Un accordo storico quello raggiunto dalla politica olandese a fine giugno: una maggioranza trasversale, che va dai partiti liberali al governo D66 e VVD, ai partiti di sinistra all’opposizione, ha detto sì ad un accordo organico sul clima che converta entro il 2050 l’economia olandese, abbattendo del 95% le emissioni nocive. Il primo a salutare l’intesa è stato Jesse Klaver, leader del partito rosso-verde Groenlinks, e grande sponsor del provvedimento, che ha twittato: “L’Olanda ottiene la più ambiziosa norma al mondo sul clima”.

I Paesi Bassi hanno deciso così di andare oltre i timidi obiettivi raggiunti dall’Accordo di Kyoto, oppure dalle enunciazioni di quello di Parigi, nella convinzione che l’esempio pratico possa funzionare meglio di complessi, e spesso disattesi, accordi multilaterali tra gli Stati. Cosi la maggioranza di centro-destra, guidata dal partito del premier Mark Rutte e l’opposizione di sinistra, hanno trovato un’intesa vincolante su un progetto redatto dal Groenlinks, dai laburisti (Pvda) e dai Socialisti (SP) volto in primis a stabilire degli obiettivi di riduzione dei gas serra, accompagnati da un meccanismo di verifica annuale.

Il Klimaatwet, cosi si chiamerà la legge che la Tweede Kamer inizierà a discutere nel dettaglio ad ottobre, è stato l’approdo di un lungo lavoro, soprattutto di lobby, che ha coinvolto diverse associazioni e partiti politici: “Ci sono voluti 10 anni affinché si raggiungesse l’intesa”, spiega ad Evert Hassink ricercatore dell’organizzazione ambientalista Milieudefensie, tra le principali promotrici della misura: “ma alla fine siamo riusciti a far trovare un accordo ai partiti”. L’associazione ha iniziato a lavorare ad una bozza nel 2008, prendendo ispirazione dal Climate Change Act approvato nel Regno Unito che tuttavia si è posto un obiettivo meno ambizioso: entro il 2050, infatti, l’emissione di gas serra dovrà essere ridotta dell’80%.

In cosa consiste, esattamente, questa legislazione che verrà, salutata anche da Al Gore come un passo storico nella direzione della salvaguardia ambientale? “La misura stabilirà una serie di provvedimenti che punteranno all’abbandono graduale, ma a tappe forzate, delle fonti energetiche non rinnovabili.”, spiega Hassink.” La prima tappa sarà il 2030 e per allora, le emissioni nocive dovranno essere state ridotte del 50% rispetto al 1990. La seconda, quella conclusiva, sarà nel 2050 quando il 95% delle fonti sarà ad energia verde”. Milieudefensie è soddisfatta per il risultato ottenuto? “Si poteva fare certamente di più”, dice l’esponente ambientalista: “ad esempio, abbiamo chiesto che venisse istituita un’agenzia governativa con il compito di valutare il progresso nell’applicazione del Klimaatwet. La maggioranza, invece, ha preferito affidare il percorso di implementazione a diversi organi già esistenti, senza centralizzare la valutazione”. 

Per liberare la questione climatica da tecnicismi e farla uscire dall’angolo del dibattito politico di nicchia, la larga maggioranza trasversale − che include 2/3 dei parlamentari − ha anche proposto di istituire una giornata annuale, “National Climate Day”, il quarto giovedì di Ottobre quando il governo renderà noto se gli obiettivi previsti sono stati raggiunti oppure se fossero necessarie misure aggiuntive. Ogni 5 anni, inoltre, i governi che verranno saranno vincolati all’accordo e dovranno presentare un piano dettagliato delle misure che intendono implementare nel corso del mandato, per raggiungere gli obiettivi.

Ma in concreto, quali sono i provvedimenti che formeranno il Klimaatwet? Non si sa ancora nulla dei dettagli, che saranno oggetto del dibattito parlamentare, ma si intuisce che il punto di partenza sarà l’implementazione dell’attuale ”agenda verde bipartisan”, concentrata sul superamento della dipendenza da idrocarburi: i liberal-democratici del D66  hanno stretto sul tema un’alleanza informale con l’opposizione di sinistra costringendo il VVD, il partito del premier Mark Rutte, tradizionalmente un punto di riferimento per le multinazionali, a complessi equilibrismi tra la popolarità di cui godono queste misure ambientaliste e la preoccupazione dei grandi gruppi, Shell in testa, che chiedono garanzie soprattutto per i costi della riconversione.  

Sul tavolo lo sviluppo di energia solare, eolica, biomasse e poi abbandono del gas per il riscaldamento degli edifici, auto elettriche e “good practice” per la costruzione, al fine di non disperdere il calore: la lista di interventi per costruire una “nazione verde” è lunga, lunghissima, potenzialmente infinita. Se la voce principale di intervento sarà rappresentata, certamente, dal settore energetico, un ruolo centrale nel Klimaatwet lo avranno anche le politiche sui trasporti. Ma secondo alcuni, è alto il rischio che l’ambizioso piano rimanga solo un libro dei sogni: “Non è molto chiaro come la politica intenda far coesistere lo sviluppo del trasporto pubblico e di quello ciclabile con i massicci stanziamenti degli ultimi tempi per l’allargamento e la costruzione di nuove autostrade”, dice Paolo Ruffino, italiano, esperto di mobilità sostenibile in Olanda e già consulente per il comune di Amsterdam. “Nel piano di programmazione del governo per le infrastrutture fino al 2040, vengono stanziati 35miliardi di euro per strade ed autostrade. Vale la pena domandarsi come quel denaro e gli altri investimenti, incompatibili con un’agenda ambientalista coesisteranno con il Klimaatwet”. Secondo Ruffino, il problema è che l’investimento sull’asfalto e quindi l’incentivo al trasporto su gomma, devia risorse dalla rete di mezzi pubblici: “Treni e autobus consentono alle autorità di implementare politiche pubbliche sostenibili meglio di quanto non sia possibile con il trasporto privato”. Per il consulente italiano, il principio del Klimaatwet è certamente un passo avanti importante ma l’implementazione rischia di scontrarsi con la realtà, soprattutto con quella produttiva.

Per il passaggio all’energia pulita e la riduzione della dipendenza da carbone e petrolio, un comitato di esperti − presieduto dall’ex leader laburista Diderik Samsom − sta già lavorando da qualche settimana alla lista di priorità che include i settori produttivi che dovranno investire di più nelle rinnovabili, soprattutto nell’energia solare e in quella eolica, e indicare come ridurre la “dipendenza da idrocarburi”. Ad oggi il primo suggerimento della commissione riguarda il gas nelle abitazioni: aumentarne del 75% il costo, è la proposta; potrebbe scoraggiarne l’uso e spingere l’industria ad adottare soluzioni ecologiche.

L’altro problema è certamente la difficoltà, in questo periodo di turbolenza politica, di investire su un impegno a 30 anni da approvare con legge ordinaria. La destra populista del PVV di Wilders uscita delle urne del 2017 ha scarsa rilevanza in parlamento ma l’ascesa inarrestabile del Forum voor Democratie, l’“alt-right” all’olandese, negazionista sul tema del cambiamento climatico potrebbe, presto o tardi, mettere una seria ipoteca su un progetto tanto importante ma allo stato attuale, ancora fermo ai nastri di partenza.

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