“I kwerekwere ci stanno rubando il lavoro!”. “Non scappano da guerre. Vengono qui solo per motivi economici. Sfruttano la nostra nazione!”. In tutta Europa e nei paesi occidentali questo tipo di retorica è ormai comune, solo che a pronunciarle sono i sudafricani e i “kwerekwere” (“stranieri” nello slang delle township) sono le migliaia di immigrati che vivono e lavorano in Sudafrica.


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Il ricco ed emancipato Sudafrica, dalla fine della segregazione, è un punto d’attrazione per i migranti del continente in fuga da conflitti e carestie o semplicemente in cerca di opportunità.

Dopo l’apartheid, Nelson Mandela fu il principale promotore di una politica migratoria tra le più aperte al mondo e una delle più generose per ciò che riguarda l’accoglienza dei rifugiati. Il Sudafrica doveva essere la nazione arcobaleno che si era lasciata alle spalle gli anni bui del segregazionismo. Negli ultimi tempi però, la nobiltà d’animo del passato sta lasciando spazio a un’ondata di rifiuto accentuata dalla crisi che affligge la nazione.

L’economia sta uscendo da una prolungata fase di recessione, ma è ancora debole rispetto al periodo d’oro dei primi anni del millennio. Il paese è stato duramente colpito dal calo dei prezzi delle materie prime di cui è grande produttore e il Pil è calato notevolmente dal 2012. Nel 2017 ha dato un buon segnale con un +1,3%, ma quest’anno non è previsto un grande miglioramento (+1,4% secondo la Banca Mondiale). La disoccupazione poi resta altissima continuando ad oscillare tra il 26 e il 30% e la diseguaglianza sociale è la più alta al mondo secondo gli ultimi dati dell’Indice Gini 2017 (GINI index - Banca Mondiale).
A ciò si aggiunge l’incertezza legata a una leadership politica appannata dai casi di corruzione e malgoverno del vecchio esecutivo di Jacob Zuma, rimpiazzato lo scorso febbraio da Cyril Ramaphosa.
Tutto questo non ha fatto altro che produrre crescenti tensioni sociali che spesso sfociano in guerre fra poveri e in un’elevata avversione verso gli immigrati.

L’International Migration Report dell’Onu del 2013 aveva rivelato che il flusso di immigrazione verso il Sudafrica, sia per ragioni umanitarie che economiche, aveva raggiunto quasi le 250mila unità annue tra il 2000 e il 2010 ed era in costante aumento. È ragionevole pensare che l’instabilità politica e la fragilità del continente africano, causata anche dai fenomeni climatici nefasti degli ultimi anni, abbiano fatto lievitare questi numeri incrementando gli arrivi. Ad oggi è difficile poter dare una foto reale della situazione per via della porosità degli enormi confini terrestri sudafricani che permette imponenti flussi migratori incontrollati. Secondo i dati ufficiali più aggiornati a disposizione relativi al censimento del 2011, il Sudafrica ospitava 1,7 milioni di stranieri pari a circa il 3,3% della sua popolazione (allora quasi 52 milioni di abitanti). Mentre una stima dell’Onu nel 2015 fissava a circa 3,1 milioni la popolazione di immigrati nel paese.

Nel 2011 il 75% degli immigrati proveniva dal continente africano e la maggior parte di questi (il 68% del totale) arrivava dai paesi limitrofi appartenenti alla Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (Sadc). Principalmente da Zimbabwe, Mozambico, Lesotho, Malawi, Swaziland e R.D. Congo. Solo il 7,3% proveniva da altri paesi africani come Etiopia, Nigeria, Somalia.

Gli immigrati economici coprono una grossa fetta degli stranieri in Sudafrica e molti di essi vi lavorano solo per brevi periodi entrando e uscendo continuamente dai paesi confinanti Zimbabwe e Mozambico nelle regioni frontaliere di Limpopo e Mpumalanga, o dalle piccole monarchie enclave Lesotho e Swaziland.

Per i rifugiati le principali rotte migratorie verso il Sudafrica partono dal Corno d’Africa o dalla Regione di Grandi Laghi e passano attraverso Kenya, Tanzania, Mozambico e Zambia. Una seconda grande rotta parte invece dalla Nigeria, ma non passando necessariamente via terra. Si tratta di richiedenti asilo o “overstayers”, cioè migranti che entrano legalmente ma poi restano dopo la scadenza del visto.

Attualmente si stima (Green Paper on International Migration) che il numero di rifugiati in Sudafrica superi il milione, di cui 170mila riconosciuti mentre circa 900mila ancora nello status di richiedente asilo a causa della lentezza delle procedure di riconoscimento. Le principali nazioni di provenienza dei richiedenti sono Zimbabwe, Etiopia, R.D.Congo, Nigeria e Somalia.

