Mentre a Varsavia e Budapest si smantella lo stato di diritto, a Bruxelles si cercano soluzioni lungo le impervie vie dei trattati e dei regolamenti comunitari. Le procedure d’infrazione avviate nei confronti di Ungheria e Polonia rispondono alla necessità di fermare l’emorragia di democrazia prima che produca danni irrimediabili all’intero organismo europeo. La cura è drastica quanto il male: si tratta dell’applicazione dell’articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea (TUE), la cosiddetta “opzione nucleare”, che prevede in ultima istanza la perdita del diritto di voto in sede europea e, quindi, una sostanziale sospensione dall’Unione.

Uno spauracchio, secondo i governi interessati, poiché l’arma nucleare dell’Unione Europea è caricata a salve. Occorre infatti l’unanimità degli altri paesi dell’Unione per privare uno stato europeo dei propri diritti secondo quanto previsto dall’articolo 7, e un’alleanza tra governi a vocazione autoritaria potrebbe bloccare tutto. Ma la risposta di Bruxelles è tutt’altro che formale, cavillosa o burocratica, essa mette il dito nella piaga dell’involuzione democratica europea usando il diritto per combatterne il suo rovescio. E di fronte all’impasse politica, è probabile che la palla passerà alla Corte europea.

La Polonia è sorvegliata speciale della Commissione fin dall’insediamento del nuovo governo nazional-conservatore targato PiS, il partito Diritto e Giustizia uscito vincitore dalle elezioni del novembre 2015, presieduto da Jarosław Kaczyński e guidato da Beata Szydło, prima, e Mateusz Morawiecki, poi.

Già nel gennaio 2016 il nuovo esecutivo ricevette l’interessamento della Commissione che decise di avviare la procedura pre-articolo 7 al fine di accertare l’esistenza di minacce sistemiche allo stato di diritto. Oggetto del contendere era un pacchetto di leggi volte a modificare composizione e funzionamento della corte costituzionale, intaccandone di fatto l’indipendenza. Di fronte alle richieste e le raccomandazioni di Bruxelles, il governo polacco fece orecchie da mercante portando avanti altre iniziative lesive dei diritti civili, sessuali e della libertà di espressione. Il versante su cui l’esecutivo polacco profuse più sforzi restò quello giudiziario attraverso l’incessante adozione di leggi (secondo la Commissione europea, almeno tredici tra la fine del 2015 e il 2017) che hanno seriamente compromesso l’indipendenza dal potere politico dell’intero sistema giudiziario, colpendo prima la Corte costituzionale, poi la Corte suprema e infine i giudici ordinari. La legge di riforma del funzionamento della Corte costituzionale, varata il 22 luglio 2016, rappresentò il punto di non ritorno per la democrazia polacca. La legge sanciva la fine della separazione dei poteri legislativo ed esecutivo in Polonia, portando la Corte stessa sotto il controllo del governo. Non solo, secondo la nuova norma il ministro della Giustizia acquisiva il diritto di licenziare e nominare i presidenti dei tribunali − conferendogli un’indebita influenza sui procedimenti giudiziari − e scegliere parte dei membri del consiglio nazionale della magistratura, organo di autogoverno dei giudici.

Ancora una volta la Commissione reagì nell’unico modo possibile, procedendo con il passo successivo in vista dell’applicazione dell’art. 7 del TUE, ovvero inviando un “parere motivato” a Varsavia in cui si intimava la revisione della legge. Ancora una volta il governo polacco ignorò le richieste di Bruxelles. Si arriva così alla recente adozione di una misura che obbligherà al pensionamento i giudici al di sopra dei 65 anni (il limite d’età a oggi è 70) consentendo al governo un repulisti della vecchia magistratura da sostituirsi con una più docile nei confronti dell’esecutivo. La Commissione di Venezia, organo del Consiglio d’Europa, ha definito l’attuale assetto polacco “simile al vecchio sistema sovietico”. Un sistema contro cui l’Unione europea ha reagito avviando l’apertura di un contenzioso con il governo polacco. Si tratta di uno dei passaggi conclusivi dell’intricata procedura d’infrazione che potrebbe chiamare in causa la Corte di giustizia europea, aggirando così l’ostacolo del voto all’unanimità. La vicenda polacca mostra come l’Ue abbia saputo rispondere alla violazione del diritto in uno stato membro malgrado prevedibili ostacoli interni figli di miopi convenienze politiche (si pensi ai tories britannici che hanno votato contro l’avvio della procedura d’infrazione). Se l’esito della vicenda resta ancora tutto da scrivere, abbiamo tuttavia certezza del fatto che il diritto europeo resta l’ultima difesa della democrazia di fronte all’insorgere dell’autoritarismo. La lotta del diritto contro il suo rovescio.

