La ruggine è di vecchia data. “Raccomando di prendere a bersaglio di un attentato il Servizio Segreto Inglese. Non sono certo alla nostra altezza ma, nel mucchio, sono i migliori”. Chi parla è il Colonnello Nikitin del “MGB”; chi scrive è Ian Fleming che descrive la riunione di SMERSH sovietica (“Morte alle spie”) in cui nasce la trama di Dalla Russia con Amore.

Siamo nel 1956. Altri tempi. Forse, con le opportune apparecchiature, alcuni brani di conversazione si potrebbero forse ascoltare anche oggi. I servizi segreti occidentali vengono passati in rassegna. L’Italia è eliminata subito (“Sono abili e attivi ma non ci fanno alcun danno. Gli interessa soltanto il Mediterraneo”). “Gli americani hanno il servizio più grande e più ricco di tutti. Tecnologicamente sono i migliori. Ma non capiscono il lavoro”. “L’Inghilterra è un’altra storia” e a Londra toccherà la punizione.  

La finzione è una cosa la realtà un’altra. Certo è che il rapporto fra Russia e Regno Unito è attraversato da una corrente di amore-odio. L’Union Jack sventola bellamente davanti alle finestre del Cremlino; Stalin ne detestava la vista. Londra è la meta preferita degli oligarchi russi; Roman Abramovich, proprietario del Chelsea, ha preso la nazionalità israeliana per aggirare il rifiuto di visto. La guerra di spie continua con defezioni, doppio gioco, tradimenti; quando il gioco si fa duro, anche di sangue.

Nel 2006 il governo britannico aveva incassato l’assassinio al polonio di Alexander Livtinenko, prendendo per buono il diniego di responsabilità russo. Ha detto invece basta dopo l’attentato al gas nervino contro Sergei Skipral e la figlia Yulia. Ne è seguito un tormentone diplomatico sull’Atlantico.

Regno Unito, Stati Uniti, Canada, 14 paesi Ue (compresa l’Italia), Ucraina hanno espulso oltre 100 diplomatici russi. Pan per focaccia, Mosca ne ha espulsi puntualmente altrettanti. Gli Usa hanno fatto chiudere il consolato russo di Seattle? Stessa sorte per quello americano a San Pietroburgo. Lasciando da parte lo sconvolgimento personale degli espulsi e delle loro famiglie, ci sono tre modi per valutare le conseguenze.

Primo. L’impatto delle espulsioni sulle relazioni fra Russia e Occidente è stato minimo. Erano già tese. Pareggiati i conti col bilancino la bufera si è placata con la stessa rapidità con cui era arrivata. In un recente convegno in Lettonia (“Riga Dialogue”), sulla “nuova normalità” fra Russia e Occidente, con la partecipazione di una decina di russi, il dialogo c’è stato in toni cordiali e costruttivi, ma senza edulcorare la pillola con Mosca anzi riconoscendo l’esistenza (e i rischi) di una nuova “guerra fredda”. Eppure nessuno ha avuto una sola parola per le espulsioni diplomatiche, pur non mancando né una parte né l’altra di snocciolare divergenze e motivi di tensione.

Le espulsioni si possono rimuovere dal contenzioso perché sono fatte apposta. Il tentato avvelenamento di Sergei Skipral e della figlia Yulia aveva fatto scattare una forte reazione anti-russa da parte britannica e aperto una crisi fra Mosca e Londra, quest’ultima spalleggiata dalla solidarietà europea e americana. Le espulsioni sono state la risposta ma anche la valvola di sfogo della crisi. Hanno consentito di gestirla politicamente, evitando il ricorso a strumenti più pesanti, come nuove sanzioni. Hanno contenuto i danni nell’alveo diplomatico. La diplomazia serve infatti ad assorbire gli shocks (finché possibile). Ben vengano misure come richiami o espulsioni se riescono ad evitare conseguenze peggiori.

Il caso Skipral ha così trovato una soluzione diplomatica (è bene sottolinearlo) col meccanismo collaudato della reciprocità, il tribale dente per dente che è anche un vecchio modo di amministrare giustizia, dividendo salomonicamente i torti. Di comune accordo, l’effetto pratico è stato molto attutito perché gli espulsi possono essere immediatamente sostituiti. Solo in caso di chiusura di uffici, come i due consolati di Seattle e San Pietroburgo, gli effetti sono permanenti.

Dove le espulsioni, a titolo puramente dimostrativo, sono cadute su personale di recente trasferimento, la perdita di competenze e contatti è limitata e il danno passeggero. E’ il caso dell’Italia. Si sono persi, dall’una e dall’altra parte, ottimi funzionari ma nessuno è indispensabile. Dove invece sono state mirate a vere “spie”, cioè a personale che svolgeva attività d’intelligence con copertura diplomatica, le capacità del “servizio” ne hanno risentito ma è un rischio del mestiere. E’ quasi sicuramente il caso di molte espulsioni britanniche e americane, e delle rispettive risposte russe. Ma anche fra loro i conti tornano in pari e consentono di archiviare l’episodio senza quasi tracce.

