Trascorsi pochi mesi dallo scoppio della rivolta studentesca in Nicaragua, che ha raccolto la simpatia di gran parte della popolazione, si contano ormai oltre trecento morti, almeno duemila feriti e un numero imprecisato di desaparecidos.

La repressione del governo del presidente Daniel Ortega è feroce quanto mirata. In un primo momento ad opera della polizia, nelle zone rurali, insieme all’esercito. Pressoché sostituiti poi da gruppi paramilitari, responsabili pure dei primi saccheggi attribuiti ai ribelli.

Ma la gioventù universitaria pare tenere, armata di pietre, bastoni e qualche mortaio artigianale. La loro mobilitazione s’impernia sulle manifestazioni popolari e sui blocchi stradali che stanno paralizzando il paese e l’economia. Altra pratica dei rivoltosi è il richiamo alla disobbedienza civile, quale il non pagamento delle tasse e dei contributi pensionistici.

Ed è proprio il decreto di Ortega sulla riforma delle pensioni (che introduceva una tassa del 5% sui miserabili assegni in essere) la goccia che il 18 aprile scorso ha fatto traboccare il vaso del malessere contro un regime soffocante. Ciò nonostante la ribellione ha sorpreso tutti, dentro e fuori del Nicaragua: un paese dimenticato dopo essere stato al centro dell’attenzione negli anni Ottanta durante la Rivoluzione Popolare Sandinista (avversata dall’amministrazione Reagan).

Il fatto paradossale è che colui che oggi reprime gli studenti nicaraguensi, l’ex comandante guerrigliero Daniel Ortega, fu il leader di quella rivoluzione che nel 1979 rovesciò, in questo caso con le armi, la quasi cinquantennale tirannia dei Somoza.

Ed è proprio questo il primo fattore che porta alcuni osservatori (oltre a una parte della sinistra) a non riconoscere la spontaneità di questa ribellione; e al contrario ad assumere la versione del regime secondo cui non si tratta altro che di un golpe pianificato da tempo dagli Stati Uniti.

In realtà sono decenni che Washington si disinteressa di fatto di questo paese, proprio per l’atteggiamento di Ortega compatibile con gli interessi del “gigante del nord”; al di là dei suoi proclami antimperialisti di facciata.

Per comprendere il contesto odierno si deve risalire alla sconfitta elettorale del febbraio 1990, paradossalmente l’opera maestra di una rivoluzione che, sconfitta nel segreto delle urne, consegnò il potere (alla destra moderata di Violeta de Chamorro) aprendo per la prima volta questo paese a una dinamica democratica. Il problema è che il Fronte Sandinista si divise rapidamente in due: da una parte coloro che assunsero la sfida dell’alternanza elettorale; e quelli che invece si misero in testa di tornare a tutti i costi al potere per non mollarlo mai più. Prevalsero questi ultimi.

Da allora Ortega depurò via via il Fronte di ogni figura e connotazione sandinista, diventandone il padrone assoluto. Contemporaneamente strinse un patto di potere e di legittimazione reciproca con la destra oligarchica, che governò per due mandati. Fino a che, pazientemente e con una legge elettorale ad hoc, riuscì a tornare alla presidenza con le elezioni del 2006.

Di lì in poi ha praticato una ferrea alleanza con l’imprenditoria privata garantendole esenzioni fiscali, pace sociale e i salari minimi più bassi del Centro America. Praticando dunque lui stesso politiche neoliberiste; compresa la ratifica del Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti (CAFTA); negoziazioni con il Fondo Monetario Internazionale (FMI); e una stretta collaborazione con gli states nella lotta al narcotraffico.

Non solo: per ingraziarsi i favori dell’ex nemico giurato interno della passata rivoluzione, l’appena scomparso cardinale Obando y Bravo, Ortega e sua moglie si fecero da lui risposare in chiesa; per poi cancellare la legge sull’aborto terapeutico.

In questo modo si è fatto rieleggere presidente per altre due volte, con brogli e violando la costituzione che ne impediva la ricandidatura. Fino a un controllo assoluto di tutti i poteri dello stato e dell’intero paese. Ricattando sul posto di lavoro e reprimendo il dissenso nella capitale Managua con squadracce di picchiatori (convertitisi oggi in paramilitari); mentre nelle campagne polizia ed esercito piegavano ogni resistenza contro le facili licenze a stranieri per deforestazioni e investimenti minerari.

