Un solo incontro con un leader occidentale non può annullare 65 anni di isolamento. Tuttavia lo "storico" vertice tra il Presidente Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-Un ha segnato un passo importante verso l’apertura e l'allentamento delle tensioni nella penisola coreana. Ma in che modo sono state affrontate questioni tuttora irrisolte come l’inquietante arsenale nucleare nordcoreano?

L’obiettivo di Trump è la "denuclearizzazione completa, verificabile e irreversibile" della Corea del Nord, un processo già iniziato con il crollo parziale dell'impianto di Punggye-ri, vicino al confine con la Cina. Kim Jong-Un si è detto pronto alla denuclearizzazione totale, che potrebbe richiedere fino a 15 anni. Sebbene l'accordo non lo specifichi, Trump ha affermato che gli osservatori dell’Onu e degli Stati Uniti verificheranno l’andamento di questo processo.

Gli analisti esperti della Corea del Nord fanno notare che già tre volte in passato i leader nordcoreani hanno acconsentito a rinunciare all’atomica (nel 1994, 1999 e 2007) per poi rimangiarsi la promessa. Cosa c’è di diverso questa volta? Forse che Kim Jong-Un, essendo sulla 35ina, si aspetta di governare ancora a lungo; pertanto potrebbe essere più motivato del padre e del nonno a darsi da fare per veder prosperare il proprio Paese.

Gli scettici obiettano che per quanto Trump si sia impegnato a fornire "garanzie di sicurezza", Kim non può sbarazzarsi dell’arsenale nucleare senza esporsi al rischio di essere spodestato. Dopo il vertice ha preferito tenersi sul vago: "Oggi abbiamo avuto un incontro storico e abbiamo deciso di lasciarci il passato alle spalle. Il mondo assisterà a un grande cambiamento".

Dall’alto dei suoi 72 anni Trump ha detto di fidarsi di Kim, che descrive come un uomo "di grande talento", e ha definito il vertice "un evento molto importante per la storia mondiale". Sostiene che Kim abbia già dato prova di buona fede rilasciando tre ostaggi americani, mentre lui stesso non ha dovuto fare alcun sacrificio, se non in termini di tempo e di viaggi. A dire il vero Trump ha fatto un'importante concessione accettando di sospendere le esercitazioni militari che le forze armate statunitensi effettuano ogni anno con quelle sudcoreane. Non ha acconsentito invece a ridurre il numero di soldati americani di stanza in Corea del Sud (attualmente 28.000), anche se l’intenzione ci sarebbe. Trump ha infatti sottolineato quanto questa presenza militare e le esercitazioni gravino sulle tasche dei contribuenti americani.

Sono molte le questioni affrontate durante i colloqui del primo incontro in assoluto tra un presidente americano e un leader della Repubblica Popolare Democratica di Corea: dai diritti umani ai rapimenti di cittadini giapponesi e sudcoreani da parte del regime, e ai negoziati per un trattato di pace che ratifichi la fine della Guerra di Corea, terminata con un armistizio nel 1953. L'accordo per il rimpatrio delle salme dei soldati americani uccisi durante la guerra è stato senza dubbio un esito inaspettato del vertice.

Su tutti questi fronti Trump ha espresso la sua piena fiducia nei confronti di Kim. Meno di un anno fa, dopo che la Corea del Nord aveva lanciato una serie di missili in grado di colpire gli Usa, i due leader non facevano che insultarsi. Adesso pare invece che Trump abbia trovato un nuovo amico e che, a differenza di quanto avvenuto in passato con Clinton e George W. Bush, questo accordo darà i suoi frutti. “Fatti, non parole” era lo slogan di Trump alla vigilia del vertice.

Quello che è rimasto poco chiaro alla conferenza stampa post-summit è il prezzo che gli Usa e altre nazioni dovranno pagare per il disgelo. Trump, da uomo d'affari qual è, ha parlato di un grande piano di investimenti per alleviare la povertà e "riconnettere la Corea del Nord al resto del mondo" in senso letterale, ovvero con una ferrovia che colleghi la Cina alla Corea del Sud passando per il Nord.