Quasi. Dichiarare un diplomatico persona non grata e rinviarlo a casa è una prassi abbastanza normale. In genere si evita di pubblicizzarla. Può avvenire non solo per spionaggio, ma per svariati motivi, spesso legati anche al comportamento personale degli interessati. Essi hanno immunità dalla giurisdizione del paese ospitante anche per reati non commessi nell’esercizio delle funzioni (per quanto non copra più ormai le infrazioni al codice della strada: anche i diplomatici si sono tristemente rassegnati a pagare i divieti di sosta e gli eccessi di velocità….). Quello che non rientra nella normalità è il numero degli espulsi e, soprattutto, la coralità della risposta europea e occidentale. Non si era mai vista la solidarietà di una ventina di paesi nel prendere misure di questo genere.

Secondo. Questa coralità è la spia degli umori fra Russia e Occidente. La gravità dell’attentato di Salisbury ha messo in moto prima la risposta britannica poi la solidarietà degli alleati. In genere le storie di spionaggio si risolvono sul piano bilaterale. Qui invece le misure si sono allargate perché l’appello di Londra ha trovato terreno fertile nel profondo malessere delle altre capitali occidentali nei confronti della Russia.

La mancanza di fiducia europea e occidentale nei confronti del Cremlino di Putin è diversa dal confronto col Cremlino sovietico. L’URSS era un dichiarato avversario ideologico e militare. Teneva 5000 carri armati schierati al centro dell’Europa e non faceva mistero di essere pronta ad una guerra contro la NATO, convenzionale e/o nucleare. Ma le regole del gioco, e della reciproca deterrenza, erano chiare e accettate dalle due parti, specie dopo che la crisi dei missili cubani del 1962 aveva portato il mondo sul ciglio del reciproco annientamento.

Oggi il rischio di confronto militare è ridimensionato su scala regionale. In campo occidentale, alcuni paesi (baltici, est-europei) si sentono vulnerabili – comprensibilmente dopo le crisi georgiana (2008) e ucraina (2014). Ma, fatta eccezione per il nucleare, la prospettiva di uno scontro globale è receduta. Paesi come Germania (a parte qualche giustificato nervosismo per lo spiegamento di missili russi a Kaliningrad), Spagna o Italia non si sentono minacciati; gli Stati Uniti hanno anche altro cui pensare nel Pacifico (Cina, Corea del Nord) e in Medio Oriente (Iran). Della Russia preoccupano però le invasioni di campo, come l’annessione della Crimea e un’intera gamma di comportamenti, dall’hackeraggio informatico alle interferenze elettorali. Anche in capitali interessate a un buon rapporto con Mosca, come Berlino, Vladimir Putin è visto come un attore internazionale che non si fa scrupolo di barare. Se lo ha fatto, o lasciato fare (è lo stesso) per qualche medaglia d’oro in più a Sochi, come fidarsi per il resto? Sia ben chiaro: questa totale mancanza di fiducia è pienamente ricambiata sul versante russo.

L’appello britannico alla solidarietà europea avrebbe avuto molto meno presa se non avesse trovato ormai incardinata questa vena di diffidenza nei confronti di Mosca. Non sappiamo se e quali prove di responsabilità russa siano state fornite da Londra a livello d’intelligence, ma a livello politico Theresa May e Boris Johnson non hanno fatto troppa fatica a convincere il resto dell’Unione Europea. Per un semplice motivo: la paternità russa dell’attentato era fin troppo credibile, non solo per il mezzo usato, un agente sviluppato nei laboratori russi, non solo per la vittima designata, un “traditore”, perché purtroppo l’attentato rientra in un modus operandi internazionale senza scrupoli che Mosca ha fatto proprio.

Terzo. Non sappiamo, e probabilmente non sapremo mai, a quale livello decisionale sia stata decisa l’operazione contro Skipral né il perché dell’uso di un agente chimico che punta l’indice contro la Russia. La responsabilità di Vladimir Putin però è di aver creato un sistema che consente questo tipo di operazioni. Con l’attentato a Skipral il sistema ha tirato troppo la corda.

Può darsi che l’ex-agente del GRU fosse venuto meno al patto non scritto di uscire di scena; Skipral aveva viaggiato e avuto incontri con altri servizi, ad esempio a Praga, ai quali avrebbe dato informazioni sulle tecniche di spionaggio russe. Ma c’erano modi meno drastici d’intervenire: qualche messaggio, da Mosca via Londra, servizio a servizio, affinché tornasse a fare il pensionato. Si è preferito “dare una lezione”. L’uso di gas nervino su suolo britannico ha creato un fatto inaccettabile. Londra non poteva non reagire come ha fatto. La solidarietà europea è stato il corollario.

La spendibilità dei diplomatici ha fatto poi da ammortizzatore alla crisi, ma si è aggiunta un’altra ipoteca alla fiducia verso Mosca. Ciò non rende meno necessaria la ripresa del dialogo fra Occidente e Russia. Anzi. Ci dobbiamo però augurare che a Mosca qualcuno si faccia un esame di coscienza – e lasci la konspiratsia alle avventure di James Bond.

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