Perché fare una sola rivoluzione quando puoi farne tre? Chissà se questa domanda ha mai attraversato la mente del giovane rampollo saudita Mohammed Bin Salman, il principe che in poco più di tre anni è passato dall’essere uno delle migliaia di sconosciuti membri della famiglia reale all’uomo forse più potente del regno dai tempi del nonno e fondatore della dinastia Abdelaziz Ibn Saud. Uno dei primi millennials a finire sulle prime pagine del mondo, MBS – l’acronimo con cui è noto alla stampa – deve molto della propria visibilità all’idea che è abilmente riuscito a proiettare di sé stesso: quella del giovane riformatore.


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Riformatore in tutto; nella forma di governo, nell’economia, nei costumi in salsa femminista. La rivoluzione che a lui piace esibire di più è sicuramente quest’ultima, inaugurata dal lancio di due provvedimenti storici per il regno più conservatore del mondo: la liberalizzazione dei cinema e, soprattutto, il permesso per le donne di guidare. Il secondo per anni è stato al centro di numerose campagne di giovani attiviste saudite, che spesso ne hanno pagato il prezzo con detenzioni, minacce e torture. Ma MBS sembra deciso a invertire la politica di chiusura sociale e discriminazione di genere che ha caratterizzato fin qui l’Arabia Saudita, forte soprattutto del sostegno delle giovani generazioni stanche di un conservatorismo sempre più anacronistico.

C’è poi la seconda rivoluzione, quella economica. Anch’essa ampiamente pubblicizzata ed esibita, per mostrare il nuovo volto economico dell’Arabia Saudita di domani, terra di dinamismo e opportunità per investitori di tutto il mondo. Con il varo del suo grande piano intitolato “Vision 2030”, MBS sembra intenzionato, almeno sulla carta, a trasformare radicalmente l’economia saudita e con essa la struttura sociale del regno. Un’economia per oltre 70 anni basata sulle rendite petrolifere e sulla monarchia nel ruolo di “ridistributrice” di tali rendite. Una politica che ha portato oggi oltre il 90%% della popolazione autoctona a essere impiegata o in qualche modo dipendente dallo stato. Un sistema diventato progressivamente sempre meno sostenibile, sia a causa del drammatico aumento della popolazione sia per il costante aumento dei consumi energetici interni che rosicchiano ogni anno i profitti delle esportazioni. Nella sua Vision 2030 MBS mira a ribaltare radicalmente questa struttura economica, usando un gigantesco programma d’investimenti pagato con il fondo sovrano saudita per promuovere l’espansione e modernizzazione del settore privato e incoraggiare i giovani sauditi a dimenticare i facili quanto noiosi posti nell’amministrazione pubblica per trasformarsi in dinamici uomini d’affari.

Infine, c’è la terza “rivoluzione”. Quella meno pubblicizzata anche se non troppo difficile da intravedere sotto la patina del ritratto da riformatore illuminato: la rivoluzione politica. In pochi anni MBS ha radicalmente trasformato il sistema di gestione del potere in Arabia Saudita. Ma non nel senso di apertura e liberalizzazione mostrato nell’ambito dei costumi sociali e dell’economia. Al contrario, MBS è riuscito nell’impresa non facile di trasformare una delle ultime monarchie assolute rimaste al mondo in uno stato ancora più autoritario. Il giovane rampollo ha sconvolto alla radice quel metodo decisionale “per consenso” che per decenni aveva consentito alla vasta famiglia reale di governare distribuendo il potere tra le principali linee di discendenza del fondatore. Con un’abile serie di colpi di mano MBS è riuscito a estromettere potenti zii e cugini dalle cariche più importanti dello stato, partendo dai vertici militari fino ad arrivare al controllo delle forze di sicurezza interne e dell’economia.

