Stando ai dati forniti dal Dipartimento degli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite (Population Division), nel 2017 in tutto il mondo si registravano circa 257,7 milioni di immigrati. Di questi, più del 14% (36,3 milioni di persone) è costituito da persone provenienti dall’Africa. Se fossimo parte della nuova schiera di movimenti e partiti politici di stampo sovranista che stanno ottenendo un consenso elettorale senza precedenti in tutta Europa, argomenteremmo che queste persone stanno mettendo a repentaglio la sicurezza e la stabilità socio-economiche delle nostre società e che l’Europa ha bisogno di barriere protettive – se necessario anche fisiche – contro quella che ha tutto l’aspetto di essere un’invasione dal sud verso il nord del mondo. La realtà dei fatti, però, è molto diversa e nasconde dinamiche e fattori che spesso non sono noti o, peggio, vengono volutamente nascosti da chi usa il tema dell’immigrazione in maniera propagandistica e strumentale per meri fini elettorali.


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Una delle dimensioni più trascurate, infatti, è quella dell’immigrazione intra-africana. Dei più di 30 milioni di africani che non vivono più nel proprio Paese di origine, solo poco più del 20% sono diretti in Europa, mentre più del 53% (circa 20 milioni di persone) si sono spostati in un altro Paese africano. La percentuale diventa ancora più ampia se prendiamo in considerazione l’Africa occidentale, ovvero la regione dell’Africa più interessata dall’immigrazione (7 milioni di persone). In questo caso, sono quasi 7 su 10 coloro che rimangono all’interno della regione. E’ dunque molto importante studiare a fondo le dinamiche di tale fenomeno e le sue cause. Anche in Africa, infatti, possono essere fatte delle differenze tra cosiddetti migranti economici e rifugiati, così come alcuni trend di spostamento (forzato o meno) delle persone rispecchiano determinate condizioni politiche di base, che agevolano o meno l’immigrazione. Da un lato, la maggior parte dei rifugiati proviene dalla regione dell’Africa orientale e centrale; dall’altro non è un caso che l’Africa occidentale sia quella più interessata dall’immigrazione interna e di tipo “economico”: è grazie agli accordi di liberalizzazione dei visti vigenti all’interno dei Paesi facenti parte dell’ECOWAS (Economic Community of West African States), infatti, che si registra un maggiore movimento di persone. Il Paese africano che in assoluto registra il numero più alto di emigrati è attualmente il Sud Sudan, con quasi 2,5 milioni di persone fuggite dal Paese, cui seguono la Repubblica Democratica del Congo (un milione e mezzo), il Burkina Faso (1,4 milioni), la Somalia, il Sudan (entrambi 1,3 milioni), il Mali (quasi un milione) e lo Zimbabwe (800.000 persone). Di contro, i Paesi verso cui si concentra maggiormente l’immigrazione sono soprattutto il Sudafrica (con più di 4 milioni di immigrati), la Costa d’Avorio (2,2 milioni), l’Uganda (1,8 milioni), la Nigeria, l’Etiopia (entrambe circa 1,2 milioni) e il Kenya (poco più di un milione).

Alla base degli attuali fenomeni migratori dall’Africa e in Africa vi è il trend demografico che determina un vero e proprio boom della popolazione. Da qui al 2050, gli abitanti del continente raddoppieranno, dall’attuale 1,2 miliardi di persone, a più di 2 miliardi e mezzo. Nello stesso periodo, per dare un quadro degli squilibri demografici cui andiamo incontro, la popolazione europea potrebbe addirittura scendere, da circa 740 milioni a poco più di 700. In Africa occidentale vi sono Paesi che attraggono un alto numero di immigrati economici o cosiddetti “circolari”, primi tra tutti la Costa d’Avorio e la Nigeria. Povertà, assenza di governance e deterioramento delle condizioni di sicurezza (ivi compresa la presenza di gruppi terroristi come Al-Qaeda nel Maghreb Islamico e nel Sahel) sono tra le cause principali dell’emigrazione verso la Costa d’Avorio dal Mali (circa 360.000 emigrati) e dal Burkina Faso (più di 1,3 milioni di persone). Il caso della Nigeria, invece, rappresenta un esempio di migrazione forzata per via dei cambiamenti climatici. Il Lago Ciad, al confine tra Nigeria, Niger, Camerun e Ciad, ha visto scomparire il 90% del proprio bacino idrico negli ultimi 50 anni. Più di 25 milioni di persone traevano il proprio sostentamento dalle attività correlate al lago e, adesso, sono costrette a emigrare. In Nigeria, le inondazioni hanno spinto 6 milioni di persone a cercare rifugio altrove, nel Paese o in quelli confinanti. Il cambiamento climatico, a sua volta, produce un’altra piaga: la scarsità di cibo. Secondo la FAO, Paesi come il Niger, il Ciad e il Sud Sudan sono nel pieno di un’emergenza – dovuta all’insicurezza alimentare – senza precedenti.

