In base all'accordo sull’energia nucleare (Vienna, luglio 2015), l'Iran ha accettato di eliminare le sue riserve di uranio e di ridurre di due terzi le sue centrifughe a gas, per evitare il rischio di proliferazione nucleare. L'accordo prevede che, in cambio del rispetto dei suoi impegni, l'Iran avrebbe dovuto ottenere la cessazione delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti, dall'Unione Europea e dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sanzioni che hanno paralizzato la sua economia, costando al paese più di $160 miliardi di entrate petrolifere, solo dal 2012 al 2016.

Prima di luglio 2015, l'Iran aveva uranio arricchito e quasi 20.000 centrifughe, sufficienti a creare 10 bombe in 3 mesi, secondo l'amministrazione Obama, tempo prolungato ad un anno, con le restrizioni previste dall’accordo.

In cambio, l'Iran ha ottenuto l'accesso a oltre $ 100 miliardi di attività congelate all'estero ed è stato in grado di riprendere la vendita di petrolio sui mercati internazionali.

Il 12 gennaio scorso, Donald Trump aveva lanciato un ultimatum a Francia, Regno Unito e Germania – gli alleati europei che sono parte dell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) – chiedendo loro di apportare precise modifiche all’accordo (irrigidendo ulteriormente le ispezioni ai siti nucleari), pena il non rinnovo da parte Usa della sospensione delle sanzioni. Tuttavia, il regime d’ispezione creato per l’Iran è già tra i più rigidi al mondo e la stessa Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) ha più volte certificato come finora l’Iran abbia sempre consentito l’ingresso dei suoi ispettori in ogni sito richiesto. Trump non ha mai fatto mistero di ritenere che il JCPOA porti più benefici all’Iran che agli Usa, né ha mai celato l’intenzione di modificarlo o stralciarlo (fix it or nix it), come suggeritogli apertamente dal premier israeliano Netanyahu, in un discorso pubblico pronunciato il 30 aprile, durante il quale ha affermato che Tel Aviv è in possesso di "prove dell'esistenza del programma nucleare bellico segreto che l'Iran ha per anni nascosto alla comunità internazionale", dimostrando una volta di più che ciascun paese ha le sue ossessioni politiche.

Ma Trump gli crede e l’8 maggio dichiara l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo e la reintroduzione delle sanzioni, addirittura ampliate, nei cruciali settori energetico, petrolchimico e finanziario. Teheran, dal canto suo, ha dichiarato che non abbandonerà l’accordo.

Si è dunque consumata una frattura nel fronte occidentale senza precedenti: da un lato, Washington non ha alcun interesse a legittimare la Repubblica islamica (anzi, molti esponenti politici Usa parlano apertamente della necessità di un regime change); dall’altro, l’Unione europea desidera consolidare i rapporti con l’Iran tanto dal punto di vista commerciale – nonostante questi rappresentino oggi una parte minima del commercio totale dell’Ue (lo 0,6% nel 2017) – quanto dal punto di vista politico, riconoscendo Teheran come interlocutore imprescindibile per la risoluzione delle crisi mediorientali.

La sostenibilità nel tempo delle scelte di fondo di politica internazionale è un valore difficile da comprendere per chi non abbia cultura istituzionale.

Sta accadendo qualcosa di simile anche in Italia, dove un Governo caratterizzato da volti nuovi fatica a comprendere che le scelte storiche di alleanze e posizionamenti internazionali sono il frutto innanzitutto di collocazione geopolitica e geoeconomica e non ha alcun senso stravolgerle per il capriccio di un Ministro, quandanche possa convogliare consensi nel breve periodo.