Lo scorso settembre 2017, quando il Presidente russo Vladimir Putin ha affermato che la nazione “leader [nel campo della IA] governerà il mondo”, gli analisti militari del Pentagono sapevano esattamente di cosa stava parlando. Solo tre mesi prima Pechino aveva presentato il suo ambizioso ‘Piano di sviluppo dell’intelligenza artificiale di nuova generazione’, con il quale si prefiggeva di mettersi in pari con i concorrenti entro il 2020, diventare leader mondiale in diversi settori dell’IA entro il 2025 e soppiantare gli Usa come primo polo dell’innovazione mondiale entro il 2030.

Agli occhi di tanti, soprattutto economisti e dirigenti aziendali, il piano cinese era sembrato pienamente in linea con le strategie di IA lanciate un po’ ovunque nei 16 mesi precedenti, come quelle messe a punto da Canada, Giappone, Francia, India e dalla Commissione Europea. Ma la differenza sta nell’ambizione cinese di surclassare gli Usa. Non sono mancati gli articoli che speculavano sul perché la Cina avrebbe sicuramente vinto o perso, o quali fossero le sue probabilità di successo, sulla base di indicatori quantitativi: dati sugli investimenti, percorsi di formazione e di lavoro, raccolte di dati su larga scala, numero di aziende nel settore, presunti impieghi dell’IA. Il problema di un approccio così semplificato è che non esiste un'unica formula che garantisca il successo della ricerca, né particolari indicatori economici che assicurino il raggiungimento di un obiettivo specifico.

“Intelligenza artificiale” è un termine generico che comprende vari filoni di ricerca diversi, quali l’apprendimento profondo, la scelta sociale computazionale, il calcolo neuromorfico, la robotica e lo sviluppo di hardware per il rilevamento, la percezione e il riconoscimento degli oggetti. L’IA è un sistema di sistemi, quindi ciò che conta non è solo quanto è avanzato ogni singolo ambito di ricerca, ma anche quanto i vari filoni si interfacciano tra loro. Se si dispone di un algoritmo eccezionale per l’apprendimento profondo ma il riconoscimento degli oggetti è scadente, il sistema non funzionerà a dovere. Allo stesso modo disponendo del miglior algoritmo sul mercato, ma in assenza di una strategia di raccolta dati efficace, il sistema di IA potrebbe deragliare del tutto.

Gli analisti della Difesa al Pentagono, quindi, non hanno visto il piano di sviluppo cinese come l’iniziativa di una nazione tra le tante che entra nel campo dell’IA; ai loro occhi si tratta dell’ennesima mossa di Pechino per aggiudicarsi la supremazia tecnologica in ambito bellico. Parlando alla conferenza annuale del CNAS (Center for a new American Security) di quest'anno, l'ex vice segretario alla Difesa Robert Work ha illustrato cinque metodi che Pechino starebbe impiegando per erodere il vantaggio tecnologico degli Usa in campo militare: l'acquisizione industriale e lo spionaggio tecnico, l'enfasi sul sabotaggio, il danneggiamento o la distruzione delle reti di combattimento statunitensi, la dottrina e le armi per attaccare per primi in modo efficace, lo sviluppo di sistemi di armi esotiche e lo sfruttamento dell'IA per ottenere la superiorità militare.

Alcuni lettori potrebbero accusare Work di allarmismo e replicare che la Cina sta diventando un partner affidabile in un mondo multilaterale, una forza di stabilità emergente e uno strenuo difensore del libero mercato. Simili affermazioni sono state fatte di recente da politici europei, sia per proteggere gli investimenti diretti esteri cinesi sia per tutelarsi dalla politica estera e commerciale dell’Amministrazione Trump. Ma ormai anche i governi europei cominciano ad accorgersi del fatto che le aziende cinesi sostenute dal governo stanno subentrando a quelle europee in settori industriali strategici. Se Work ha ragione, cosa significa tutto questo per la politica americana sull’IA?