Il 25 giugno scorso la commissione Giustizia e Affari Interni del Parlamento europeo ha votato a larga maggioranza a favore dell’avvio della procedura d’infrazione contro l’Ungheria in relazione a quanto sancito all’articolo 7 del TUE. La proposta, redatta dalla parlamentare verde olandese Judith Sargentini, sottolineava le preoccupazioni europee in merito all’indipendenza del sistema giudiziario, alla libertà d’espressione e ai diritti delle minoranze e dei migranti. Questi ultimi si trovano ad affrontare un regime sempre più repressivo a seguito dell’adozione di leggi che limitano fortemente le possibilità di richiedere asilo nel paese. Un pacchetto di emendamenti costituzionali proposti dal governo nel maggio scorso introduce concetti contrari ai valori europei, quali “nessuna popolazione straniera potrà stabilirsi in Ungheria” o il reato di “promozione dell’immigrazione clandestina” destinato a colpire a Ong che offrono soccorso ai migranti. Dal canto suo, Orban si è limitato a dire che la Sargentini è al soldo di George Soros e che trama contro la libertà degli ungheresi. Ma il voto del parlamento europeo, previsto a settembre in seduta plenaria, potrebbe accogliere la proposta della Sargentini avviando la prima delle tre fasi previste dalla procedura d’infrazione, con esiti non dissimili da quelli che sta affrontando la Polonia. Allora al soldo di Soros ci sarebbe l’Europa intera?

In gioco non c’è solo la tenuta dello stato di diritto in Polonia e Ungheria, c’è la futura direzione dell’Unione e dell’Europa: aperta e democratica, oppure chiusa e autoritaria? Per la prima soluzione spingono Emmanuel Macron e Angela Merkel, ma anche insospettabili politici dell’est europeo, come il presidente slovacco Andrej Kiska (a dimostrazione che i quattro di Visegrad sono tutt’altro che un gruppo coeso). Per la seconda soluzione parteggiano Orban e Kaczyński, ma anche il leader della CSU bavarese, Horst Seehofer, l’austriaco Kurz e l’attuale ministro degli Interni italiano. E se è vero che i sostenitori di un’Europa chiusa sembrano far blocco comune – ad esempio nella questione relativa al ricollocamento dei migranti e alle politiche di accoglienza – è anche vero che un approccio sovranista impedisce larghe alleanze, privilegiando piuttosto politiche di corto respiro di ispirazione nazionalista. Tali politiche non vanno comunque prese sottogamba. La deriva autoritaria è una faccenda europea e rispondere è necessario non solo per la tenuta del progetto europeista, quanto per la salvaguardia della democrazia nel vecchio continente. “Che cosa significa Unione Europea?” si chiedeva Frans Timmermans, vice-presidente della Commissione, in un discorso tenuto il 20 dicembre 2017 in occasione dell’inasprirsi delle relazioni con il governo polacco: “Significa rispetto dello stato di diritto come pre-requisito per la difesa dei valori europei, per il funzionamento del mercato unico, per la fiducia reciproca tra paesi membri. Se si limita, o si pone fine, alla separazione tra i poteri legislativo ed esecutivo, si distrugge lo stato di diritto e si distrugge l’Unione nel suo insieme”.

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