La recente scomparsa dello storico leader della Renamo (Resistência Nacional Moçambicana), Afonso Dhlakama, avvenuta lo scorso 3 maggio nel suo rifugio nelle montagne di Gorongosa, ha scosso l’intero Mozambico e suscitato echi in tutta l’Africa australe.


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Deceduto a 65 anni a causa di un infarto, Dhlakama aveva guidato il movimento di resistenza nazionale durante i quindici anni di guerra civile contro il Frelimo (Frente de Libertação de Moçambique), terminata nell’ottobre 1992 con l’accordo di pace di Roma.

Poi, al termine del conflitto, a causa del quale morirono quasi un milione di persone, Dhlakama trasformò la Renamo nel principale partito di opposizione del Paese che nell’ottobre 1994 partecipò alle prime elezioni democratiche multipartitiche nella storia dell’ex colonia portoghese.

Tuttavia, l’irrefrenabile oppositore governativo, nel 2013 riprese la lotta armata contro il predominio del Frelimo con una serie di attacchi contro caserme e stazioni di polizia. Oltre a imboscate compiute da cecchini contro mezzi di trasporto pubblico, principalmente sulla strada N1 (importante arteria che collega nord e sud del Paese) nelle province di Manica e Sofala. Secondo un recente rapporto di Human Rights Watch (HRW), Dhlakama sarebbe stato anche implicato nei rapimenti e uccisioni di personaggi politici che lavoravano per il governo, mentre secondo alcuni commentatori locali, ancora oggi nascondeva guerriglieri all’interno della sua compagine d’opposizione.

Il rapporto di HRW cita anche gli abusi commessi dalle forze di sicurezza governative del Frelimo durante gli scontri armati, tra cui uccisioni, sparizioni forzate, rapimenti, arresti arbitrari e distruzione di proprietà. E sempre l’Ong newyorchese spiega come negli anni, le violenze da ambo le parti hanno costretto migliaia di persone a lasciare il Mozambico per riparare in Malawi e Zimbabwe.

L’uscita di scena di Dhlakama è avvenuta in un momento cruciale perché potrebbe mettere in discussione l’intero processo di pace con il governo, avviato nel dicembre 2016, due mesi prima che il capo della Renamo annunciasse a sorpresa una tregua, al fine di giungere a un accordo di pace definitivo.

Per raggiungere quest’obiettivo, il defunto leader dell’opposizione aveva avuto vari incontri segreti con il presidente mozambicano Filipe Nyusi nel suo rifugio sulla catena montuosa di Gorongosa. Tutto sembrava andare per il verso giusto, tanto che negli ultimi mesi i colloqui avevano registrato importanti passi avanti.

Lo testimonia l’ultimo meeting svoltosi lo scorso febbraio per discutere del disarmo e della reintegrazione dei combattenti, nel quale i due principali protagonisti della vita politica mozambicana avevano concordato sulla necessità di avviare una riforma costituzionale per favorire la decentralizzazione.

La riforma attualmente in discussione in parlamento, permetterebbe agli elettori di eleggere direttamente i governatori di provincia, attualmente nominati dal capo dello stato.

Con la morte di Dhlakama, però, i progressi compiuti sono stati messi in dubbio dal fatto che la trattativa tra i due si svolgesse su un piano strettamente personale, senza la presenza di altri interlocutori.

Un’altra incognita sul futuro delle trattative riguarda il nome del sostituto di Dhlakama alla guida del partito, che lo scorso 5 maggio ha eletto all’unanimità l’ex segretario generale Ossufo Momade, come presidente ad interim fino alla realizzazione di un Congresso nazionale per nominare il nuovo presidente.

Dopo la nomina, Momade ha dichiarato che “il partito porterà avanti il lavoro che Dhlakama aveva iniziato”. Ma sulle trattative avviate dal suo predecessore gravano molte incognite. Per ora, l’unica certezza è costituita dal fatto che la Renamo ha urgente necessità di avere una guida solida capace di mettere d’accordo l’ala politica e quella militare degli ex combattenti.

