Cosa resterà, alla fine, di questa lunghissima, estenuante campagna elettorale che ha trasformato la “non emergenza” dei migranti (sbarchi ridotti dell’80% nell’ultimo anno) nel tema dei temi del Governo del “cambiamento” che guarda già, senza interruzioni di sorta, alla campagna europea delle elezioni europee del maggio 2019? Quali saranno le forze che parlando alle paure dei cittadini, incoraggiandole, cavalcandole, guideranno il nuovo Parlamento europeo fino al 2024? Sembra essere questo il tempo triste del revisionismo più bieco, dei “riposizionamenti strategici” come quello dello storico Ernesto Galli della Loggia che dalle colonne del Corriere della Sera si scaglia contro le “acritiche infatuazioni europeiste” e che proprio all’ideologia europeista rimprovera la colpa di avere delegittimato talmente alla radice l’idea di nazione da avere trasformato Salvini nel paladino dell’interesse nazionale.

I “pugni sul tavolo” che il premier italiano Giuseppe Conte giura di avere battuto nella notte tra il 28 e 29 giugno scorsi a Bruxelles “bullizzando” lo stesso presidente francese, Emmanuel Macron non sembrano tuttavia avere prodotto, nelle conclusioni dell’ultimo Consiglio europeo, novità così dirompenti circa la riforma del regolamento di Dublino 3, l’armonizzazione del diritto di asilo, i movimenti secondari. Se qualcosa si è ottenuto è sul rafforzamento del controllo alle frontiere esterne con maggiori mezzi e uomini a disposizione di Frontex ma questo rientra nella normale evoluzione della politica della Ue portata avanti dal commissario all’immigrazione Dimitris Avramopoulos. Per quanto riguarda l’individuazione di hotspot dove concentrare i richiedenti asilo e i migranti economici tutto è affidato alla volontarietà dei singoli Stati che è come dire che non si farà nulla come già accaduto per la relocation di alcune categorie di migranti in fuga da alcuni Paesi come Siria ed Eritrea per la chiusura quasi totale del gruppo di Visegrad (Ungheria, Cechia, Slovacchia e Polonia). Paesi che insieme all’Austria del cancelliere Sebastian Kurz (che dal primo luglio ha la presidenza di turno della Ue) o come il ministro dell’Interno della Merkel, Seerhofer sono visti da Salvini come possibili alleati quando sono proprio loro i più fermi oppositori a qualsiasi forma di solidarietà.

   Tutto ciò non ha impedito tuttavia a Conte di ritornare in patria sbandierando un successo negoziale a Bruxelles dove, per la prima volta, gli altri Paesi Ue avrebbero accettato il principio della “solidarietà condivisa” come mezzo di lavoro nel dossier migranti. E questo mentre il “regista” dell’operazione Matteo Salvini volava a Tripoli per vedersi chiudere dal presidente Fayez al Serraj ogni reale possibilità di creare proprio sulle coste libiche degli hotspot dove concentrare i migranti diretti verso l’Italia. Poche settimane dopo, l’offensiva di Salvini si è diretta sulla missione europea Eunavfor-Med Sophia che, pur avendo salvato in tre anni circa 40mila migranti in difficoltà, non ha nel suo mandato messo a punto dal Servizio di azione esterna della Ue che fa capo a Federica Mogherini alcun compito esplicito per il salvataggio ma bensì lotta al traffico di esseri umani (con l’arresto di centinaia di scafisti), di armi e di contrabbando di petrolio. La missione,la più grande operazione di sicurezza marittima mai dispiegata nel Mediterraneo alla quale partecipano in vario modo 26 Paesi Ue su 28, guidata dall’ammiraglio italiano Enrico Credendino, scadrà a dicembre ma la richiesta italiana di aggiornare il piano operativo (che prevede ancora oggi che tutti i migranti salvati vengano sbarcati in porti italiani come avveniva per la missione Triton) ha suscitato forti reazioni negative da parte degli altri Paesi che hanno minacciato di ritirare le loro navi e i loro aerei determinando in questo modo la fine anticipata della missione. C’è voluta l’abilità del ministro degli Esteri, Enzo Moavero e dell’ambasciatore italiano al Cops, Luca Franchetti Pardo per recuperare la situazione e sollecitare le istituzioni europee a produrre entro agosto una modifica al piano operativo di Sophia che tenga conto delle conclusioni del Consiglio europeo per individuare porti non solo italiani dove far sbarcare i migranti salvati dalle navi di Sophia.

