Dallo scorso marzo il Perù ha un nuovo presidente. Si tratta di Martín Vizcarra, richiamato frettolosamente in patria dal Canada, dove ricopriva il ruolo di ambasciatore, per sostituire il dimissionario Pedro Pablo Kuczynski, meglio conosciuto come PPK. Ad indurre l’ormai ex mandatario alle dimissioni è stato il suo coinvolgimento nel filone peruviano del caso Lava Jato, la trama corruttiva che ha sconvolto la politica latinoamericana, relativo alle operazioni della compagnia brasiliana Odebrecht nel paese andino. Le carte dell’inchiesta, nata in Brasile nel 2014 e tuttora in corso, hanno rivelato un ruolo primario svolto dal gruppo industriale nell’ambito di un sistema di corruzione che ruotava intorno a Petrobras, la compagnia petrolifera statale brasiliana. Secondo il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, Odebrecht ha pagato 788 milioni di dollari in tangenti tra il 2001 ed il 2016, destinati a funzionari governativi di 12 paesi dell’America Latina e dell’Africa. Uno schema funzionale all’aggiudicazione di appalti milionari per la costruzione di mega infrastrutture, che ha visto invischiati politici di primo piano come il presidente venezuelano Maduro. Sul fronte peruviano l’inchiesta Lava Jato ha screditato l’intera classe dirigente dell’ultimo ventennio, catapultando il paese in un caos politico speculare a quello vissuto nel 2000 con la caduta del regime di Alberto Fujimori.

Il Governo di Kuczynski è rimasto in carica per circa due anni, interrompendo una fase di stabilità politica, iniziata con la fine della dittatura fujimorista, che ha visto tutti i predecessori di PPK portare a termine il proprio mandato. Dopo la vittoria alle elezioni del 2016 contro Keiko Fujimori, l’ex economista del Banco Mondiale ha governato con enormi difficoltà a causa dell’ostruzionismo di Fuerza Popular, il partito presieduto dalla figlia dell’ex dittatore che ha ottenuto la maggioranza assoluta al Congresso, diventando la prima forza politica del Perù. Una condizione che ha inevitabilmente limitato il margine d’azione di PPK, frustrandone le riforme legislative e forzando le dimissioni di numerosi ministri per mancanza dei numeri necessari in sede parlamentare. Fuerza Popular ha inoltre giocato un ruolo chiave nella rinuncia di Kuczynski al mandato presidenziale, presentando al Congresso prove del suo legame con Odebrecht che hanno portato alla votazione di una mozione di censura lo scorso dicembre. PPK è stato accusato di aver intascato circa 5 milioni di dollari dal colosso brasiliano, fornendo consulenze attraverso due società statunitensi. La giustizia peruviana ha ipotizzato un reato di riciclaggio di denaro a suo carico, scaturito da prestazioni offerte quando era ministro dell’economia (2004-2005) e agevolò Odebrecht nella costruzione di una centrale idroelettrica. Kuczynski è divenuto così il terzo presidente a finire sotto inchiesta per legami illeciti con Odebrecht, preceduto da Alejandro Toledo e Ollanta Humala. Nei confronti del primo, attualmente negli Usa, il Perù ha emesso un ordine di cattura internazionale per reati legati a una tangente da 20 milioni di dollari, mentre Humala è finito in carcere per aver ricevuto nel 2011 tre milioni di dollari destinati alla sua campagna elettorale. Kuczynski si è inizialmente salvato dall’impeachment grazie a Kenji Fujimori, fratello di Keiko e parlamentare di Fuerza Popular, che ha disatteso gli ordini di partito insieme ad altri nove deputati, votando contro la destituzione del presidente peruviano. Un favore ricambiato da PPK con l’immediata concessione dell’indulto ad Alberto Fujimori, l’ex dittatore condannato nel 2009 a 25 anni di reclusione per violazione dei diritti umani. Ulteriori rivelazioni circa gli importi milionari corrisposti da Odebrecht a Kuczynski, hanno però determinato la presentazione di una seconda mozione di censura, spingendo il presidente peruviano a dimettersi. Scelta condizionata anche dalla diffusione di alcuni video che mostrano Kenji Fujimori e altri deputati di Fuerza Popular intenti a corrompere colleghi di partito, inducendoli a non votare la rimozione di PPK.

