Fino a qualche tempo fa, Bashkim Sejdiu veniva invitato in giro per convegni e tavoli di governo come storia di successo. Quasi all’americana: un immigrato che arriva e fonda una start up su un’idea geniale. Anzi due: un’app per semplificare la burocrazia per gli stranieri; e un’altra, in campo sanitario, per rilevare il rischio tbc nelle comunità immigrate. In realtà Sejdiu, albanese di origine kosovara, non si sente un immigrato. È arrivato a Varese da bambino, adesso ha trentacinque anni di cui venti da italiano. Tant’è che come molti suoi coetanei è fuggito oltreconfine, nel suo caso in Svizzera. Perché la sua storia da Silicon Valley nostrana non ha avuto un lieto fine. L’app taglia-burocrazia - che portava su smartphone e tablet, tradotti in dieci lingue, i 168 diversi moduli che s’incontrano per rinnovare il permesso di soggiorno – si è schiantata all’ultimo miglio: la burocrazia appunto, che doveva aprire i codici; e l’amministrazione, potenziale partner del progetto. “L’ho fatto perché ho vissuto per anni sulla mia pelle tutto l’iter”. Che si conclude, ancora adesso, con l’invio di voluminosi plichi di carta. “Le Poste guadagnano 45 milioni all’anno per l’invio del kit cartaceo. Io ho dato lo stesso prodotto abbattendo i costi e dis-intermediando. Ma il tutto aveva un senso se non si chiedevano soldi agli utenti”. Sui finanziamenti – ridotti, rispetto alla mole dei costi attuali – e sulla burocrazia l’app si è, per ora, bloccata. Nonostante plausi, premi e riconoscimenti. “L’ho presentata anche a Montecitorio, davanti a Matteo Renzi e Marianna Madia”.


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Bashkim è sposato e ha un figlio, e adesso tutti e tre vivono nel Canton Ticino, dove da startupper si è convertito in consulente. Ma Varese è a due passi, e lì ha mantenuto il ruolo di presidente della comunità albanese della provincia, che conta dodici mila persone. Forse non tutti specializzati come lui, che ha dimestichezza con il coding e gli algoritmi; ma inseriti nel tessuto economico e sociale, al punto da diventare invisibili. Ben contro le immagini e le paure dominanti sull’immigrazione. “Che c’entra, loro sono tutta un’altra cosa, rispetto a quelli che vengono dall’Africa”, è la risposta che capita di sentire spesso. Ma la percezione della “invasione” non era tanto diversa ventisette anni fa, quando la nave Vlora portò in una sola giornata sulle coste italiane oltre venti mila persone, e cominciò l’esodo degli albanesi: allarme, terrori incontrollati (si evocò anche il colera), respingimenti e tragedie in mare, proprio come oggi sulla rotta mediterranea. Rispetto ad allora, l’Italia ha in più, oggi, una presenza di immigrati consolidata – 5,6 milioni, l’8,4% della popolazione -, una crisi economica pesante sulle spalle e un’emergenza demografica conclamata. Elementi del puzzle del contributo economico dell’immigrazione, che porta nel cuore del Nord-Est contemporaneamente al successo del più forte partito xenofobo d’Europa e all’allarme degli imprenditori sul possibile controesodo della manodopera immigrata (vedi box).

Il dividendo degli immigrati

In uno studio pubblicato sugli Occasional Papers della Banca d’Italia, alcuni ricercatori hanno indagato sul contributo demografico alla crescita economica. Una storia raccontata nell’arco di 200 anni, che ha una brusca inversione di rotta proprio alla vigilia delle prime “invasioni”. Da venticinque anni, scrivono i ricercatori della Banca d’Italia, il contributo della demografia alla crescita economica è diventato negativo, per la denatalità italiana, che è stata solo parzialmente compensata dall’arrivo degli stranieri. Senza il contributo degli immigrati, scrivono gli economisti Barbiellini Amidei, Gomellini e Piselli, avremmo perso oltre dieci punti di Pil. Per la precisione: nel periodo dal 2001 al 2011, il contributo dell’immigrazione al Pil è stato di 6,6 punti percentuali; dal 2011 al 2016 è stato di 3,3 punti. In termini di prodotto pro capite, l’apporto degli immigrati scende ma resta positivo: 1 punto per gli anni 2001-2016, 2,6 punti per il quinquennio successivo.

C’è poi per l’altro grande tema del contributo economico dell’immigrazione, ossia il bilancio pubblico: welfare e pensioni. Gli stranieri arrivati hanno un’età media più bassa di quella degli italiani, un tasso di occupazione maggiore e una bassissima presenza di anziani. Ne segue quel che il presidente dell’Inps Tito Boeri ripete a ogni occasione utile: senza il contributo degli immigrati, il bilancio della previdenza pubblica peggiorerebbe sensibilmente. L’ultimo Rapporto Inps ha fatto i conti del contributo netto dei lavoratori con cittadinanza straniera: 36,5 miliardi di euro.

Offerta e domanda

La lista di studi, rapporti, simulazioni sul dividendo degli immigrati è lunga. Va dal caso di studio dell’ondata dei marielitos che sbarcarono in Florida da Cuba nell’estate dell’80 – centoventi mila persone, quasi tutte con bassa istruzione e qualificazione, un vero e proprio choc dell’offerta rapidamente assorbito a tutto vantaggio dell’economia locale -, al contributo dei messicani alla quinta potenza economica mondiale, la California, ai dati sull’impatto dell’ondata dei rifugiati dalla Siria e dall’Iraq sul Pil tedesco, al contributo dei profughi russi a Israele dopo la caduta del Muro. Tutte prove della tesi per cui gli immigrati “si portano in valigia il Pil”. Chi li contesta, d’altro canto, sostiene che non si tiene nel dovuto conto l’effetto di spiazzamento rispetto alla manodopera locale - dunque del fatto che l’arrivo degli immigrati cambia le variabili su cui si costruiscono scenari come quelli citati prima. In altre parole: se l’arrivo degli stranieri tiene fuori dal lavoro gli italiani, per la disponibilità a lavorare a salari più bassi, questo cambia le cose. E’ così? Nei casi studiati nel passato, come quelli citati, non ci sono molte prove di un effetto di spiazzamento ai danni dei lavoratori italiani, mentre – come ha spiegato di recente l’economista Fadi Hassan, italiano di origine siriana, nel corso del Festival Vicino Lontano a Udine – è dimostrato che a volte l’arrivo di altri stranieri comprime i salari degli immigrati già presenti sul territorio, mentre ha un impatto nullo su quello dei lavoratori autoctoni, concentrati in altri settori e altre specializzazioni.

Fin qui la teoria. La realtà, per il territorio italiano, è fatta di una presenza di quasi 2 milioni di lavoratori stranieri dipendenti da imprese private, e 590.000 imprenditori. Unioncamere ha calcolato che il 42% dell’incremento di imprese che si è avuto nel 2017 viene da stranieri, che adesso detengono circa il 10% delle imprese. Ma i numeri nel futuro saranno più confusi, se si tiene conto che stanno diventando cittadini italiani i figli della prima grande ondata migratoria: le acquisizioni di cittadinanza sono salite dalle 35.000 del 2006 a 224.000 dell’anno scorso. Questo fa sì che sempre meno, in futuro, potremo leggere le tendenze dell’economia e della demografia dividendo tra “italiani” e “stranieri”.

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