A luglio l’ambasciatore russo a Stoccolma, Viktor Tatarinsev, lo ha detto chiaro e tondo: le relazioni tra la Svezia e la Russia sono al peggior livello “da molti, molti anni”. Per Tatarinsev, “il primo ministro svedese indica spesso la Russia come la più grande minaccia, senza alcuna prova”. Da Stoccolma, un diplomatico dell’Europa meridionale che ha preteso l’anonimato conferma: “tra svedesi e russi i rapporti sono pessimi. Ed è comprensibile che gli svedesi si preoccupino di una Russia molto assertiva nella regione del Baltico”.


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La regione, che vale il 5% del commercio mondiale, è cruciale per la Svezia, un paese che deve all’export il 46% del suo Pil. Sul Baltico si affacciano otto paesi della Ue, incluso il maggior partner commerciale svedese (la Germania), come pure alcune tra le più importanti città della Svezia, inclusa la capitale. Ecco perché il Baltico è, per Stoccolma, più strategico del Tirreno per l’Italia.

La lista di lamentele svedesi nei confronti della Russia è piuttosto lunga. Dalla simulazione di un bombardamento nucleare della Svezia durante i cosiddetti war games russi del 2013, ai (presunti) avvistamenti di un mini-sottomarino russo nel 2014. Dagli sconfinamenti di aerei militari russi nei cieli svedesi, al rafforzamento del dispositivo militare a Kaliningrad, enclave russa dove oggi sono schierati missili balistici Iskander-M.

Secondo la stampa svedese, per il Must (l’intelligence militare di Stoccolma) Mosca sarebbe la principale fonte di operazioni d’influenza, attacchi cibernetici e fake news contro la piccola democrazia nordica; per la Säpo, il controspionaggio svedese, c’è il serio rischio che potenze straniere (su tutte la Russia) interferiscano con le elezioni parlamentari questo settembre.

Mosca, dal canto suo, non apprezza il sostegno di Stoccolma all’Ucraina, e ai suoi sogni di entrare nella Unione Europea (la Svezia, del resto, fu il primo paese nordico a riconoscere l’indipendenza di Kiev). Ancora, Mosca teme che la Svezia, paese non-allineato ma ricco e tecnologicamente avanzato, voglia entrare nella NATO, alterando così l’equilibrio geostrategico nel Baltico, e dando “il cattivo esempio” alla Finlandia.

Anche per la Russia il Baltico è cruciale: vi si affaccia San Pietroburgo, e ci passa il gasdotto Nord Stream 1 (e presto ci passerà pure il Nord Stream 2, così come il gasdotto “rivale” Balticconnector, che collegherà la Finlandia con l’Estonia e porterà il gas naturale liquefatto americano dalla Lituania).

Le relazioni tra Russia e Svezia, del resto, “sono determinate da due elementi basilari. Il primo è l’asimmetria di potere tra i due paesi. Da quando nel XVIII secolo la Svezia ha abbandonato le sue strategie da grande potenza, è stata la Russia la potenza militare nella regione del mar Baltico, mentre la Svezia è diventata un pacifico piccolo stato – spiega Klas-Göran Karlsson, professore di storia all’università di Lund. Il secondo elemento è che gli svedesi hanno sempre visto la Russia e l’Unione sovietica o come una minaccia, o come una promessa. Per la maggior parte di loro, la Russia è un vicino minaccioso, con cui abbiamo pochi contatti e di cui sappiamo poco”.

Storicamente i fan della Russia appartengono a due categorie: all’attivismo di sinistra, e al business allettato dal mercato russo. Secondo Karlsson, “il gruppo che teme la minaccia russa sta crescendo. E non è composto solo da militari e politici non-socialisti. I giornalisti scrivono più criticamente che mai delle minacce russe, come una guerra dell’informazione o i tentativi di influenzare la politica e l’economia svedesi”.

