La Colombia resta sempre un caso più unico che raro nel panorama latinoamericano. Il Paese che per quasi mezzo secolo si è lacerato in un conflitto interno che ha causato decine di migliaia di morti e milioni di sfollati ha costruito nel frattempo un’economia e una società moderne. La Colombia è infatti, malgrado il poco tempo passato dagli accordi di pace con le FARC, un Paese “stabile”. Quarta economia latinoamericana dietro Brasile, Messico e Argentina, ma con una crescita del Pil tra le più sostenute del subcontinente: negli ultimi sette anni, in media oltre tre punti percentuali all’anno.

Con il motore nelle città andine, Cali e Medellín soprattutto, che si sono sapute rinnovare scrollandosi di dosso il marchio di capitali della droga, ha raggiunto due traguardi importanti proprio in questi mesi e anche grazie agli accordi di pace. La Colombia ha firmato l’accordo per entrare nell’OCSE – sarà il terzo Stato latinoamericano a farne parte dopo Messico e Cile – ed è stata scelta come “partner globale” dalla NATO, una categoria di Paesi che si associano all’Alleanza atlantica definendo volta per volta l’intensità dei reciproci rapporti. Si tratta di Paesi molto diversi tra loro: in alcuni di essi sono in corso conflitti ai quali partecipa la stessa NATO, come Afghanistan, Iraq e Pakistan, altri sono partner perché in posizione strategica nello scacchiere geopolitico, come Australia, Giappone, Corea del Sud e Nuova Zelanda. Il nuovo status della Colombia, primo partner latinoamericano, conferma il suo ruolo di portaerei degli Stati Uniti in Sudamerica.

In Colombia le agenzie statunitensi come la DEA, Drug Enforcement Administration, e la CIA combatterono guerre epiche contro il “pericolo comunista” e contro il narcotraffico, non riuscendo a sconfiggere né l’uno né l’altro, ma utilizzando la loro massiccia presenza nel Paese anche in funzione di controllo del resto del subcontinente. Ora a Washington subentra la NATO, la quale da poco tempo ha stabilito che i soci globali – come appunto la Colombia – possono sviluppare progetti di cooperazione sui temi della sicurezza e contribuire attivamente alle operazioni dell’Alleanza, anche militari. Non obbligatoriamente, come tiene a precisare il presidente uscente Juan Manuel Santos, l’artefice dell’accordo, che parla solo di scambi su temi di intelligence.

Il nuovo status della Colombia crea però inquietudine nel resto dell’America Latina, dove solo in un’altra occasione un Paese tentò di agganciarsi alla NATO, l’Argentina di Carlos Menem negli anni ’90, ipotesi poi finita nel nulla. E non tanto perché si paventino conflitti tra Stati sudamericani che richiedano “sostegno” dall’Alleanza, ma perché con ogni probabilità i centri di ascolto delle agenzie statunitensi in Colombia, che coprono l’intera area, continueranno a operare sotto il più ampio ombrello NATO per carpire informazioni sui vicini: Venezuela in primis, ma anche Brasile. In sostanza, finito il conflitto che vide un massiccio intervento degli Stati Uniti, la nuova Colombia riconferma la sua alleanza storica con Washington, che non è mai stata vista bene dai suoi vicini.

Paese di contraddizioni estreme, la Colombia che nel 2016, dopo 4 anni di negoziato all’Avana, è riuscita a firmare gli accordi di pace con le FARC è anche un Paese nel quale le atroci ferite del passato non si sono ancora rimarginate. Questo perché il conflitto colombiano non è mai stato “lineare”, cioè tra le sole forze di sicurezza dello Stato e un gruppo di insorti. Il conflitto è stato anche l’alibi per il furto di terre su vasta scala, per la crescita del potere militare e finanziario dei cartelli della droga, per campagne di sterminio di militanti per i diritti sociali e sindacali, per violenze inaudite contro i civili, spesso mascherate da azioni contro la guerriglia. L’accordo tra lo Stato e le FARC ha risparmiato tre attori del conflitto: i paramilitari, i proprietari terrieri e i cartelli della droga. E sono proprio questi “assenti” a ostacolare l’applicazione degli accordi: nei territori prima controllati dalle FARC e ora “liberati” è in corso una guerra sporca per accaparrarsi le terre e le foglie di coca che prima erano gestite dalla guerriglia. Come sempre nella storia del conflitto, le vittime di questo scontro sono i contadini poveri e, soprattutto, i difensori dei diritti umani e i sindacalisti. Da questo punto di vista, poco è cambiato in Colombia: ma la differenza è che ora le responsabilità che prima si dividevano tra Stato e guerriglia stanno tutte in capo a Bogotà.

