Ultimamente, molte democrazie occidentali hanno imboccato derive nazionaliste, mettendo a rischio la prosperità e perfino la democrazia.

Negli Usa, il Presidente Trump con la politica "America first" sta smantellando il ruolo di leader globale degli Usa. Dopo 45 anni il Regno Unito abbandona il consesso europeo, partiti nazionalisti prevalgono in Polonia e Ungheria, formano coalizioni di governo in Austria e Italia, ed esercitano notevole influenza in molti altri paesi.


Negli ultimi 70 anni il mondo ha potuto contare su un sistema di governance globale che, grazie a una serie di accordi e istituzioni multilaterali ha regolato il movimento di beni, servizi e flussi di investimento. (La Ue è andata oltre rimuovendo vincoli al movimento delle persone). Il nuovo nazionalismo mette tutto ciò a rischio.

Invece di collaborare all'interno di un sistema regolato e multilaterale, i leader nazionalisti sembrano preferire accordi bilaterali tra "uomini forti", spesso con regole o eccezioni, caso per caso, per i politici di simili vedute. Tutto ciò inficia la crescita e la prosperità.

Questi governi nazionalisti stanno anche minando le fondamenta delle democrazie liberali fondate sui mercati. Il Presidente Trump addita i media come "nemici del popolo" e a luglio, quasi parafrasando "1984" di George Orwell, ha detto che "ciò che vedete e leggete non è ciò che succede". Nel Regno Unito, i favorevoli alla Brexit si dicono "stufi degli esperti". In Polonia e Ungheria, gli organi d’informazione sono nelle mani di persone asservite al governo e l'indipendenza della giustizia è in pericolo.

Per invertire questa preoccupante tendenza nazionalista, i politici che hanno a cuore la democrazia liberale regolamentata devono impegnarsi a promuovere 4 cruciali aree di intervento.

In primis, va aggredito lo scontento di vaste sezioni della società: i lavoratori manuali e altri settori della forza lavoro europea e americana hanno visto ridurre il loro potere di acquisto a causa dello spostamento della produzione dai paesi OCSE ai paesi emergenti mentre altri posti di lavoro negli stessi paesi OCSE sono stati soppiantati dall'automatizzazione. Questo aspetto della globalizzazione ha favorito in primo luogo il capitale e le forze lavoro nei nuovi paesi produttori.

Di conseguenza, le quote di reddito assegnate alla remunerazione del lavoro nei paesi OCSE è diminuita ai livelli della Grande Depressione, per contro è aumentata la quota di reddito del capitale. Si è vista un’accelerazione delle diseguaglianze di reddito all'interno della società, in particolar modo negli Stati Uniti.

I dati regionali e i sondaggi confermano che sono in prevalenza i perdenti di questo spostamento di reddito a votare per i politici e i partiti nazionalisti, o per la Brexit nel Regno Unito, anche se l'agenda politica nazionalista non contiene soluzioni fattibili per rovesciare queste tendenze. Meno scambi e meno investimento renderanno solo tutti più poveri.

La soluzione risiede invece, in primo luogo nel sostegno della crescita globale, che si ottiene sposando la globalizzazione e la digitalizzazione, e in seconda battuta, introducendo politiche che allevino queste storture, fornendo formazione adeguata per operare in modo produttivo all'interno di un mondo globalizzato. Sorprende costatare che la spesa per l'istruzione nei paesi OCSE è rimasta costante a dispetto delle sfide (e delle opportunità) offerte dalla digitalizzazione e dalla crescita cinese. Le risorse assegnate a istruzione e formazione dovrebbero tendere verso il 2%-3% del Pil. Inoltre, i meno abbienti, il cui salario reale è rimasto invariato per anni, dovrebbero godere di agevolazioni fiscali con un ampliamento dell'area non soggetta a tassazione.

Coloro che hanno beneficiato della globalizzazione, incluso il capitale, devono invece fornire più risorse per bilanciare questi cambiamenti. Il notevole aumento della quota di reddito nazionale del capitale si deve anche all'occultamento delle multinazionali di una parte sproporzionata dei loro redditi globali nei paradisi fiscali. La possibilità delle società di stornare queste imposte dalla produzione o dalle vendite, come anche l'elusione fiscale da parte degli individui, va eliminata.

In secondo luogo, i politici di lungo corso devono prendere di petto alcuni punti di forza dei nazionalisti, quali la questione dei rifugiati e degli immigrati. Questo dibattito è traviato dalla disinformazione, spesso usata per incutere timore e risentimento. Un recente sondaggio del Barometro Ue ha rilevato che gli europei hanno un'immagine distorta (di 2-3 punti) del reale peso dell'immigrazione. Gli italiani pensano che gli immigrati rappresentino il 25% della popolazione, mentre la quota reale è meno del 7%, un pregiudizio alimentato e sfruttato dal Vice Premier Salvini e dalla Lega. Inoltre, mentre i sondaggi indicano la convinzione che l'immigrazione contribuisce ad aumentare la criminalità, in tutti i paesi europei e anche negli Usa i livelli di criminalità non sono mai stati più bassi da decenni.

In aggiunta a fornire informazioni puntuali usando piattaforme più moderne, i governi devono rafforzare la loro capacità di distinguere tra rifugiati legittimi (il cui accesso in Europa non viene messo in discussione) e migranti economici. Mentre il primo gruppo deve poter essere integrato rapidamente; il secondo gruppo deve essere incanalato in un processo che li rimpatri rapidamente e in sicurezza, o fornisca loro un percorso verso la residenza.

Terzo punto, l'Europa e gli Usa devono adeguare le proprie normative per far fronte alla realtà di internet. Sono necessarie leggi per la veicolazione responsabile d’informazioni e opinioni via internet, al pari delle leggi in essere per la distribuzione di tali servizi su carta stampata, radio e televisione. La libertà di espressione non verrà inficiata da leggi che garantiscano il diritto di impugnare legalmente la disinformazione e la diffamazione.

Infine, il sostegno a gruppi e partiti nazionalisti in Europa e negli Usa da parte della Russia è fuor di dubbio. Pertanto il sostegno finanziario e logistico estero a favore di organizzazioni e gruppi politici in Europa va reso illegale, come lo è già negli Usa. Inoltre, visto che i leader nazionalisti in Russia, Cina e ora in Ungheria, impongono restrizioni a ONG e istituti educativi esteri, forse le democrazie liberali dovranno imporre misure di reciprocità alle istituzioni di questi paesi per poter operare in Europa e negli Usa.

Quando si combatte per preservare le democrazie liberali è fondamentale agire con cautela per non pregiudicare aspetti di quelle stesse democrazie liberali che ne hanno garantito il successo negli ultimi 70 anni. Ma dato che questa battaglia somiglia sempre di più ad una lotta per la sopravvivenza, è essenziale promuovere un dibattito su dove tirare la riga.

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