L’unica opposizione che il regime non ha potuto sconfiggere perché di massa, è stata quella dei contadini interessati dal folle progetto del canale interoceanico (negoziato con un impresario cinese nel frattempo fallito) che prevedeva estese espropriazioni delle loro terre.

Nelle ultime elezioni del 2016 Ortega è giunto persino a candidare sua moglie Rosario a vicepresidente. Oltre a consolidare lo status di diversi dei loro figli alla testa di gangli vitali del sistema (a cominciare dai mezzi di comunicazione).

Del resto lo schema di potere vigente in Nicaragua è imperniato su una consorte che a fine anni Novanta sconfessò la propria figlia Zoilamerica che aveva denunciato il padrastro Ortega di aver di lei abusato per lungo tempo.

Questa politica del “piede in tutte le scarpe” ha propiziato negli ultimi anni in Nicaragua una crescita economica del 4,5% annuo. Ma in beneficio esclusivo (oltre che dell’oligarchia locale) del clan della coppia presidenziale, nel mezzo di una vergognosa rete di corruttele.

Certo Ortega ha dovuto mantenere, almeno nella forma, la storica fedeltà all’Alleanza Bolivariana; che gli è valsa complessivamente ben cinque miliardi di dollari in provvidenze (petrolio compreso) dal Venezuela. Ma da due anni quel rubinetto si è chiuso. Sono così venuti meno anche gli unici aiuti (assistenzialistici) alla sua base elettorale: i poveri (lamine di zinco per rifare i tetti delle loro catapecchie, animali da cortile e poco più). Con il 75% della popolazione condannata all’economia informale. Nulla di strutturale è stato fatto dunque, come ci si sarebbe aspettati da un governo che si dichiara “socialista, cristiano e solidale”.

Con la crisi venezuelana sono arrivati anche i problemi di equilibrio di bilancio di un paese che Ortega ha ripreso nelle sue mani da undici anni all’insegna di una “continuità” con l’antica rivoluzione. Che garantisce ancora il gratuito diritto alla salute (precaria ma funzionante). Mentre l’altrettanto gratuito diritto all’istruzione soffre dei piani educativi dell’esoterica coniuge Rosario.

Fino a che è andato in rosso anche il sistema pensionistico; che ha innescato la spontanea e proprio per questo sorprendente ribellione.

Si è arrivati così agli eventi di questi ultimi mesi. Con l’impresa privata che ha rotto con fulmineo tempismo l’insolito connubio con Ortega, rientrando nel suo alveo naturale e infilandosi nell’Alleanza Civica di opposizione al regime; insieme ai giovani universitari e a quel che resta di società civile organizzata.

Ha preso il via un dialogo con la mediazione della Conferenza Episcopale (in realtà schierata con gli insorti) per far luce sui crimini commessi e con l’obiettivo di ottenere elezioni anticipate, previo una riforma della legge e delle autorità elettorali.

Daniel Ortega si è seduto al tavolo, di fatto legittimando i rivoltosi. Ma, come ha ribadito nel suo discorso del 19 luglio scorso (in occasione di un trentanovesimo anniversario della rivoluzione celebrato in sordina) non ha nessuna intenzione di andarsene. Al contrario, con astuzia politica, si è detto caso mai disposto a una negoziazione con gli Stati Uniti, presunti autori di questo tentato golpe. Come dire: “chi, di fronte a una sollevazione che non si sa dove possa portare, può garantire stabilità nel vostro cortile di casa, se non il mio governo?”

In effetti nessuno può prevedere coma andrà a finire questa prima rivoluzione dei millenials (tropicali) del pianeta: profondamente soli, quanto appassionati e forti delle loro reti sociali; circondati da iene che vogliono approfittare di loro; e privi di un orientamento politico; ma nella sostanza figli di quel General de Hombres Libres, Augusto Cesar Sandino, che ispirò la passata rivoluzione e che, poco meno di un secolo fa, all’insegna di libertà e giustizia, si ribellò all’occupazione dei marines.

La situazione peggiora di giorno in giorno tanto che anche vescovi e sacerdoti sono stati malmenati all’ingresso di chiese dove i manifestanti avevano trovato rifugio.

Il tempo (e la forza delle armi) sembrano favorire il regime e la prosecuzione di questo tragico stillicidio di assassinii. Mentre il blocco del paese non potrà essere sopportato ancora a lungo dalla popolazione.

Ma, vada come vada, la rivolta ha costituito uno spartiacque nella storia del Nicaragua. Nulla sarà come prima. E per Daniel Ortega potrebbe essere giunto il principio della fine.

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