Negli ultimi anni, a partire dall’inizio di questo decennio, si è assistito a una notevole ripresa dell’emigrazione italiana verso l’estero. Il numero delle partenze è cresciuto di anno in anno e il flusso si è diretto prevalentemente verso un ristretto numero di paesi europei appartenenti all’Unione, compresa la Gran Bretagna anche dopo la Brexit, l’uscita del paese dall’Europa. Un dato importante sul quale riflettere è che il flusso in uscita dal paese non è costituito solo da cittadini italiani ma anche da cittadini stranieri: così nell’anno 2016 delle 157mila persone che lasciavano l’Italia effettuando la cancellazione anagrafica, 114mila erano cittadini italiani e la rimanente parte era costituita da cittadini stranieri residenti in Italia.

Al rinnovato flusso di uscita dal paese ha corrisposto negli ultimi anni un flusso in ingresso soprattutto di stranieri. Il che fa dell’Italia un vero e proprio crocevia migratorio. E questo aspetto è diventato sempre più evidente talché nel 2016 gli stranieri soggiornanti in Italia risultavano pari a 5.027.000 e i cittadini italiani residenti all’estero pari a 4.974.000 (secondo dati dell’Aire, Anagrafe degli Italiani residenti all’estero). E’ un caso che i numeri siano così strettamente vicini ma non è un caso che essi siano dello stesso ordine di grandezza.

Naturalmente né tutti gli stranieri residenti in Italia sono appena arrivati, né soprattutto i cittadini italiani all’estero sono nuovi emigranti: ci sono anche questi ma gli emigrati nei decenni precedenti o nati all’estero sono molti di più. Insomma si arriva a numeri così prossimi attraverso processi e fenomeni avvenuti in momenti diversi ma tutti convergenti nell’esprimere il carattere di crocevia migratorio del Paese.

Infine la mobilità degli italiani non si esprime solo nelle migrazioni all’estero. A queste si aggiungono i movimenti migratori interni alla penisola di intensità variabile nelle diverse epoche ma particolarmente intensi ora così come lo sono stati cinquanta o sessanta anni addietro all’epoca delle grandi migrazioni intraeuropee del dopoguerra.

L’emigrazione italiana nell’ultimo secolo e mezzo ha conosciuto tre grandi stagioni (ed ora siamo vivendo la terza). La prima è la ‘Grande emigrazione’ a cavallo tra ‘800 e ‘900 (e proseguita fino alla seconda metà degli anni ‘20), quando dall’Italia – così come dagli altri paesi dell’Europa meridionale − si partiva per i paesi transoceanici. La seconda è la grande migrazione intraeuropea del periodo fordista trainata dall’industria. La terza è quella attuale che per le sue caratteristiche e le sue dimensioni suggerisce l’esistenza di un nuovo ciclo nella storia delle migrazioni italiane.

A questa nuova emigrazione è dedicato il mio libretto appena edito da Il mulino (Quelli che se ne vanno: la nuova emigrazione italiana) - che tenta di metterne in luce novità, tematiche di rilievo, paradossi e soprattutto differenze con l’emigrazione degli anni del grande sviluppo economico dalla fine degli anni quaranta alla metà degli anni settanta, dei “trent’anni gloriosi’ secondo espressione degli studiosi francesi.

Iniziamo dalla portata del fenomeno e dalle sue tendenze. Esplosa negli anni immediatamente successivi all’inizio della crisi, l’emigrazione è proseguita nel periodo della recessione e – fatto molto importante − anche negli anni della ripresa, mostrando di non essere un fenomeno congiunturale. Secondo i dati dell’Istat, basati sulle cancellazioni anagrafiche dai comuni italiani, il fenomeno presenta una dimensione quale non si registrava dal 1971. Se poi si considera che i dati italiani basati sulle cancellazioni anagrafiche sono notevolmente più bassi (metà o due terzi) di quelli risultanti dalle rilevazioni effettuate dai principali paesi europei di destinazione, la portata risulta ancora più impressionante.

Alla significativa entità della ripresa dell’emigrazione si aggiunge – come elemento di novità − la complessa composizione del flusso, diversa da quella dell’epoca della grande emigrazione trainata dallo sviluppo industriale, cioè una emigrazione a carattere sostanzialmente proletario. E forse questo è il principale elemento di differenza dell’emigrazione di oggi rispetto alle grandi migrazioni di mezzo secolo addietro quando gli emigranti si inserivano, in condizione prevalentemente operaia, in un contesto economico caratterizzato da elevata stabilità occupazionale e garanzie sindacali.

Anche la componente femminile è diversa da quella del passato non solo per la sua maggiore incidenza numerica ma anche e soprattutto per il fatto che non si tratta più di familiari a seguito bensì di soggetti che vivono autonomamente la loro esperienza migratoria e si inseriscono direttamente nel mercato del lavoro con le stesse speranze, le stesse difficoltà, le stesse prospettive della componente maschile.

Anche la composizione demografica è diversa per una prevalenza della componente giovanile, sebbene molti nuovi emigranti stanno cominciando a invecchiare nella loro condizione sociale ed esistenziale ‘giovanile’.

Infine il titolo di studio piuttosto elevato (ormai sono circa il 30% quelli forniti di laurea) dei nuovi emigranti, è un’altra delle importanti caratteristiche che li differenzia dagli ‘italiani mobili’ del passato. E ciò non è dovuto solo all’aumentato livello di istruzione della popolazione nazionale giacché ora il livello medio di scolarizzazione degli emigrati è superiore a quella della popolazione in generale. Inoltre l’elevato titolo di studio non implica una collocazione nel mercato del lavoro corrispondente ma spesso si registra l’esistenza di giovani laureati in occupazioni precarie e di basso livello. Non a caso in Germania la più alta incidenza di occupati con cittadinanza italiana si registra proprio nel settore della ristorazione nel quale le mansioni e le qualifiche elevate sono assolutamente minoritarie.

Più in generale la prevalenza di occupazione con mansioni di basso livello riflette le generali trasformazioni del mercato del lavoro in Europa. L’estensione dell’occupazione precaria per i giovani e in generale i neo-assunti non è una specificità italiana: la si registra in tutti i principali paesi europei, compresi quelli a economia forte come la Germania dove a una domanda di lavoro molto elevata corrisponde una qualità dell’occupazione molto bassa e peggiorata negli ultimi anni. E in Germania, così come pure in Inghilterra e in Svizzera, una larga parte degli immigrati provenienti dai paesi dell’Unione, Italia compresa, finisce per concentrarsi nella fascia secondaria del lavoro in un’area occupazionale poco regolata e protetta, come i mini jobs in Germania o regolata con rapporti di lavori scadenti come il contratto a zero ore (insomma a chiamata) in Inghilterra.

Si è molto parlato negli anni scorsi di ‘fuga dei cervelli’ e di mobilità degli appartenenti alla generazione Erasmus, spinti soprattutto dal desiderio di fare esperienze in altri paesi. Questa componente della nuova emigrazione italiana è senz’altro importante. Ma parimente importante è quella, per altro in espansione, di coloro i quali sono destinati a lavori manuali o comunque di basso livello. Alla fuga dei cervelli si aggiunge una ‘fuga delle braccia’ soprattutto dal Sud della quale il paese stenta a prendere coscienza.

Per abbonarti, visita la nostra pagina abbonamenti.