In questo clima di incertezza, ma comunque di segnali positivi per il futuro del Paese una volta pacificato, si sono tenute le elezioni presidenziali che avrebbero dovuto dare un segnale chiaro sulla continuazione o meno delle politiche di rappacificazione del presidente uscente, e premio Nobel per la pace, Juan Manuel Santos. Il risultato, invece, ha posto diversi punti interrogativi sulla fragile via di uscita dal conflitto colombiano. Gli schieramenti con possibilità di vincere erano tre: i conservatori “ultrà” che fanno capo all’ex presidente Álvaro Uribe, il falco contrario agli accordi di pace con le FARC che sostenevano Iván Duque; la sinistra di Gustavo Petro, ex guerrigliero ed ex sindaco della capitale; e Sergio Fajardo, che aveva costruito uno schieramento di centrosinistra con i verdi, particolarmente forti in Colombia. Al primo turno i voti della sinistra e del centrosinistra, inclusi i liberali al loro minimo storico, superavano nel complesso il 50%, mentre Duque, il candidato di Uribe, si fermava al 39%. Al ballottaggio sono andati Duque e Petro, che aveva superato Fajardo per pochi voti. Si scontravano due modelli di società, neoliberista per Duque, socialdemocratica per Petro, ma soprattutto c’era una grande differenza tra i due candidati sul tema degli accordi di pace. Accordi che per Duque sono da ridiscutere per la terza volta, dopo che erano stati bocciati nella prima versione da un referendum e riproposti e approvati dal Parlamento, mentre per Petro erano solo da rispettare, garantendo entrambe le parti.

Il passato recente della Colombia è stato alla fine decisivo nel risultato finale. Malgrado tutti sapessero che Duque è uno strumento nelle mani dell’estremista Uribe, che sarebbe meglio lasciare gli accordi di pace come sono stati approvati, e che il neoliberismo estremo spingerà sulle privatizzazioni e sui tagli alla spesa sociale, per molti è stato impossibile votare un candidato come Gustavo Petro, con un passato remoto da marxista nella guerriglia del M19. I voti del terzo arrivato al primo turno, Sergio Fajardo, pur essendo genericamente di centrosinistra, si sono distribuiti abbastanza equamente tra Duque, Petro e le schede bianche. Essendo partito in vantaggio Duque, il risultato è stato la sua vittoria per un buon margine.

Sul nuovo presidente colombiano gravano ora grandi responsabilità. Potrebbe scegliere di diventare il presidente estremista che fa da portavoce a Uribe, tra l’altro sotto inchiesta per i suoi rapporti con i gruppi paramilitari. Oppure prendere le distanze dalle posizioni oltranziste e avvicinarsi al conservatorismo di matrice liberal-cattolica di un altro suo importante sostenitore, l’ex presidente Andrés Pastrana. Circa l’accordo con le FARC, che hanno avuto un pessimo risultato elettorale nelle legislative di marzo, Duque potrà trovare una soluzione che gli consenta di dire di averne inasprito i termini senza farlo però saltare. Più difficile sarà far digerire ai latifondisti la riforma agraria prevista dagli accordi, e trovare le risorse per i quattro milioni di sfollati di guerra da indennizzare e da reinserire nelle terre che hanno perso durante il conflitto.

Iván Duque, un avvocato 41enne dal brillante curriculum negli Stati Uniti, ma dalla scarsa esperienza politica, ha quindi nelle sue mani la Colombia del futuro. Se resisterà alle sirene delle forze estremiste che l’hanno eletto potrà godere di un grande credito nazionale e internazionale da spendere per stabilizzare il Paese. Dopotutto non sarebbe nemmeno la prima volta: Juan Manuel Santos, l’uomo della pace, era stato ministro della Difesa di Uribe nella fase della guerra a oltranza alle FARC per poi rompere e creare una sua forza politica.

La Colombia, nuovo membro dell’OCSE e partner globale della NATO, avrebbe tutte le carte in regola per diventare una potenza regionale, soprattutto in uno scenario caratterizzato dal collasso del Venezuela e delle difficoltà del Brasile. Questo, però, se prima saprà chiudere definitivamente le sue antiche ferite.

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