Gli europei saranno presto chiamati a rinnovare i loro rappresentanti al Parlamento europeo e i risultati delle recenti consultazioni nazionali degli stati membri, ad eccezione della Francia, inquietano non poco gli europeisti più convinti. Le ultime tornate elettorali, la più recente le legislative slovene del 3 giugno con il ritorno dell'intramontabile Janez Jansa, noto per lo slogan “Za Slovenijo živim« (Vivo per la Slovenia), registrano il successo dei sostenitori di risposte nazionaliste e euroscettiche.

La radicalizzazione del conflitto tra sovra-nazionalismo e sovranismo identitario, culturale o economico si rispecchia nelle opinioni pubbliche sebbene l'astensione si vada affermando come una tendenza ancor più rilevante. Di conseguenza, l'ipotesi dell'elezione di un parlamento europeo a maggioranza euroscettica o nazionalista, di destra o di sinistra, non è inverosimile e il sogno passeggero delle liste transnazionali si è molto affievolito.

Il risultato delle elezioni europee di maggio 2019 sarà decisivo per il futuro della cooperazione in Europa e del progresso politico delle generazioni future. Al di là della scelta dei loro rappresentanti, 500 milioni di europei diranno come vedono l'Europa, il proprio destino comune, e la fiducia che ripongono nella classe politica.

Indebolito al suo interno da forze centripete, il modello di cooperazione europea è minacciato anche dall'evoluzione degli equilibri geo-strategici mondiali. La ritirata di Donald Trump dal dialogo multilaterale per sostenere interessi domestici americani, l'interventismo digitale e militare della Russia di Vladimir Putin, lo stallo nel conflitto siriano e le sue ripercussioni regionali con gli scontri tra sciiti e sunniti, l'instabilità endemica dell'Africa sud-sahariana e in particolare del Sahel, le tensioni in Asia intorno alla penisola coreana, oltre alle velleità di Pechino nel mar Cinese meridionale, sono dinamiche che hanno contribuito ad alimentare lo scetticismo sulla risposta europea in termini di politica estera. Specialmente quando non c'è unità d'intenti.

L'evoluzione dei nostri modelli economici, industriali e sociali ci chiama a rivedere la nostra risposta comune all'interno e al di fuori dell'Unione, ora che l'urgenza ambientale e climatica non fa più notizia e le conseguenze della globalizzazione infelice oltrepassano i contesti tradizionali.

Di fronte a queste incertezze, molte delle quali di una gravità senza precedenti, l'attendismo non è accettabile. I nostri predecessori in Europa hanno troppo spesso privilegiato interessi di natura elettorale e nazionale e hanno evitato di interrogarsi sul modello d'integrazione europea, preferendo additare Bruxelles come responsabile di tutti i loro mali.

Quale membro della maggioranza del parlamento francese, io avverto la responsabilità che pesa, oggi, sugli eletti europei e nazionali. E condivido con Emmanuel Macron la profonda convinzione che difendere l'Europa non è solo difendere un contesto di cooperazione, ma prima di tutto difendere i nostri ideali democratici, i nostri valori fondamentali, la nostra storia e identità comune. Questo zoccolo duro che ci unisce è la via più efficace sulla scena internazionale attraverso la quale i diritti degli europei saranno meglio difesi.

Per garantire la sostenibilità della nostra cooperazione, la nostra generazione si deve impegnare a rifondare l'Europa per far emergere un'Unione forte, che protegge, nella quale metta radici durevoli una nuova idea di sovranità europea. Il nostro avvenire si baserà sulla capacità degli stati membri di far sorgere una sovranità europea, non fondata sulla diluizione delle sovranità nazionali ma su una logica di complementarietà che esalti le identità multiple, come delle bambole russe. I simboli nazionali, regionali, locali devono coesistere e non oscurarsi a vicenda. Si può essere di Carges, della Corsica, Francesi ed Europei al contempo, non impediamo ai nostri figli di curare queste identità, e meglio apprezzeranno il grande denominatore comune.

La prima urgenza è senza dubbio ricongiungere l'Europa ai suoi cittadini e far sì che gli europei si concentrino su una riflessione globale del loro destino comune. La forte tradizione parlamentare condivisa dagli stati membri ha portato la classe politica a contare troppo sulle istituzioni rappresentative per dare voce agli europei nel dialogo comune. Il costante incremento dell'astensione va di pari passo con una crescente vitalità dei movimenti sociali e associativi, ed è sintomo della perdita di fiducia nei processi di rappresentanza convenzionali. Conviene tendere verso logiche di concertazione aperte e orizzontali. Le esperienze dei nostri vicini svizzeri e la loro democrazia diretta dimostrano che il dibattito al di fuori del parlamento è compatibile con la stabilità istituzionale.

In quest’ottica la Francia ha inaugurato le consultazioni dei cittadini, un processo pluralista e trasparente che permette ai cittadini europei di esprimersi in modo alternativo alle urne, su ciò che si aspettano dall'Europa e sul mandato che intendono conferirle. E' giunto il tempo di sconfiggere i miti e implementare empiricamente uno spazio pubblico europeo. Con la consultazione "La Grande Marche" la Francia con Macron ha applicato questo metodo di coinvolgimento dei cittadini per costruire insieme la loro visione del loro paese.

Ricongiungere l'Europa con i propri cittadini è anche l'obiettivo della riforma delle elezioni europee votata in Francia lo scorso aprile. L'assemblea si è pronunciata a maggioranza per il ritorno della circoscrizione nazionale unica. Dopo il secondo scrutinio del 1984, aver mantenuto le circoscrizioni regionali non ha arginato l'astensione, né permesso veri dibattiti sulle sfide europee simili alle elezioni nazionali. Il ritorno alla circoscrizione unica fornirà un contesto a questo dibattito e una maggiore visibilità e intelligibilità delle scelte offerte ai cittadini in modo che possano mobilitarsi e far sentire la loro voce alle urne.

Ora che le ultime riforme dei trattati hanno stabilito che la scelta del presidente della Commissione debba tener presente i risultati delle elezioni parlamentari, è giunto il momento che i quadri istituzionali si evolvano e facciano entrare i cittadini nell'arena europea. La sostenibilità del modello europeo non sarà garantita senza il coinvolgimento più esteso e orizzontale dei cittadini, insieme alla società civile, per riformare nel profondo le nostre istituzioni.

Il modello di un'Europa che agisce ed è efficace non è un'idea irraggiungibile, le schede elettorali possono ottenere questo scopo, a patto che gli europei si sentano coinvolti e partecipino. In vista del 2019 va avviato un vero dibattito su ciò che ognuno di noi si aspetta dall'Europa e in che forma vorremmo vederla svilupparsi in futuro. Abbiamo delle responsabilità verso coloro che hanno posto le basi di questo modello in seguito alle lacerazioni del XX° secolo. L'Europa non è una chimera che non appassiona più i francesi, gli ungheresi, i polacchi, i tedeschi, i croati, gli austriaci e gli italiani. Io credo che gli europei hanno sete d'Europa, ma di un'Europa rinnovata che sappia diventare un'entità protettrice di fronte alle molte sfide di questo secolo, e che non mini l'identità molteplice dei suoi cittadini, ma, in una dimensione allargata, dia potenza al suo valore.

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