Nonostante fosse nell’aria da almeno un anno e mezzo, ovvero dall’elezione di Donald Trump, il ritiro americano dall’accordo sul nucleare iraniano è stato comunque una doccia fredda per gran parte della comunità internazionale. A rimanere spiazzato è stato soprattutto il governo iraniano, presieduto dal moderato Rouhani, che contava proprio sui potenziali benefici di una parziale apertura all’Occidente per arginare il potere dei “falchi” del regime, in primis quei Guardiani della Rivoluzione contrari a ogni compromesso. Anche se è presto per valutare quale sarà il reale impatto del ritiro Usa e quanto successo avranno i tentativi di Ue, Russia e Cina per mantenere in vita un JCPOA azzoppato, è possibile trarre alcune prime valutazioni su uno dei nodi più controversi del rapporto fra Teheran e comunità internazionale: il coinvolgimento e l’influenza dell’Iran nella regione mediorientale. Sia Trump sia il Segretario Usa alla Difesa James Mattis hanno annoverato l’attivismo esterno di Teheran e i suoi effetti deleteri sulla stabilità del Medio Oriente come motivo principale del ritiro dal JCPOA. Ma quanto è giustificato il timore per l’interventismo iraniano? In che stato versano i numerosi scenari che vedono la presenza diretta o indiretta dell’Iran? E, soprattutto, il ritiro Usa dal JCPOA può davvero servire ad arginare tale interventismo?

Per rispondere a queste domande è necessario ricordare le principali aree del Medio Oriente in cui l’Iran esercita significativa influenza, ovvero quell’insieme di territori diventati noti all’opinione pubblica internazionale come “Mezzaluna Sciita”, nella quale sono inclusi Libano, Siria, Iraq e, più recentemente, Yemen.

Il Libano è forse il luogo dove gli esperimenti di proiezione esterna dell’Iran hanno avuto maggiore successo. Il partito-milizia Hezbollah è infatti diventato dopo le elezioni del giugno scorso la formazione politica più influente a livello nazionale. Nato all’inizio degli anni ‘80 fra la marginalizzata minoranza sciita libanese, il Partito di Dio è da molti considerato come la creatura più riuscita della Rivoluzione Islamica fuori dell’Iran, diventato per la leadership iraniana il modello da imitare in altri scenari regionali. Fino al 2011 il suo leader, Hassan Nasrallah, si contendeva ogni anno il primo posto di personalità più popolare del mondo arabo. Una popolarità però scalfita dalla crisi siriana, che ha visto l’intervento massiccio di Hezbollah al fianco dell’alleato di sempre Bashar al-Assad, e che ha fatto dimenticare a parte del pubblico arabo, soprattutto sunnita, le imprese compiute contro Israele nei decenni precedenti. Nel giugno scorso, nonostante una reputazione un po’ ammaccata, Hezbollah si è però affermato definitivamente come formazione politica dominante del Libano, anche grazie alla debolezza e alle divisioni degli avversari. Nonostante Nasrallah, grazie al suo prestigio personale, goda di una certa autonomia decisionale rispetto ai desiderata dello sponsor iraniano, Hezbollah non si è mai discostato in modo netto dalle linee strategiche dettate da Teheran, facendo del Partito di Dio uno dei principali strumenti di proiezione regionale per l’Iran, sia in Libano sia in altre parti del mondo arabo a cominciare dalla Siria.

Ed è proprio in Siria che, almeno in apparenza, la proiezione regionale iraniana sembra in maggiore difficoltà. Un dato apparentemente paradossale vista l’ormai certa vittoria del regime di Assad, storicamente il maggiore alleato arabo di Teheran, nella guerra civile che dal 2011 lo vede contrapposto a una rivolta animata prevalentemente dalla maggioranza sunnita della popolazione. Le cause sono intricate, ma potrebbero riassumersi in una parola: Israele.

L’attivismo e l’abilità diplomatica di Tel Aviv hanno costretto per ora Teheran a una ritirata parziale dallo scenario siriano. Israele è riuscita a frapporsi in quel delicato equilibrio fra collaborazione e competizione che ha caratterizzato il rapporto fra Russia e Iran in Siria a partire dall’intervento diretto russo nel settembre 2015. Con il fermo appoggio dell’amministrazione Trump, Israele ha fatto passare la riduzione della presenza iraniana, soprattutto nel sud-ovest del paese, come elemento imprescindibile per garantire l’accettazione dell’Occidente della permanenza al potere di Bashar Al-Assad. Una mossa che ha giocato in pieno nelle mani della Russia, che ha potuto così spostare a proprio favore gli equilibri di potere che a Damasco vedono il regime da tempo diviso tra l’influenza russa e quella iraniana. Perfino Assad, dicono da mesi i ben informati, contava in qualche misura sulle pressioni israeliane e occidentali per avere una valida scusa per alleggerire almeno in parte il suo regime dalle ingerenze iraniane, e potersi ripresentare fra qualche mese con un’immagine più accettabile davanti a Europa e Usa, e perfino alle monarchie del Golfo, a chiedere denaro per la ricostruzione del paese. Ed è così che, almeno ufficialmente, le migliaia di combattenti sciiti portati dall’Iran a combattere in Siria da diversi paesi del Medio Oriente e dell’Asia, come Libano, Iraq, Pakistan e Afghanistan, sono dovuti restare in disparte durante l’ultima grande offensiva lanciata dal regime nel sud del paese a ridosso dei confini con Giordania e Israele.

