Da qualche giorno la parola che si sente ripetere in Spagna è dialogo. L’altra è “talante”, espressione difficile da tradurre, che la Real Academia de la Lengua definisce “disposizione o stato d’animo”. E’ cambiato tutto in pochi giorni nella politica spagnola. Un paese che ha l’abitudine di vivere gli avvenimenti a ritmo accelerato.

La Spagna è uno stato che è passato dalla dittatura all’Unione Europea in un decennio e che, in meno di una generazione è diventato da paese cattolico, bigotto e conservatore a paladino europeo del matrimonio omossessuale. Qualche mese fa, ricordiamo, era sull’orlo del baratro istituzionale, con la questione catalana che è esplosa rivelandosi una crisi del modello di stato: proclamazione unilaterale d’indipendenza e convocazione di un referendum di autodeterminazione illegale. E poi, manganellate della polizia, fughe all’estero dei politici, incriminazioni e (presunti) ribelli incarcerati. Quando Carles Puigdemont, il presidente deposto della Catalogna, e Mariano Rajoy, il leader impassibile del Partito Popolare, sembravano ai ferri corti e destinati a non intendersi più, è arrivato il colpo di scena.

Il socialista Pedro Sánchez è arrivato in un giugno piovoso alla Moncloa, il palazzo del Governo spagnolo, grazie alla sfiducia costruttiva, quando nessuno se l’aspettava (forse nemmeno lui). Mariano Rajoy è stato “espulso” dal Parlamento, travolto da una tangentopoli in salsa iberica (il caso Gurtel), di fronte alla quale non ha saputo reagire. E a Barcellona, dopo mesi di paralisi, è arrivato al Palau de la Generalitat Quim Torra, un nome sconosciuto ai più, figura controversa e ormai quarta scelta della formazione secessionista, di fronte all’impossibilità di nominare un candidato alternativo, visto che gli altri avevano tutti conti in sospeso con la giustizia.

L’ora del dialogo, si. Pedro Sánchez a Madrid e Quim Torra a Barcellona sono i nuovi due piloti che dovrebbero scendere dai rispettivi treni, in via di collisione, parlarsi e cercare di aprire una via e risolvere la spinosa questione catalana. Ma su quali basi? E con quali margini di successo?

Dal mese di ottobre quattromila imprese catalane hanno cambiato la loro sede legale per l’incertezza che si è creata con il processo secessionista.  Per gli imprenditori, il desiderio di stabilità giuridica e di rimanere nella zona euro sono motivazioni troppo forti, che vanno aldilà di qualsiasi preferenza politica. Persino La Caixa, la potentissima banca catalana ha fatto le valigie per andare a Valencia. Ironia della sorte, la maggior parte delle ditte ha scelto di installarsi a Madrid. Qualche settimana fa, in un incontro di imprenditori a Sitges, gli uomini d’affari, che sono il termometro economico e sociale della Catalogna, da sempre terra di commerci e iniziative private, sembravano finalmente ottimisti. “Vedo una lucetta alla fine del tunnel”, diceva Carlos Tusquets, banchiere e uomo di Medionalum in Spagna. Teresa García-Milà, direttrice della Barcelona School of Economics e non ostile agli ambienti indipendentisti, difendeva una riforma dello Statuto di Autonomia della Catalogna “come punto di partenza per iniziare a sedersi al tavolo dei negoziati”.

E i diretti interessati cosa dicono? Quim Torra, imperterrito, continua a parlare di via unilaterale, della necessità di portare avanti il mandato repubblicano. Il neo presidente della Generalitat non sembra un uomo flessibile. Ha pubblicato svariati articoli che sono stati qualificati xenofobi e razzisti. Un esempio? Ha qualificato gli avversari dell’indipendentismo “bestie, carogne, vipere e iene”. Chi non parla catalano – la metà della popolazione − “mostra la schiena alla Catalogna”. O frasi come “Nel Nord –a differenza del Sud − la gente è pulita, nobile, libera, colta e felice”. Più un corollario di altre espressioni più o meno sfortunate evocando “la razza del socialismo catalano” o “Spagna che esporta miseria e che occupa il paese”. Se questo è il suo biglietto da visita, i suoi primi gesti non sono stati incoraggianti: la prima cosa che ha fatto è appendere striscioni chiedendo la liberazione “dei prigionieri politici”, nonostante nemmeno Amnesty International riconosca questo status ai politici catalani che sono in prigione.