L’indulto di cui ha beneficiato Alberto Fujimori evidenzia l’enorme influenza che il fujimorismo continua ad avere nella società peruviana. Un’amnistia per ragioni umanitarie che i familiari dell’ex dittatore hanno chiesto a lungo, convertendola in tema primario dell’agenda politica nazionale e polarizzando l’opinione pubblica. La grazia concessa a Fujimori ha scatenato violente proteste per le strade di Lima, con migliaia di persone a reclamare che l’ex presidente scontasse per intero la sua pena. Stando ai sondaggi post indulto, oltre il 50% dei peruviani ha approvato la scarcerazione dell’anziano dittatore, ormai affetto da vari malanni. Numeri che riflettono anche il pensiero di quella parte di società civile rimasta legata ad Alberto Fujimori, incurante dei crimini da lui commessi e incline piuttosto ad attribuirgli grandi meriti, in primis il boom economico registrato dal Perù negli ultimi anni. Con un tasso di crescita intorno al 5% annuo, l’economia peruviana rappresenta infatti una delle realtà più dinamiche del Sud America, frutto della svolta neoliberista imposta da Fujimori che ha attirato numerosi investimenti nel settore minerario. I guai giudiziari del leader fujimorista non hanno intaccato la fedeltà del suo elettorato, pronto ad aggrapparsi a Keiko Fujimori, la primogenita dell’ex dittatore che ne ha raccolto l’eredità politica, come dimostrato dai risultati delle ultime elezioni presidenziali (nel 2011 e nel 2016). Nonostante la sconfitta alle urne per pochi voti, Keiko ha infatti potuto contare sul sostegno di un enorme bacino elettorale, concentrato in primis nelle regioni interne del paese. Si tratta delle zone più colpite dal terrorismo di Sendero Luminoso, tuttora riconoscenti a Fujimori per aver sconfitto il gruppo terrorista di ispirazione maoista, responsabile di circa 40 mila morti tra il 1980 ed il 1993. Il futuro del fujimorismo risulta però compromesso dalla guerra in corso tra Keiko e Kenji Fujimori, i due rampolli di famiglia a capo di Fuerza Popular. Leader indiscussa della formazione in cui sono confluiti gli orfani del defunto regime fujimorista, Keiko deve fare i conti con le ambizioni del fratello minore, deciso ad accaparrarsi la leadership del movimento dopo aver ottenuto la grazia per il padre Alberto. Un conflitto dinastico dai risvolti imprevedibili, che ha determinato per ora l’espulsione di Kenji e di alcuni suoi fedelissimi dal partito, sancendo la perdita della maggioranza assoluta nel Congresso.

Il principale compito che attende Martín Vizcarra consiste nel recuperare la fiducia dei peruviani nelle istituzioni. Un sondaggio ha infatti rivelato che il 57% della popolazione considera la corruzione come il maggior problema del paese, a dimostrazione dell’impronta lasciata dai recenti scandali. Vizcarra ha presentato un nuovo piano nazionale anti-corruzione appena assunto l’incarico, ma un presunto reato di concussione contestatogli lo scorso anno, relativo alla costruzione di un aeroporto nel sud del paese, ne ha già minato il curriculum. Politicamente indipendente, il neo presidente è chiamato a traghettare il Perù fino alle prossime elezioni del 2021, operando in un contesto difficilissimo. “È il momento di privilegiare l’interesse del Peru” ha affermato Vizcarra, invitando tutte le forze politiche alla coesione per permettere il ritorno della normalità istituzionale nel paese.

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