E proprio il Sud Sudan è il Paese più interessato dai flussi migratori nel continente africano. Le ragioni alla base della crisi, qui, sono legate al conflitto che si è riacceso con forza negli ultimi anni. Con i suoi attuali 2,4 milioni di rifugiati in fuga, il Paese è quello con il tasso di crescita di rifugiati più alto al mondo (+64% nell’ultimo anno, secondo le stime dell’UNHCR). D’altro canto, è anche il terzo per numero di rifugiati, dopo Siria e Afghanistan, e il primo per numero di rifugiati in relazione alla ricchezza (90 persone ogni dollaro di PIL sono rifugiati). I rifugiati in Africa sono quasi 6 milioni, vale a dire un sesto di tutti gli immigrati del continente. A quelli provenienti dal Sud Sudan, si aggiungono gli 870.000 della Somalia (quarto Paese al mondo), i circa 700.000 di Sudan e Repubblica Democratica del Congo (rispettivamente quinto e sesto), i 600.000 che fuggono dal conflitto nella Repubblica Centrafricana (settimo), i 430.000 dell’Eritrea e i 410.000 del Burundi (nono e decimo Paese al mondo per numero di rifugiati). I conflitti che interessano questi territori fanno sì che tali Paesi siano anche i più poveri (Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Burundi, Eritrea e Sud Sudan sono tra i dieci Paesi con il più basso PIL pro capite al mondo), mettendo in evidenza il circolo vizioso che si innesca tra conflitti, povertà e migrazione forzata. L’altro lato oscuro della storia è che anche i Paesi di accoglienza di questi rifugiati sono – essendo quelli più contigui geograficamente – tra i più poveri e meno preparati a gestire emergenze umanitarie di questa portata. A livello globale, 9 rifugiati su 10 sono ospitati in Paesi in via di sviluppo. L’Uganda ospita sul proprio territorio più di un milione di rifugiati, l’Etiopia 800.000, la Repubblica Democratica del Congo e il Kenya rispettivamente 450.000. Tali dinamiche fanno riflettere sulla sostenibilità dell’accoglienza in contesti spesso interessati da conflitti interni e, a loro volta, dalle emergenze umanitarie derivanti dalla fuga in massa di persone dai Paesi limitrofi.

Una menzione a parte merita la Libia. Ultimo avamposto delle rotte che, dall’Africa subsahariana, puntano verso il Mediterraneo per raggiungere l’Europa, è sempre stato soprattutto un Paese di arrivo degli immigrati. Ancora oggi, conta circa 800.000 immigrati al proprio interno, ma allo stesso tempo è divenuto il maggior Paese di transito dell’immigrazione diretta in Europa. Le politiche d’immigrazione europee, e soprattutto dell’Italia, si sono concentrate molto sul ruolo della Libia e, dall’estate 2017, hanno ottenuto accordi con le autorità provvisorie locali volti a bloccare le partenze. Il risultato – che in termini numerici è stato presentato come un successo dall’uscente governo italiano per via del drastico calo degli arrivi – è stato di produrre una situazione al limite della sostenibilità per gli immigrati che si trovano intrappolati nei più di 30 centri di detenzione libici. Anche su questo ci si dovrà interrogare per capire in che direzione andare per applicare una politica che sia, allo stesso tempo, rispettosa dei diritti umani, civili e politici, e che sappia dare delle risposte anche locali a un fenomeno che interessa la stessa Africa, più che il nord del mondo.

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