In un mondo più o meno ordinato come quello del confronto bipolare, la Turchia è stata chiaramente schierata, per più di cinquant’anni, dalla parte delle grandi democrazie portando in dote all’Occidente, e soprattutto alla Nato, la sua dislocazione strategica, immediatamente a sud dell’Unione Sovietica, il controllo degli Stretti ed uno strumento militare di tutto rispetto, il secondo dell’Alleanza per quanto riguarda la componente terrestre. E del resto quando nel 1952 Ankara aveva presentato alla Nato la propria domanda di adesione la scelta turca era perfettamente in linea con centinaia di anni di storia che avevano visto l’impero russo e quello ottomano intenti a guardarsi sempre in cagnesco, salvo i periodi in cui erano impegnati a combattersi in guerre particolarmente sanguinose. E di cui spesso avevano profittato altri protagonisti della scena politica internazionale. Lo Zar, per di più, non aveva mai perso occasione per sostenere, ogni volta che ne aveva l'opportunità ed approfittando del suo alto patronato sulla religione ortodossa, altri nemici tradizionali dei turchi, dai greci ai vari stati slavi della penisola balcanica. Un atteggiamento che poi, sotto diverse forme e senza riferimenti alla motivazione religiosa era stato fatto proprio dai vari alti dirigenti sovietici per riemergere in seguito in forma assolutamente identica a quella originale con la caduta dell’URSS e specie dopo l’ascesa al potere di Vladimir Putin.

La forza militare della Turchia, ed il fatto che essa si presentasse come il pilastro solido di quel sud che la Nato considerava come il suo “ventre molle”, avevano fatto sì che l’Alleanza oltre a considerarla con rispetto fosse disposta a chiudere un occhio sullo scarso orientamento democratico del paese e su una traiettoria politica costellata da interventi – in media uno ogni dieci anni – di quelle Forze Armate che Ataturk aveva voluto per dettame costituzionale “custodi della laicità” del grande paese. Venivano anche accettati come un fatto normale da un lato la tensione permanente fra due Stati membri, Grecia contro Turchia e viceversa, e dall’altro il fatto che i turchi fossero gli unici musulmani in quello che altrimenti sarebbe stato un club di old fellows tutti rigorosamente cristiani. Una condizione che per lungo tempo fu giudicata come positiva poiché testimoniava in favore dell’apertura dell’Alleanza, ma che da un certo momento in poi cominciò a rivelare tutte le sue possibili controindicazioni.

In ambito Atlantico in particolare la Turchia ha goduto, sin quasi a ieri, di una particolare simpatia da parte degli Usa, cui essa aveva concesso parecchie basi importanti specie per eventuali interventi in Medio Oriente e che sono addirittura arrivati a premere massicciamente sull’Unione Europea in favore della ammissione di Ankara anche nell’Unione.

La fine del mondo bipolare, i vari conflitti regionali successivi, specie quelli che hanno coinvolto paesi islamici, la rapida rinascita del sentimento religioso nella penisola anatolica sotto una bandiera che di giorno in giorno appare sempre meno come un vessillo di moderazione, l’emergere sulla scena turca di un partito forte con alla testa un uomo che ha rapidamente trasformato la Turchia in una “democratura”, il rifiuto della Ue, chiaro anche se non ancora espresso in forma ufficiale, di comprendere il paese anatolico entro le proprie frontiere, hanno però contribuito nel corso degli ultimi quindici anni ad allontanare progressivamente i turchi dal resto dell’occidente. In compenso è la Russia che si è fatta sempre più vicina alla Turchia, con un processo che negli ultimi mesi ha molto accelerato il proprio ritmo. Tra l’altro i due paesi stanno scoprendo di avere, al di là dei molti problemi che li dividono, anche molte cose in comune. Innanzi tutto lo stile di governo dei due uomini che in questo momento li guidano. Pur non potendosi definire come dittature, la democrazia russa e quella turca sono infatti “democrazie muscolose” in cui la separazione tra potere amministrativo, legislativo e giudiziario sta progressivamente attenuandosi ed ove le decisioni che contano sono, anche se non formalmente, prese da un uomo solo.

Ad unire i due paesi ci sono anche interessi comuni nel settore dell’energia, soprattutto ora che le scoperte di gas nel mare Egeo hanno aperto per la Turchia un contenzioso con Grecia e Cipro a favore dei quali, Ankara ne è sicura, la Ue non tarderà a schierarsi. L’abortito recente tentativo di colpo di stato ha poi notevolmente intiepidito i rapporti turchi con Washington, che Erdogan accusa di ospitare il suo rivale Gulem, a suo parere l’ispiratore del sommovimento militare. E questo dopo che gli Usa si erano rivelati nell’ambito del conflitto siriano un partner a volte inaffidabile ed a volte ingombrante. Proprio tale conflitto si è trasformato inoltre di recente in un ulteriore elemento del riavvicinamento russo turco. Dopo un momento in cui hanno sfiorato lo scontro diretto, i due paesi hanno infatti compreso entrambi di aver ciascuno bisogno della benevola neutralità dell’altro per raggiungere gli obiettivi che entrambi stanno perseguendo nell’ambito del caos siriano.

Si aggiunga a tutto questo il modo in cui in situazioni analoghe Putin ed Erdogan si sono dimostrati egualmente duri nel combattere istanze separatiste, il russo con i caucasici, il turco con i curdi, utilizzando tra l’altro etichette terroristiche di comodo per tentare di giustificare l’asprezza delle loro reazioni agli occhi del resto del mondo.

Infine, come ciliegina sulla torta, si consideri come di recente Trump abbia scontentato palesemente Erdogan appoggiando senza riserve il Principe Ereditario saudita in quella corsa alla leadership nel campo musulmano sunnita cui anche il Presidente turco partecipa. Non è un caso che Putin ed Erdogan, e di conseguenza i due paesi che governano, siano ora particolarmente vicini e che la loro vicinanza si esprima in una serie di accordi. Fra essi quelli che più infastidiscono l’occidente sono i contratti per l’acquisto da parte turca di 4 sistemi di missili terra aria russi S400, per un totale di 32 lanciatori e 448 vettori, nonché di un reattore nucleare il cui sito di costruzione è già stato scelto e la cui costruzione dovrebbe iniziare a breve scadenza. Soprattutto in ambito Nato ci si chiede inoltre quali contropartite, oltre ai pagamenti in valuta, Putin possa aver chiesto alla controparte e si teme che egli possa aver ottenuto garanzie che vadano oltre quelle previste dalla Convenzione di Montreux per il libero passaggio attraverso gli Stretti delle navi appartenenti alla flotta russa nel Mediterraneo, incessantemente potenziata e salita ormai a più di 20 unità.

Visto questo quadro complessivo ce n’è abbastanza per chiedersi, se si è ottimisti, come faranno la Turchia e la Nato a far convivere la vicinanza di Ankara a Mosca con l’appartenenza del paese anatolico all’alleanza atlantica. Se invece si è pessimisti c’è da domandarsi per quanto ancora pazienterà la Nato prima di chiedere più o meno cortesemente alla Turchia di lasciare i suoi ranghi!

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