In un video altisonante presentato a Singapore la delegazione americana ha promesso a Kim Jong-Un opportunità di sviluppo e industrializzazione per il suo Paese. In occasione di un vertice tenuto in precedenza a Washington DC con il Presidente della Corea del Sud, Moon Jae-In, Trump aveva annunciato che Corea del Sud, Giappone e Cina avevano concordato con gli Usa di investire nel Nord. A Singapore Trump ha precisato che ciò non accadrà e che le sanzioni non saranno revocate o allentate finché la Corea del Nord non avrà compiuto progressi significativi verso la denuclearizzazione.

Ci sono buoni motivi per credere che Kim si distinguerà dal padre Kim Jong-Il e dal nonno Kim Il-Sung onorando gli accordi. Il capo del governo è sotto pressione in patria, dove ha promesso di alzare il tenore di vita di 25 milioni di cittadini, questione che in passato veniva messa in secondo piano rispetto alla sicurezza. Le sanzioni internazionali non fanno che ostacolare la crescita economica di un Paese già oppresso dalla povertà. Probabilmente sono state proprio le sanzioni sempre più severe a portare Kim al tavolo dei negoziati, anche se stando alla versione ufficiale del regime sarebbe stata la potenza delle armi nucleari nordcoreane a spingere Trump a trattare.

Il Paese che più di ogni altro guarda alla denuclearizzazione è la Corea del Sud. Il Presidente Moon presiede un paese di 52 milioni di abitanti la cui capitale, Seul, è pericolosamente vicina al confine con il Nord. I sudcoreani, in particolare i 25 milioni che vivono nella regione della capitale, sono pronti ad accogliere con favore qualsiasi riduzione delle tensioni con il nord, anche se hanno imparato a non fidarsi delle promesse dei suoi leader.

La partecipazione amichevole della Corea del Nord alle Olimpiadi invernali di febbraio nella città meridionale di Pyeongchang ha alimentato nuove speranze, così come i due incontri tra Kim e Moon a Panmunjom, il cosiddetto "villaggio della pace" della zona demilitarizzata, che si sono conclusi con la promessa di riaprire l’area industriale comune di Kaesong e di riprendere le visite di ricongiungimento familiare.

Un anno fa, a Berlino, il Presidente Moon esprimeva le sue speranze per la Corea, tra cui la partecipazione della Corea del Nord alle Olimpiadi invernali, la ripresa degli incontri per riunire le famiglie divise tra Nord e Sud, e lo smantellamento dell’arsenale nucleare nordcoreano. Adesso che alcune di queste speranze si sono avverate e che sono state fatte promesse in questa direzione, Moon può sognare ciò che prima era impensabile: la riunificazione della penisola coreana.

Due nazioni che condividono la stessa lingua e lo stesso patrimonio culturale, nonché il desiderio di vivere in pace e prosperità, sono divise da più di 70 anni. La Corea del Sud, tra le nazioni asiatiche più ricche, ha un Pil pro capite di quasi 26.000 dollari l'anno, mentre quello del Nord si ritiene sia inferiore ai 600. Prima del vertice Trump ha dichiarato: "La Corea del Nord ha un potenziale brillante e un giorno sarà una grande potenza economica e finanziaria".

Cina, Giappone e Corea del Sud sperano di eliminare al più presto la minaccia nucleare che incombe sulla regione, mentre Kim smania per la revoca delle sanzioni che bloccano gli investimenti. Gli interessi di Trump sono di natura più personale: il Presidente americano ambisce a vincere il Nobel per la pace, come il suo predecessore Barack Obama, e alla rielezione tra due anni e mezzo. Una pace effettiva nella penisola coreana accrescerebbe le sue possibilità di realizzare entrambi gli obiettivi.

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