Al momento il governo degli Usa non ha un piano nazionale per l’IA e il Pentagono non ha ancora elaborato una strategia a lungo termine su questo versante. La Casa Bianca non ha neanche nominato un consulente scientifico, ma il Pentagono ha deciso di prendere in mano la situazione. Stando alle parole di Thomas Michelli, vice direttore informatico del Dipartimento della Difesa (DoD), tra poche settimane il Pentagono dovrebbe presentare la prima strategia ampia sull’IA. Inoltre lo scorso 13 luglio Patrick Shanahan, vice segretario alla Difesa, ha firmato un memorandum  che ridefinisce i compiti del Sottosegretario alla Difesa per l’Acquisizione e il Sostegno (A&S) e del Sottosegretario alla Difesa per la Ricerca e l’Ingegneria (R&E): A&S dovrà sviluppare una politica globale per l’industria della difesa e ha ricevuto l’ordine specifico di combattere la Cina sul fronte industriale; R&E dovrà concentrarsi su cybertecnologia, scienza quantistica, IA/apprendimento automatico, microelettronica e armi a energia diretta.

Benché tutto questo suoni promettente, il settore delle tecnologie non è disposto a cooperare. Sempre più aziende con sede centrale negli Usa e ricercatori specializzati nell’IA, infatti,  hanno deciso di interrompere la propria collaborazione con il DoD o si sono ripromessi di non contribuire allo sviluppo di tecnologie militari per scrupoli di natura etica o morale. Le aziende cinesi, invece, non hanno il lusso della scelta. Nel suo intervento presso la Commissione di Intelligence della Camera dei rappresentanti Usa lo scorso 19 luglio, Elsa B. Kania, adjunct fellow del CNAS, ha affermato che “Baidu sta collaborando con China Electronics Technology Group (CETC), un conglomerato statale della difesa, attraverso il Joint Laboratory for Intelligent Command and Control Technologies, nell’applicazione dei big data, del cloud computing e dell’intelligenza artificiale ai sistemi di comando e di informazione militare”.

Il vero problema è che le aziende tech statunitensi, benché si rifiutino di lavorare con il Pentagono, non si fanno scrupoli a stringere joint venture e partnership strategiche con aziende e università legate all'esercito cinese. In seguito alle enormi pressioni esercitate dai suoi dipendenti e da critici esterni, Google ha deciso di non rinnovare il contratto con il DoD per l’applicazione dell’apprendimento automatico all'analisi delle riprese effettuate con droni. Nel frattempo il centro cinese di IA di Google sta programmando di cooperare con l’Istituto d’Intelligenza Artificiale dell'Università Tsinghua, nonostante l’università sia “profondamente e istituzionalmente votata alla strategia nazionale cinese di fusione dell’IA civile e militare, anche grazie a un laboratorio di alto livello per l'intelligence e la ricerca militare finanziato dalla Commissione centrale dell’Esercito Popolare di Liberazione”.

L’incoerenza rispetto a ciò che l'azienda e i suoi impiegati considerano eticamente accettabile ha spinto cinque Senatori statunitensi a inviare una lettera al numero uno di Google, Sundar Pichai: “ci rincresce che Google non abbia voluto proseguire una collaborazione lunga e fruttuosa con l’esercito e le aziende di tecnologia”, recita la missiva, “ma siamo ancora più delusi dal fatto che Google sembri ben più disposto a supportare il Partito Comunista Cinese che non l’esercito americano”.

Per il Pentagono la vera sfida in campo tecnologico non verte tanto sui soldi, sul talento o sul numero di aziende di IA. La sfida sta nel riconquistare la comunità tech americana, appellandosi alla volontà, se non al dovere, di contribuire alla protezione del popolo americano e dei suoi alleati da uno Stato autoritario intenzionato a dominare i conflitti futuri.

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