Secondo il Refugees Act del 1998, un richiedente, diversamente da altri paesi, fa domanda in uno dei quattro centri di registrazione a Pretoria, Durban, Cape Town e Musina. Ottiene un permesso della durata massima di sei mesi che gli permette la libera circolazione nel paese e il godimento degli stessi diritti dei cittadini sudafricani. Nel frattempo aspetta che la sua richiesta venga valutata e, se accettata, riceverà lo status di rifugiato valido per due anni e rinnovabile.

Il problema è che il sistema è ingolfato” spiega Johan Viljoen, Direttore del Denis Huley Peace Insititute (DHPI), un’Istituzione cattolica sudafricana che da anni si occupa dell’accoglienza dei migranti. “Ci vorrebbero 18 mesi per valutare una domanda ma passano anni e i migranti sono costretti a rinnovare più volte il visto provvisorio tornando nei centri. Le regole poi sono sempre più stringenti. Ora solo il 4% delle richieste viene approvata. Con la nuova proposta di legge White Paper on International Migration del 2017 tutto potrebbe peggiorare”. Viljoen si riferisce al disegno di legge che dovrebbe essere votato entro quest’anno che fissa criteri di ammissione più severi, l’eliminazione della libera circolazione dei richiedenti asilo e la creazione di centri di accoglienza.

È la prova finale del cambio di politica migratoria di Pretoria che sembra riflettere l’atteggiamento ostile sviluppato nell’opinione delle classi più povere del paese. Negli slums e nelle township dei grandi centri urbani delle province di Gauteng (la più ricca con Pretoria e Johannesburg), Western Cape, Kwa-Zulu Natal, Mpumalanga e Limpopo, la xenofobia ha iniziato a manifestarsi da anni con episodi d’insofferenza.

Nel maggio del 2008 ci fu la prima ondata di violenze contro gli immigrati che dalla township di Alexandra a Johannesburg si diffuse in tutto il paese compresa Città del Capo e Durban causando 67 morti e costringendo il governo sudafricano a ospitare centinaia di stranieri in campi profughi. Nel 2015 ci fu una seconda ondata di violenza complice il re degli zulu Goodwill Zwelithini che intimò agli stranieri di “fare le valigie e tornare ai paesi di origine”. Risultato: sette morti, negozi etiopi e somali saccheggiati e incendiati, e migliaia di migranti espulsi. Infine, nel 2017 un’altra ondata di attacchi ai negozi di stranieri e verso la comunità nigeriana, accusata di prostituzione e traffico di stupefacenti, è stata seguita da una marcia anti-immigrazione a Pretoria. Ma “i casi continuano e gli immigrati vivono nella paura”, come ha denunciato Amnesty International lo scorso 11 maggio nella ricorrenza dei primi fatti avvenuti dieci anni fa.

Questa guerra fra poveri è frutto del divario sempre più marcato tra abbienti e nullatenenti che aumenta la competizione tra disoccupati sudafricani e stranieri per accedere alle limitate risorse, servizi sociali e opportunità lavorative. Ne è convinto Thuthukani Ndebele, direttore delle ricerche del South African Institute of Race Relations (IRR). “Gli immigrati accettano paghe ridotte per lavori più duri. In più nella loro situazione incerta e spesso irregolare non si permettono di protestare per le condizioni lavorative. La gente è frustrata e scarica questo sentimento contro altri deboli. È la via più facile, un po’ come avviene in Europa... Fino a quando continuerà la crisi, sarà difficile fermare certe manifestazioni violente”.

Opinionisti e media sudafricani individuano una delle cause del problema nella retorica espressa da alcuni politici. Una politica “Double face” per cui ufficialmente ci si dichiara accoglienti, ma poi in più occasioni si fanno affermazioni discriminatorie contro gli immigrati utilizzandoli come esca per attirare il consenso popolare. “I casi di xenofobia hanno origine dall’alto. Alcuni esponenti politici hanno usato lo straniero come capro espiatorio per distogliere l’attenzione da problematiche economiche più complesse.” Afferma Aimée-Noël Mbiyozo, ricercatrice per il Programma Migratorio dell’Institute for Security Studies di Pretoria (ISS).

Quando fu eletto nel 1994 Mandela affermò: “Mai, mai e mai più avverrà che questa bella terra sia di nuovo testimone dell'oppressione di uno sull'altro”. Sono passati 24 anni e certi fenomeni stanno tornando in altre forme. L’arcobaleno sembra sbiadire.

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