   Una cosa non potranno mai fare le navi Eunavfo, ossia riportare in Libia i migranti salvati. Sono navi militari che non possono entrare nelle acque territoriali libiche e la Libia, che non ha mai firmato la convenzione di Ginevra del ’51 sui rifugiati, non è considerato un “porto sicuro” dove far approdare in caso di necessità persone salvate in alto mare.

   Eppure, passando dalla fredda elencazione delle disposizioni amministrative nazionali ed europee per il controllo delle frontiere sud di Schengen e per la lotta al traffico di esseri umani alla dura realtà che ogni giorno e ogni notte si vive da mesi nel Mediterraneo meridionale al largo della Libia si può capire come i “proclami” di Salvini si siano tradotti in realtà modificando radicalmente l’operatività delle navi Ong dalla vicenda Aquarius alla Lifeline fino al caso limite di una nave italiana, la Asso 28, che opera a servizio delle piattaforme dell’Eni e che ha riportato in Libia i migranti salvati violando, secondo alcuni, le norme internazionali molto chiare sul “porto sicuro più vicino”.

C’è da chiedersi, semmai, perché tutto ciò sta avvenendo e sta avvenendo ora. In questo scenario Salvini, senza grandi opposizioni interne, può dire che l’obiettivo del Governo "è di arrivare al minimo storico, alla chiusura di quest'anno, per poter smaltire le centinaia di migliaia di presenze arretrate che abbiamo ereditato da politici di sinistra che, o erano incapaci, o erano complici di un'invasione programmata e finanziata". Non si dice come “smaltire” questi “arretrati” anche se in alcuni ministeri come il Lavoro e gli Esteri si sta lavorando a un decreto per trasformare gli ingressi di extracomunitari come lavoratori stagionali (35 mila per il 2018) in permanenti regolarizzando le posizioni dei richiedenti asilo già presenti in Italia. Una sorta di “minisanatoria” come quella che già anni fu decisa da un altro ministro leghista, Roberto Maroni.

E c’è da chiedersi, infine, se tutto ciò non risponda a una crisi dell’Europa, dei suoi valori e della sua identità che si coniuga con le nuove politiche di Donald Trump per ridurre il peso politico ed economico della leadership tedesca nel vecchio continente. “Giuseppe, stai facendo un ottimo lavoro anche sui migranti, avanti così, è la strada giusta”, ha detto Trump. Ma rompere la solidarietà tra europei non ha mai portato bene all’Italia. La partecipazione dell’Italia a guida Berlusconi alla coalizione dei neocon di Bush per esportare la democrazia in Iraq nel 2003 ci ha allontanati per troppo tempo da Francia e Germania che restano, nel bene e nel male, il motore dell’integrazione europea. Come potrebbe ora allontanarci ulteriormente dalla Francia la richiesta fatta da Conte a Trump alla fine della visita americana per sollecitare le compagnie petrolifere americane a non abbandonare l’Est della Libia dove sono già pronti a sbarcare i francesi di Total per fare concorrenza all’Eni.

Secondo il politologo francese Marc Lazar che con Ilvo Diamanti ha scritto il libro Popolocrazia, nel 2019 per le elezioni europee "lo scontro forte sarà tra Macron, che vuole rilanciare il processo di unificazione dell'Europa, e Salvini, che si presenterà a nome dei populisti per cercare di disgregarla con l'obiettivo di rinazionalizzare le politiche". Vedremo.

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