“In Svezia non c’è alcuna forza politica apertamente pro-Mosca, anche se il partito populista di destra dei Democratici svedesi (che attualmente sta ottenendo circa il 20% dei consensi nei sondaggi) ha una posizione ambigua nei confronti della Russia di Putin – dice Bo Petersson, professore di scienze politiche all’Università di Malmö, ed esperto di politica russa. I Democratici svedesi possono non essere incondizionatamente a favore quanto i loro colleghi in Austria, Francia e Regno Unito (almeno non in merito alla sicurezza nazionale), ma certamente elogiano il linguaggio aspro di Putin sulle migrazioni e sullo spettro del terrorismo islamista, e di solito hanno una concezione piuttosto non-convenzionale di ciò che è la democrazia”.

Secondo lo storico Dick Harrison, professore all’università di Lund, “per trovare relazioni cordiali tra Svezia e Russia bisognerebbe risalire all’epoca vichinga, quando i mercanti e i guerrieri svedesi contribuirono a creare lo stato russo nel IX e X secolo. Da allora, specialmente dalla metà del XIII secolo, le nostre due nazioni sono state nemiche. Il primo grande scontro fu la guerra del 1240, e tra il 1293 e il 1323 ci fu un continuo stato di guerra lungo l’attuale confine russo-finlandese (la Finlandia, in quei giorni, era parte integrante della Svezia)”.

La storia conta. “In Svezia l’immagine della Russia, e la politica nei suoi riguardi, riflettono una vecchia concezione della Russia come arci-nemico, che risale a inizio XVIII secolo, ma anche al 1809, quando la Svezia “perse” la Finlandia a vantaggio del gigantesco vicino orientale – dice Ole Elgström, professore emerito di scienze politiche specializzato in negoziati internazionali. Dopo Gorbaciov e Yeltsin si riteneva che il rischio di un conflitto con la Russia fosse calato drasticamente. La Svezia vedeva nello smantellamento di gran parte delle sue forze armate un modo per risparmiare fondi. E gli effetti di decisioni del genere sono ovviamente molto difficili da invertire”.

Gli interventi militari russi in Georgia e Ucraina hanno spinto la Svezia a cambiare rotta: dalla linea dura contro la Russia nei consessi internazionali, ai dubbi sul Nord Stream II, e persino sul non-allineamento. “Mentre alcuni partiti dell’opposizione non-socialista sono a favore dell’adesione alla Nato, il governo si oppone a tale mossa, perché rischierebbe di affondare la barca. Ma per molti altri aspetti che non sono l’adesione, la Svezia è già in piena cooperazione con la Nato” dice Elgström.

Stoccolma ha deciso di reintrodurre la leva militare, ha aumentato gli stanziamenti per le forze armate (nel 2019 dovrebbero superare i 5 miliardi di euro, non poco per un paese con un Pil di circa 400 miliardi), e ha moderatamente rimilitarizzato alcune zone strategiche del paese, ad esempio l’isola di Gotland, chiave di volta del Baltico.

Per Harrison, “la paura odierna è collegata all’indebolimento delle forze armate svedesi negli ultimi decenni. Negli anni ’50 e ’60 la Svezia era forte, una delle nazioni più militarizzate del mondo, con basi in tutto il paese e una delle più impressionanti aeronautiche mondiali. Oggi è una delle nazioni più demilitarizzate d’Europa, e questo – combinato con il riemergere di una Russia aggressiva sotto Putin – ha ridestato le antiche paure. Se Putin volesse conquistare l’isola di Gotland (che fu brevemente russa durante la guerra del 1808), potrebbe farlo senza incontrare, virtualmente, resistenze. E benché sia altamente improbabile che lo farà, l’impatto psicologico del coinvolgimento russo in Georgia e Ucraina ha diffuso la paura”.

Pochi mesi fa il governo svedese ha avviato la distribuzione di un opuscolo dall’inquietante titolo “Se arriva una crisi o una guerra”, che spiega cosa fare in caso di bombardamento o attacchi cibernetici. La notizia ha fatto scalpore, e molti l’hanno interpretata come la prova dell’inquietudine svedese nei confronti di Mosca. Di sicuro, in uno dei paesi più opulenti e democratici del mondo, c’è preoccupazione. Molta preoccupazione.

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