A 16 anni dalla indipendenza riconosciuta formalmente dall’ONU la “mezza isola” di Timor Est vive il passaggio più difficile della sua breve storia di paese libero. Situata sul troncone orientale dell’isola di Timor – la cui metà occidentale è indonesiana – tra due vicini con evidenti mire espansionistiche territoriali e commerciali come l’Indonesia e l’Australia, l’ex-colonia portoghese pur essendo oggi uno dei player strategici del settore energetico nel Pacifico meridionale vive una pesante crisi socio-economica. Crisi che si è aggravata ulteriormente dopo un lungo periodo di paralisi istituzionale iniziato nel luglio dello scorso anno, quando nessun partito o coalizione ottenne alle elezioni i numeri per un governo pieno.

A maggio Timor Est è tornata alle urne e ha scelto di ripartire dal suo eroe più celebrato: Xanana Gusmao, uno dei principali leader della guerriglia contro la lunga e brutale occupazione indonesiana, terminata dopo oltre un ventennio con l’indipendenza del 2002. Gusmao è riuscito a restituire al paese una maggioranza di governo e con essa la speranza di tirarlo fuori dalle secche.

Dopo un incoraggiante periodo di crescita economica negli anni immediatamente successivi al raggiungimento dell’indipendenza – dovuto quasi esclusivamente allo sfruttamento di vasti giacimenti offshore di gas e petrolio condivisi con gli esigenti partner australiani e americani − la mezza isola vive oggi una fase difficile che ne sta deprimendo prospettive di sviluppo e occupazione facendo crescere il malcontento tra la popolazione. Con il rischio di tornare alle violenze di una decina di anni fa.

Nel 2006, la rivalità tra le élite politiche che si contendevano la gestione delle risorse economiche e le tensioni tra i gruppi armati facenti capo alle diverse fazioni nelle forze di sicurezza portarono a continui scontri che costarono la vita a decine di est-timoresi provocando oltre 150mila sfollati a Dili (la capitale) e dintorni. Molti temono che tensioni e scontri possano tornare a causa dell’attuale crisi.

Gusmao è stato chiamato anche per scongiurare tale pericolo. L’ex-leader dei guerriglieri anti-indonesiani è a capo della coalizione tripartitica AMP (Alleanza per Cambiamento e Progresso), uno dei due bracci – quello combattente − del movimento per l’indipendenza. L’altro braccio è rappresentato dalla storica formazione di sinistra Fretilin (Fronte Rivoluzionario di Timor Est Indipendente) che condivise con l’AMP un ruolo di primo piano nell’intifada anti-indonesiana, ma che dopo i disordini del 2006 ha subito un forte calo di consensi. Fretilin e il suo leader, l’ex-primo ministro Mari Alkatiri, hanno guidato il governo di minoranza fino alle elezioni dello scorso maggio e sono stati accusati dagli elettori di non avere una strategia per risollevare la prostrata economia nazionale.

Timor Est ha 1.3 milioni di abitanti il 60% circa dei quali con meno di 25 anni. Secondo stime della Banca Mondiale il 40% della popolazione vive in stato di indigenza, il reddito medio è al di sotto di un dollaro al giorno e quasi metà della forza lavoro è disoccupata. L’ambizioso piano di riforme intrapreso nel 2002 che prevedeva l’erogazione di elettricità nelle case dell’80% degli isolani, la costruzione di una rete stradale su una superficie di circa 16mila chilometri quadrati e lo sviluppo delle attività di ricerca e produzione di gas e petrolio nel Mare di Timor si è da tempo arenato: i costi di realizzazione delle riforme sono quasi subito raddoppiati e i prelievi dal fondo nazionale petrolifero (il Petroleum Fund) sono diventati insostenibili. Come insostenibili sono diventati gli altissimi livelli di corruzione nel paese. All’indomani della crisi politica del 2006, nel nome di una tregua sulla spartizione delle risorse, le domande delle aziende timoresi che partecipavano ai bandi di gara per l’assegnazione dei fondi per le emergenze venivano regolarmente approvate, più per una questione di pax sociale e ordine pubblico che per reali esigenze produttive. Si generò così una rete di influenze tra le élite politiche della capitale Dili che nel corso degli anni ha partorito un sistema economico fatto di clientele, malaffare ed inefficienze.

Mentre da un lato i gruppi economici vicini ai dirigenti dei principali partiti timoresi prosperavano attingendo a piene mani dal Petroleum Fund − tra sprechi e la mancata realizzazione delle infrastrutture − dall’altro l’economia del paese si appiattiva sul mercato dell’energia (che ammonta al 60% del Pil del paese e genera oltre il 90% dell’entrate pubbliche) di fatto arrestando il processo di diversificazione della produzione di beni/servizi e consolidando dinamiche iper-assistenzialistiche già innescate dai cosiddetti protettorati di fatto. Se è vero che gli aiuti internazionali hanno contribuito a costruire ospedali e scuole e a tutt’oggi sostengono ancora largamente l’economia di Timor Est (con il dollaro americano come valuta maggiormente diffusa) è anche vero che l’assistenzialismo dei paesi stranieri che offrono aiuti ha portato nel lungo periodo un misto di inerzia e apatia, oltre a una buona dose di degrado, tra gli est-timoresi (aiuti arrivati mai in modo disinteressato. L’Australia ad esempio, uno dei paesi che ha avuto un ruolo preminente nel processo di ricostruzione e mantenimento di una pace “relativa” a Timor Est, reclama un ruolo primario nell’individuazione e nello sfruttamento delle risorse naturali, come vedremo tra breve).

Gusmao ha il non facile compito di rivitalizzare una società depressa riprendendo il corso delle riforme interrotte, intraprendendo una lotta serrata contro la corruzione ed elaborando una strategia negoziale a difesa degli interessi del suo paese nella gestione dei vasti giacimenti offshore di gas e di petrolio nello stretto di Timor. Da almeno un ventennio sono in corso difficili negoziati con la compagnia petrolifera australiana Woodside (ma anche con l’americana ConocoPhilips) sullo sfruttamento dei giacimenti del Greater Sunrise che secondo alcune stime contengono oltre 140 miliardi di metri cubi di gas e 220 milioni di barili di condensati, per un valore stimato di 50 miliardi di dollari americani. Timor Est ha già iniziato a costruire una grande raffineria sul proprio territorio dove intende far arrivare l’oleodotto per sottoporre autonomamente a trattamento il suo greggio. Ma i due colossi petroliferi sono dell’avviso che tale soluzione non sarebbe finanziariamente fattibile e spingono per la costruzione di un oleodotto che arrivi a Darwin, nel nord dell’Australia, per la raffinazione. Gusmao ha già fatto sapere che sarebbe disposto a rinunciare al 30% del petrolio estratto se al suo paese fosse lasciata l’esclusiva della raffinazione del greggio.

Una non poco significativa vittoria Timor Est l’ha già ottenuta nel marzo di quest’anno: dopo un lungo contenzioso con Canberra sui confini marittimi la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja ha stabilito che questi debbano seguire la linea mediana e non più quella della piattaforma continentale, che lasciava in campo australiano la massima parte dei ricchi giacimenti del Greater Sunrise.  

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