Ma se la rivoluzione autocratica rimane la meno pubblicizzata, essa è di gran lunga finora la meglio riuscita. Non si può dire lo stesso delle altre due, dei costumi e dell’economia, che mostrano ancora molte ombre dietro le luci dei nuovi spot pubblicitari con donne alla guida e le brochure patinate per gli investitori. Prima di tutto la questione dei diritti femminili per i quali c’è ancora molta strada da fare. È vero infatti che nella sua opera riformatrice e di accentramento del potere MBS ha marginalizzato il potere del clero più radicale, che per decenni aveva condizionato la scena politica e mediatica del regno. Ma se queste mosse hanno, almeno per ora, limitato la possibilità di potenziali resistenze e contro-riforme da parte dei vertici religiosi dello stato questo non significa affatto che MBS e il nuovo clero moderato possano modificare altrettanto facilmente e velocemente gli effetti sociali di decenni di politica morale estremamente restrittiva. Alcune norme sociali rimangono profondamente radicate all’interno della società saudita, come lo stesso MBS ha recentemente ammesso in una lunga intervista con l’emittente americana CNBC. Ma forse ancora più problematica è la questione di quali reali avanzamenti dei diritti reali delle donne, e non solo, siano possibili in un sistema politico diventato sempre più autoritario. A rendere palese questo lato della questione è intervenuto a maggio l’arresto per cospirazione di 5 attiviste per i diritti civili. Un arresto in contraddizione con le ultime mosse del principe ereditario, una vera doccia fredda per molti dei suoi ammiratori, soprattutto all’estero. Tale decisione va però compresa attraverso le lenti dell’accentramento politico-mediatico portato avanti con determinazione da MBS in questi mesi, e che si può riassumere così: non devono esistere poteri politici, mediatici o sociali al di fuori della monarchia. Non conta quindi che queste donne abbiano chiesto in passato qualcosa che poi il regime ha deciso di concedere. Solo il regime può decidere di elargire (o privare di) nuovi diritti. Chiederli dal basso nell’Arabia Saudita di MBS rimane comunque un atto di ribellione.

Vi sono, infine, le ombre che si stanno allungando sulle ambiziose riforme economiche del giovane rampollo. L’inizio, bisogna ammetterlo, era stato assai promettente. Con una decisione che invertiva anni di altissimi prezzi del petrolio – arrivati a sfiorare i 140 dollari al barile – a fine 2014 l’Arabia Saudita ha aumentato drammaticamente la propria produzione, superando i livelli record di 12 milioni di barili al giorno, e inondato il mercato facendo crollare il prezzo sotto i 50 dollari. L’intento era duplice: conquistare quote di mercato escludendo i competitor più costosi, compreso lo shale gas americano, e mettere sotto pressione il budget dello stato costringendo il sistema ad accettare riforme radicali dell’economia nazionale. Il piano era semplice: lo stato avrebbe diminuito significativamente le proprie spese correnti. Nel frattempo, la vendita del 5% di Saudi Aramco, la compagnia petrolifera nazionale e la più grande del mondo, avrebbe garantito quei capitali necessari per lo sviluppo del settore privato. I giovani sauditi avrebbero d’ora in poi trovato lavoro in quest’ultimo, abbandonando la lunga tradizione che vedeva il posto statale come l’unico approdo possibile per i cittadini del regno. Tutto chiaro e lineare. O forse no.

I guai sono iniziati subito con l’introduzione di alcuni tagli ai bonus dei dipendenti pubblici su cui lo stato è rapidamente tornato indietro in seguito a forti proteste. A questi si sono aggiunte le difficoltà riscontrate nella preparazione dell’offerta pubblica per Saudi Aramco, che ha visto un costante rinvio per le difficoltà a raggiungere il prezzo di mercato considerato adeguato da Riyadh. Ma è in fondo la parte più radicale e profonda del programma di riforme il vero ostacolo contro cui i piani di MBS potrebbero infrangersi nel prossimo futuro. La sua visione consiste infatti in una rivoluzione copernicana del rapporto tra cittadini e stato: non più una monarchia famigliare che si legittima attraverso la distribuzione di rendite generate dalle risorse naturali del paese, ma una autocrazia carismatica che chiede ai propri cittadini di partecipare attivamente alla produzione della ricchezza e perfino attraverso il pagamento delle tasse. Fino a pochi anni fa una monarchia petrolifera che chiede tasse ai propri sudditi era una assurdità assimilabile a un santo che chiede la grazia ai suoi devoti. Questa percezione pare essere però profondamente cambiata da qualche tempo, a giudicare dalla fiducia che i media di tutto il mondo sembrano accordare a Mohammed Bin Salman. Ma, si sa, le percezioni collettive spesso ingannano, e solo il tempo potrà dirci davvero se il grande sogno del giovane principe autocratico e riformatore potrò diventare realtà o se non sia destinato a trasformarsi in un incubo.

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