Ma pur trattandosi di un periodo di ritirata e ridimensionamento per la presenza iraniana in Siria sarebbe ingenuo pensare che la situazione sia permanente. Milizie e fondi iraniani sono stati fin qui essenziali a mantenere in vita il regime di Assad e continueranno ad esserlo anche in futuro. Le milizie straniere a comando iraniano, seppur al momento costrette a limitare la propria partecipazione diretta, sono ancora ben presenti nel paese, dove hanno da tempo cominciato a reclutare anche dalla popolazione locale, costituendo le prime formazioni propriamente siriane direttamente controllate da Teheran. Una presenza profondamente radicata nel territorio così come in buona parte dei gangli vitali del regime e che i nemici dell’Iran sanno bene di non poter estirpare nemmeno con il pieno appoggio russo e una certa compiacenza della leadership siriana.

L’obiettivo realistico che Israele e alleati cercheranno di ottenere in modo stabile sarà una delimitazione – non l’eliminazione – della presenza iraniana nel paese, in particolare impedire che Teheran sviluppi la capacità di lanciare autonomamente operazioni militari contro Israele dal territorio siriano. Un obiettivo che trova una certa condivisione anche a Mosca e perfino nel palazzo presidenziale di Damasco.

Come la Siria, anche l’Iraq è diventato in questi mesi una spina nel fianco per l’Iran, soprattutto dopo l’affermazione del movimento guidato di Muqtada Al-Sadr nelle elezioni dello scorso maggio. Un successo che si spiega anche con un crescente sentimento anti-iraniano tra la maggioranza sciita del paese che dall’invasione americana del 2003 controlla saldamente la politica nazionale e aveva finora espresso leader vicini a Teheran, a cominciare da Nouri Al-Maliki le cui politiche aggressive e settarie contro la minoranza sunnita sono considerate tra le cause principali dell’emergere di ISIS nel nord-ovest del paese.

La reintroduzione delle sanzioni americane ha indirettamente causato un’ulteriore caduta di popolarità dell’Iran tra gli iracheni. Le difficoltà di Baghdad di effettuare i pagamenti in dollari all’Iran per i rifornimenti energetici ha portato Teheran ad agire con fermezza, anche a causa del bisogno di liquidità del governo in vista della drastica diminuzione delle esportazioni di greggio prevista nei prossimi mesi. La reazione iraniana, ovvero il taglio dei rifornimenti di elettricità nella regione sciita di Bosra, ha costituito la scintilla dell’ultima ondata di proteste che ha investito il paese, durante le quali agli slogan anti-iraniani si sono aggiunti veri e propri assalti alle sedi dei partiti iracheni vicini a Teheran.

Una nota positiva per l’influenza iraniana è invece costituita dalla situazione in Yemen, che vede gli avversari di Teheran, a cominciare dall’Arabia Saudita, da mesi bloccati in un pantano politico-militare. In questo caso, a fare il gioco dell’Iran, più che un’abile strategia della sua leadership, è stata l’insensatezza della strategia dei suoi avversari, a cominciare dal lancio nel 2015 dell’operazione militare a guida saudita contro le tribù Houthi, che nei mesi precedenti si erano impadronite di gran parte del paese. Oltre a causare una delle peggiori crisi umanitarie della storia recente, senza peraltro conseguire alcun significativo successo sul piano militare, l’intervento saudita ha anche portato gli Houthi molto più vicini e militarmente dipendenti dall’Iran di quanto non lo fossero mai stati in precedenza. Riyadh ha di fatto regalato agli iraniani un avamposto d’influenza nella Penisola Arabica che fino a quel momento non avevano mai avuto.

Dato questo quadro, è difficile quindi capire quanto il ritiro Usa dal JCPOA inciderà sulla proiezione esterna iraniana. La reintroduzione delle sanzioni Usa sembra aver finora contribuito, indirettamente, a danneggiare la posizione iraniana in Iraq, ma non sembra poter incidere più di tanto in altri scenari chiave. In Siria sono state finora la politica israeliana e la sponda russa a portare un ridimensionamento dell’influenza di Teheran, peraltro limitato e temporaneo, mentre in Libano e Yemen proxy e alleati dell’Iran sembrano in ascesa, anche grazie alle divisioni e ai gravi errori degli avversari. Resta da capire, infine, quanto la mossa Usa potrà portare a un nuovo revanscismo nazionalista del regime iraniano, col pericolo di uno spostamento di potere a favore dell’ala oltranzista dei Guardiani della Rivoluzione. Esempi come Putin ed Erdogan hanno già mostrato come per uscire dall’isolamento internazionale e dalla crisi economica la ricetta migliore sia una retorica nazionalista e un rinnovato attivismo militare. Una ricetta che potrebbe presto fare gola anche a Teheran.    

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