In quanto a Pedro Sánchez, nonostante abbia accettato di riunirsi con la controparte catalana, non sembra disposto a cedere più di tanto. Ha nominato ministro degli esteri Josep Borrell, noto per le sue simpatie anti-indipendenza (“Bisogna disinfettare la Catalogna”, disse una volta) e che esporrà alle cancellerie europee la sua verità sul movimento secessionista. Ma il neo primo ministro, per compensare, ha anche scelto la professoressa catalana Meritxell Batet come ministro alla Funzione Pubblica, promotrice di un modello di stato federale. Un tipo di federalismo asimmetrico potrebbe essere la via di mezzo? “Io non ho ancora capito che cosa si vuole intendere con quest’espressione”, confessava qualche tempo fa Francesc de Carreras, professore di Diritto Costituzionale dell’Università di Barcellona. In effetti, la Catalogna ha dei poteri che poche regioni in Europa possono vantare: polizia, scuola, sanità, per menzionarne alcuni. Si parla adesso di aggiungere allo statuto elementi di politica linguistica o cultura, più qualche concessione sull’autonomia finanziaria (tema molto sensibile qui a Barcellona). Sarebbe questo il prezzo da pagare per la pace sociale e istituzionale?

Rimangono tuttavia due incognite, molto importanti. Perché se è vero che il dialogo si fa in due, anche le circostanze hanno il loro peso e le loro cose da dire. La prima è la questione giudiziaria e penale. La macchina giuridica è in moto. Vari politici catalani come l’ex vice presidente Oriol Junqueras o l’ex presidente del Parlamento Catalano, Carme Forcadell, saranno processati, probabilmente quest’anno, per ribellione. I tribunali hanno i loro tempi e non sono gli stessi tempi della politica. Tecnicamente, l’Esecutivo di Madrid non ha molto margine per intervenire. Forse solo l’indulto in caso di sentenza passata in giudicato. Esiste la possibilità che Belgio e Germania, dove sono rifugiati l’ex presidente Carles Puigdemont e alcuni dei suoi ex ministri, si rifiutino di concedere l’estradizione: l’accusa di ribellione, aldilà di ogni responsabilità penale, è difficile da difendere. Questi esponenti catalani rimarrebbero in un limbo giuridico, che avrebbe un’influenza, nel bene o nel male anche nei processi in corso. La situazione processuale è una mina vagante con vita propria, che, con la separazione dei poteri, potrebbe aiutare o danneggiare i tentativi di trovare un accordo.

E poi, last but not least, c’è l’Europa. Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Europea, qualche settimana fa a Barcellona, davanti agli imprenditori, ha mandato dei segnali politici inequivocabili. Ai secessionisti saranno fischiate le orecchie: “Colpire lo stato di diritto è la maggior minaccia per l’esistenza dell’Unione Europea”. E ancora: “Puoi non essere d’accordo con la legge, se vuoi, la puoi cambiare. Ma sempre la devi rispettare. Sempre meglio discutere seduti a un tavolo che alzarsi dal tavolo”. Per chiudere con un’allusione neanche troppo velata al governo catalano: “populismo è quando la maggioranza dice che lei, da sola, rappresenta il popolo. Così nascono le dittature”. L’Europa ha fatto capire in Catalogna che da soli non si va da nessuna parte. “Se sei da solo nel deserto, sei sovrano ma muori di sete”, ha concluso fra gli applausi. Il dialogo, questa parola facile da tradurre ma così difficile da mettere in pratica.

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