Il Sud Sudan versa in una crisi politica ed umanitaria sempre più profonda mentre diventa sempre più difficile trovare una via d’uscita alla guerra civile che l’ha scatenata. E’ fallito infatti anche l’ultimo round delle trattative svoltosi ad Addis Abeba tra il 17 e il 23 maggio scorsi.


LEGGI ANCHE : Contrordine, in Sud Sudan la guerra continua


Con ogni probabilità la causa principale del nulla di fatto sta nell’obiettivo che i negoziatori dell’Igad – Inter Governmental Authority on Development, l’organizzazione regionale incaricata dalla comunità internazionale di trovare una soluzione al conflitto – si erano posti: rivitalizzare l’accordo di pace firmato nell’agosto 2015, naufragato di fatto nel luglio 2016, quando l’esercito governativo, SPLA, e quello del maggior gruppo di opposizione, SPLA-IO, si erano scontrati per diversi giorni nella stessa capitale, Juba. Alla fine dei durissimi combattimenti quasi nulla di quegli accordi rimaneva in piedi. Il primo vicepresidente del governo transitorio e capo dell’opposizione, Riek Machar, era in fuga nelle foreste della regione dell’Equatoria. L’esercito governativo gli dava la caccia con ogni mezzo, tanto da trascinare nel conflitto l’intera area, che fino a quel momento era riuscita a rimanerne ai margini, e da provocare l’esodo di centinaia di migliaia di persone verso i campi profughi dell’Uganda. A Juba il presidente Salva Kiir nominava primo vicepresidente, e dunque rappresentante dell’opposizione nel governo di transizione, Taban Den Gai, che si era appena dimesso dall’SPLM-IO per dissidi interni. Una nomina evidentemente strumentale che veniva accettata, piuttosto cinicamente, dalla comunità internazionale, garante degli accordi del 2015, che decideva anche di sostenerla relegando di fatto Machar in esilio in Sud Africa.

Ma il calcolo di mettere fine al conflitto decapitando l’opposizione e cooptandone una parvenza nel governo si è rivelato sbagliato. La guerra civile, che già aveva fatto registrare episodi tremendi, è diventata, se possibile, ancor più atroce, tanto che nell’ultimo anno gli organi competenti dell’Onu hanno lanciato allarmi per un possibile genocidio, per l’uso generalizzato della violenza sessuale, per il reclutamento di minori nelle forze combattenti, compreso l’esercito regolare, e altro del genere. Nelle ultime settimane sono ricominciati anche gli allarmi per una probabile catastrofe alimentare. La fame, scongiurata per un soffio negli anni scorsi grazie all’impegno delle organizzazioni internazionali, potrebbe colpire duro quest’anno, la gran parte dei sud sudanesi ha ormai finito da un pezzo le scorte alimentari e non ha risorse sufficienti per accedere al mercato dal momento che un’inflazione galoppante ha fatto salire alle stelle anche i prezzi dei prodotti di prima necessità. Per di più si è ridotto drasticamente lo spazio per il lavoro umanitario che è diventato, inoltre, sempre più pericoloso. Sono ormai un centinaio gli operatori uccisi mentre portavano aiuto alla popolazione. Molti altri sono stati sequestrati e i beni di cui erano i custodi distrutti o razziati.

Si fa dunque sempre più urgente la necessità di trovare una soluzione, mentre le risposte arrivate finora dal contesto politico del paese sono l’impermeabilità del governo ad ogni possibile proposta di cambiamento e la proliferazione delle forze di opposizione, la maggior parte con il loro manipolo di soldati a difesa, sostanzialmente, della richiesta di sedere al tavolo dei negoziati per spartirsi i dividendi della pace. Non è un caso che le trattative, che hanno fatto registrare qualche passo avanti sulle questioni di sicurezza, si siano arenate proprio sui temi della divisione del potere. Il documento finale, presentato dai mediatori dopo mesi di incontri preparatori e quattro giorni di discussioni al tavolo negoziale, è stato bocciato da tutte le parti in causa. In sostanza, il governo non vuol sentir parlare del ritorno di Machar nel panorama politico del paese, come richiesto dall’opposizione e previsto nel documento. L’opposizione trova che siano state proposte istituzioni transitorie dai numeri insostenibili, gonfiati per far posto ai nuovi attori, ma che alla fine la spartizione proposta sia più favorevole al governo di quanto non fosse quella dell’agosto 2015. E dunque si deve ricominciare da capo, mentre il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha recentemente aggiunto altri nomi alla già lunga lista dei politici e militari di peso sanzionati perché ritenuti responsabili del fallimento dei tentativi di uscire dalla crisi.

Ma un nodo sta anche negli obiettivi del negoziato e nei negoziatori stessi. Le critiche di diversi osservatori riguardano l’aver concentrato la mediazione sull’aspetto della divisione dei poteri invece di affrontare le radici del problema, e cioè i motivi che hanno portato al fallimento degli accordi del 2015. Sempre che quegli accordi possano ancora essere un modello valido. Alcuni analisti pensano che l’Igad stia lavorando per la soluzione del conflitto scoppiato nel 2013, un conflitto che non esiste più, essendosi trasformato tanto da essere ormai sostanzialmente diverso.

I meccanismi per uscire dalla crisi vanno dunque cercati tenendo conto della nuova situazione e probabilmente portando il tavolo negoziale ad un livello diverso. Molte sono ormai le critiche alla mediazione regionale. La più autorevole arriva direttamente dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, il quale ha recentemente sottolineato che l’indipendenza dei membri dell’Igad è indispensabile per mettere fine al sanguinoso conflitto. Adama Dieng, il suo consigliere speciale per la prevenzione dei genocidi, ha dichiarato apertamente in un’intervista a Voice of America che Kenya e Uganda stanno contribuendo al prolungarsi della crisi facendo affluire nel paese grandi quantità di armi. Accuse gravi, che confermerebbero quelle di mancanza di imparzialità a più riprese sollevate dall’opposizione sud sudanese. La mediazione dell’Igad sta dunque perdendo di credibilità e perciò di efficacia. Un intervento diverso si impone.

Per abbonarti, visita la nostra pagina abbonamenti.