Ma soprattutto, dovrà essere in grado di affrontare le sfide cominciate da Dhlakama, che oltre a portare a termine la decentralizzazione del potere, prevedono l’integrazione dell’ala armata della Renano nell’esercito mozambicano e l’organizzazione della campagna elettorale per le elezioni amministrative e le presidenziali di ottobre 2019.

Tutto questo, mentre il Paese lusofono si trova a dover affrontare nell’immediato anche sfide economiche, prima tra tutte quella di riuscire a recuperare la fiducia esterna, logorata dalla scoperta nel 2016 di un debito nascosto di due miliardi di dollari contratto da tre società statali verso banche russe e francesi.

L’intricata vicenda ha portato alla sospensione degli aiuti allo sviluppo da parte dei donatori occidentali con rilevanti ripercussioni in negativo sulla situazione finanziaria del Mozambico, il cui debito pubblico è quasi arrivato al 120% del Prodotto interno lordo (Pil). E per ristrutturarlo, il governo sarà costretto a ricorrere agli aiuti internazionali, per accedere ai quali dovrà introdurre nuovi meccanismi di responsabilità più trasparenti.

Alcune priorità per rilanciare l’economia mozambicana giungono dalla pubblicazione dell’Indice di trasformazione della fondazione Bertelsmann (BTI), che lo scorso maggio ha rilevato che il Paese africano ha urgente bisogno di diversificare l’economia, ridurre il tasso d’inflazione e adottare politiche mirate all’incentivazione della produzione agricola e alla riduzione della povertà.

A complicare la situazione, c’è anche la minaccia jihadista rappresentata da un gruppo locale conosciuto come Swahili Sunna (il sentiero swahili), che si prefigge l’obiettivo di stabilire uno Stato islamico tra le popolazioni costiere di lingua swahili. Nello scorso ottobre, il gruppo ha attaccato simultaneamente tre posti di polizia (PRM) nel distretto nord-orientale di Mocimboa de Praia, nella provincia di Cabo Delgado.

Per tre giorni, la cittadina è rimasta isolata a causa degli scontri che hanno provocato 17 vittime tra assalitori e poliziotti. Da quel momento i radicali islamici hanno continuato a colpire con sporadiche imboscate contro pattuglie della PRM e assalti ai villaggi nella zona e nel distretto di Palma.

Un recente report del Centro Africano per gli Studi Strategici (ACSS), con sede a Washington, riporta che l’offensiva jihadista ha scatenato la reazione delle forze governative, che lo scorso dicembre hanno bombardato il villaggio di Mitumbate nel distretto di Mocimboa de Praia, dove il gruppo avrebbe stabilito la sua roccaforte. Nel raid le forze di sicurezza hanno ucciso cinquanta persone, tra cui donne e bambini, e ne hanno arrestate duecento.

Ciononostante, Swahili Sunna sembra attrarre nuove reclute, spinte ad unirsi ai jihadisti da fattori di emarginazione, disagio sociale ed economico che interessano l’intera zona settentrionale del Mozambico.

Il progetto di istituire uno Stato islamico sta creando forte richiamo tra i giovani disoccupati della regione, che spesso non hanno le risorse per pagare la dote per prendersi una moglie. Di conseguenza, diventano incapaci di raggiungere l’età adulta, che nella locale cultura tradizionale arriva solo dopo aver contratto matrimonio e formato una famiglia. Questi giovani diventano così facili prede per il reclutamento da parte delle milizie armate.

Infine, c’è da registrare che le violenze stanno cominciando ad avere un impatto anche sull’economia del Paese, perché hanno causato l’evacuazione dei dipendenti di alcune multinazionali petrolifere e minerarie presenti in una regione, dove le istituzioni sono da sempre assenti e la popolazione si sente tradita ed emarginata. E dove l’estremismo islamico si innesta facilmente.

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