles. Gli albanesi ritengono infatti di aver svolto egregiamente i “compiti a casa” e di essere in una situazione migliore rispetto ai vicini.

Per quanto riguarda i rapporti intercomunitari e la geopolitica, l’Albania si trova effettivamente in una posizione invidiabile. La popolazione è composta per la stragrande maggioranza da albanesi (tutte le stime li indicano superiori all’83% e nessuna minoranza raggiunge l’1%). Sotto il profilo confessionale, la cittadinanza è più frammentata (musulmani attorno al 58%, cristiani al 17%), ma il flebile sentimento religioso difficilmente potrebbe innescare tensioni sociali. Come ricorda ancora Burazer, inoltre, “l’Albania è l’unico paese dei Balcani Occidentali senza né dispute territoriali coi paesi vicini né rilevanti attori esterni interessati ad ostacolare il processo di adesione all’Ue”.

Le sfide si trovano quindi soltanto sul piano interno. Ulteriori riforme del potere giudiziario e dell’architettura istituzionale, incapace finora di garantire un’offerta politica plurale, sono fondamentali per Bruxelles. Inoltre, poiché l’ostracismo di parte dell’Ue ruota attorno al tema del crimine organizzato, la diplomazia albanese ha già iniziato discussioni bilaterali per rassicurare i membri più inquieti – Germania, Olanda e Belgio – e, dal 2014, il governo si è impegnato a sradicare la coltivazione della cannabis, tradizionale prodotto d’esportazione della mafia albanese. Alcuni risultati concreti, come la chiusura del principale hub di produzione (il celeberrimo villaggio di Lazarat), sono stati ottenuti, ma Orinda Malltezi, preside della Facoltà di Scienze Politiche all’Università di Tirana, si mostra scettica: “ora la produzione si è distribuita più uniformemente sul territorio. Credo si coltivi più cannabis di prima ma in appezzamenti più piccoli, ergo più discreti”.

Infine, è la libertà di stampa a destare seria preoccupazione. Lo scarso pluralismo dei media riflette quello dello spettro politico. A marzo, Reporter Without Borders e BIRN hanno descritto “una situazione in cui l’auto-censura è diffusa e i giornalisti non hanno fiducia nel loro futuro professionale”, anche a causa dei frequenti insulti (“spazzatura”, “veleno”, “nemico pubblico”) rivolti loro dal premier stesso. Incalzato sul tema da una giornalista di Euronews, Edi Rama si è difeso spiegando: “quando parlo di ‘spazzatura’, è perché ‘fake news’ è intraducibile in albanese. Esistono molti media-spazzatura oggi: se loro hanno diritto di esprimersi, non significa che io non lo possa fare”. Il fatto che queste affermazioni compaiano nella stessa intervista in cui Rama definisce l’apertura dei negoziati “una questione di vita o di morte” pare suggerire che per il leader albanese entrare nell’Ue non significhi necessariamente sposarne i valori fondativi: il comma 2 dell’articolo 11 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Ue (2010) prevede che “la libertà e il pluralismo dei media devono essere rispettati”. È molto probabile dunque che in fase di negoziazione l’apertura del sistema mediatico sarà una delle priorità.

Nel vicino Kosovo, invece, contenziosi bilaterali e tensioni interetniche rendono la “prospettiva europea” un mero pro forma. Pristina non può nemmeno aspirare a iniziare i negoziati senza prima normalizzare i propri rapporti con la Serbia, scenario lungi dal realizzarsi. Proprio sulla questione kosovara è saltata la linea comune Ue a Sofia: il premier spagnolo Mariano Rajoy ha scelto di non partecipare al summit per non incorrere nel rischio di legittimare alcun tipo di secessione unilaterale e riaprire il vaso di Pandora catalano. Un’assenza che non può non frustrare le ambizioni kosovare: “se la mera partecipazione al summit era troppo per il governo spagnolo”, si domanda Burazer, “come potrebbe il Kosovo aspettarsi supporto per l’adesione vera e propria?”, considerato che il Consiglio può accettare nuovi membri solo all’unanimità.

Fin dal 2011, Bruxelles, che finora non ha ancora calato il proprio asso nella manica (la liberalizzazione dei visti) con Pristina, sta tentando di oliare il processo di normalizzazione nel contesto del Dialogo Belgrado-Pristina, messo tuttavia a repentaglio dalle continue provocazioni di entrambe le capitali. Nonostante tutti gli attori coinvolti si dichiarino impegnati a trovare una soluzione (in una recente intervista al Financial Times, il presidente serbo Aleksandar Vučić si è detto “ossessionato dal Kosovo”), l’impressione è che a ciascuno vada bene lo status quo, ovvero una pax romana garantita da Bruxelles. La dirigenza serba rimanda la resa dei conti con gli ultranazionalisti, guidati dal redivivo Vojislav Šešelj, e con il clero ortodosso, indisponibile a qualunque mediazione che comporti la rinuncia definitiva al Kosovo; Pristina può procrastinare ad libitum la creazione di uno stato democratico.

L’unico effettivo passo verso la normalizzazione dei rapporti di vicinato, ovvero la ratificazione del confine con il Montenegro votata dal parlamento kosovaro lo scorso marzo, è avvenuto dopo anni di boicottaggio e violenze (occorse anche all’interno dell’emiciclo stesso). In questo clima, commenta Burazer, “sembra improbabile che dossier ben più politicamente impegnativi possano essere affrontati”. Le questioni urgenti sul tavolo possono essere risolte solo con un drastico cambio di rotta: convertire una struttura economica gestita quasi interamente dalla criminalità organizzata; riformare radicalmente il potere giudiziario, un campo dove la missione europea EULEX ha ottenuto soltanto risultati parziali; processare i criminali di guerra dell’UÇK, dalle cui fila proviene buona parte dell’attuale classe dirigente (tra cui il premier Ramush Haradinaj e il presidente Hashim Thaçi); creare un’Associazione delle municipalità serbe, prevista dall’Accordo di Bruxelles (2013) ma mai implementata. In breve, prima di negoziare con l’Ue, al Kosovo si richiede di diventare uno stato vero e proprio.

Con il ritorno sulla scena del montenegrino Milo Đukanović, 4 dei 6 paesi balcanici candidati risultano oggi governati da un singolo leader con velleità autoritarie (uniche eccezioni Bosnia e FYROM/Macedonia). I timori delle cancellerie europee rispetto alla possibilità di uno scenario ungherese per i Balcani Occidentali post-adesione paiono allora giustificati: come ha sottolineato l’analista Srđan Cvijić su POLITICO, “gli uomini forti della regione credono di poter importare la democrazia di facciata di Orbán. Se l’Ue permetterà all’Ungheria di scivolare ulteriormente verso la cleptocrazia, Bruxelles può essere certa che i Balcani seguiranno la stessa strada”. Le elezioni del Parlamento europeo del 2019, che restituiranno il peso effettivo delle forze populiste, permetteranno di scoprire se la “prospettiva europea” ribadita a Sofia sia destinata o meno a rimanere una mera prospettiva per i tormentati Balcani Occidentali.

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