Helsinki, Stoccolma, Rotterdam, Bristol e Zurigo. Forse non sono le città più belle o ricche d’Europa, ma sono quelle su cui si può contare sul più alto livello di uguaglianza. Lo sostiene Spotahome, un sito dove affittare case per periodi medio-lunghi.

Il loro “indice dell’uguaglianza” è basato su una serie di indicatori sociali, come la partecipazione delle donne alla forza lavoro e in politica, il loro successo professionale, le differenze salariali tra generi, l’accettazione dell’omosessualità, l’accessibilità per i disabili, l’accoglienza degli immigrati, le differenze di reddito e i diritti politici e civili.

Delle 33 città in classifica, le due italiane – Milano e Roma – sono fanalini di coda, al 29° e 30° posto, ben al di sotto di Madrid e Barcellona (19° e 25°), seppure davanti a Londra (32°).

“Se si parla con le persone di che cosa cerchino in un paese o una città, la maggior parte mette l’uguaglianza in cima alla lista,” dicono. “Lavoriamo con gente che si trasferisce in posti nuovi. Ci fanno domande sull’uguaglianza nella loro nuova città o nel loro nuovo paese. Vogliono sapere che cosa aspettarsi.”

In teoria, l’uguaglianza è uno dei valori dell’Unione europea. Lo dicono i Trattati, e la Carta dei diritti fondamentali dell'Ue cita in particolare “i principi di non discriminazione, parità tra uomini e donne, diversità culturale, religiosa e linguistica”, nonché i diritti di bambini, anziani e disabili. Molti di questi principi sono stati tradotti in legge attraverso direttive europee, come quelle sull’uguaglianza razziale, sulla parità di genere nel campo del lavoro, sul trattamento equo di uomini e donne in attività di lavoro indipendente, sull’inclusione sociale delle persone disabili e via dicendo.

Ma in realtà le disuguaglianze proliferano e in certi casi si rischia anche di regredire rispetto ai passi avanti fatti finora, notano dalla European Women Lobby (un’organizzazione a Bruxelles che sostiene i diritti delle donne). Uno studio del parlamento europeo sull’uguaglianza e la lotta contro il razzismo e la xenofobia rivela dati sconcertanti. Secondo un sondaggio del 2015 citato nella ricerca, il 21% delle persone intervistate (il 47% se gay), aveva subìto discriminazioni nei 12 mesi precedenti. Un terzo delle donne nell’Ue è stata vittima di violenze fisiche o sessuali nel corso della vita. Il 75% è stata oggetto di molestie nel mondo professionale. Inoltre, a parità di posizione, le differenze di stipendio rispetto agli uomini rimangono importanti. Anche le persone con disabilità spesso vengono discriminate. Per non parlare dell’odio razziale o verso minoranze etniche, che secondo l’Agenzia europea per i diritti fondamentali, nello scorso anno ha toccato il 24% delle persone interessate. In totale, secondo l’analisi del parlamento europeo, i due terzi circa (65%) della popolazione europea è a rischio discriminazione.

Gli autori del rapporto hanno anche quantificato il costo di queste discriminazioni. Lo studio fa infatti parte di una serie che fa riferimento al “rapporto Cecchini”, dal nome dell’economista italiano che tra i primi ha calcolato il costo della non-integrazione del mercato unico. Il calcolo considera l’impatto sulle casse dello stato in termini di mancata crescita economica e gettito fiscale. A questo si aggiunge il prezzo pagato a livello individuale, in termini di opportunità perdute di impiego e istruzione, e spese aggiuntive per protezione e salute.

Su questa base, gli esperti hanno stilato una lunga lista di conseguenze dirette e indirette, e non sempre ovvie, delle disuguaglianze.

Le cifre in dettaglio. Per quanto riguarda la discriminazione di genere, gli introiti persi dalle donne per la riluttanza ad entrare nel mondo del lavoro, per i limiti all’avanzamento di carriera e per le perdite causate da stipendi più bassi in posti equivalenti a uomini, corrispondono a una cifra tra i 241 e i 379 miliardi di euro l’anno. Questo favorisce anche la dipendenza economica e l’esposizione alle violenze da parte di partner. Al di là del danno fisico e morale, Il costo delle violenze (ad esempio le spese legali e i traslochi che ne conseguono) è stimato a 7 miliardi e le risultanti difficoltà fisiche ed emotive a 134 miliardi. Per quanto riguarda la discriminazione razziale, le perdite in termini di mancato reddito personale sono calcolate tra i 1,8 e gli 8 miliardi di euro. Tutto ciò al di là di danni indiretti come l’esclusione sociale o l’essere costretti a condizioni abitative malsane. Per gli omosessuali, le mancate entrate ammontano a una cifra tra i 19 e i 53 milioni, ma quelle in termini di reddito da pensione vanno da 1,5 a 3,1 miliardi. In alcuni paesi europei, tra l’altro, l’omofobia non è considerata un crimine d’odio. Anche per le persone con disabilità il mancato reddito rappresenta una cifra significativa, tra i 15 e i 41 miliardi di euro. E simili impatti sono stati riscontrati per discriminazioni relative all’età.

Oltre ai costi per l’individuo, ci sono poi le ripercussioni per l’intera società. Secondo il rapporto, le opportunità perdute a causa delle differenze salariali tra uomini e donne si traducono in una perdita di Prodotto Interno Lordo (Pil) di 540 miliardi nel 2030. Sono invece 30 i miliardi persi a causa delle violenze di genere e tra 2,4 e 10,7 miliardi quelli per l’odio razziale. A questi si aggiungono milioni di mancato gettito fiscale, scarsa produttività, e costi aggiuntivi per i sistemi sanitari e di giustizia.

Non esiste una cifra complessiva che misuri questo danno economico, anche perché talvolta le stesse persone sono vittime di discriminazioni su più fronti (ad esempio donne appartenenti a minoranze etniche). Ma è chiaro che la perdita personale e sociale è enorme.

Le difficoltà, ammette la ricerca, sono legate a leggi frammentate e incomplete, e al fatto che nella legislazione europea le persone siano protette contro le discriminazioni principalmente nel campo del lavoro. Ci sono inoltre grandi differenze a livello nazionale nell’interpretazione delle direttive, nelle possibilità per le vittime di avere accesso alla giustizia e nelle sanzioni per chi non rispetta le regole.

Servirebbe un meccanismo dell'Ue per il monitoraggio della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali nei paesi membri, dice il rapporto. Una richiesta sempre più forte considerate le riforme istituzionali che stanno erodendo i diritti civili in paesi come la Polonia e l’Ungheria. A questo riguardo, la ministra francese per gli affari europei, Nathalie Loiseau, ha proposto un meccanismo per monitorare il rispetto dei diritti fondamentali simile a quello sul rispetto dei parametri economici: un paese europeo che non rispetti i fondamenti dell’Unione dovrebbe presentarsi ogni sei mesi alle istituzioni di Bruxelles e fornire spiegazioni. Il problema sarà trovare l’accordo su una proposta del genere e riuscire ad affrontare le numerose ragioni della disuguaglianza. Nel frattempo, i paesi e le regioni a più alto tasso di discriminazione continueranno a pagare un prezzo non solo culturale e sociale, ma anche economico.

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